«Il made in Italy non esiste più» Filippetti presenta il suo libro.

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«Il made in Italy non esiste più»
Filippetti presenta il suo libro

Di Davide Pyriochos

«Tra cinque o dieci anni non esisterà più il made in Italy. Avremo un made by Luxottica, un made by Safilo, un made by De’ Longhi ma l’Italia come Italia non vorrà dire assolutamente nulla». È una profezia cupa quella di Simone Filippetti, giornalista del Sole24Ore e autore di `Serenissimi Affari”, libro edito da Post Editori — Marsilio che è stato presentato stasera nella nuova sede di Adacta Studio a fianco a Villa Trissino a Vicenza. Ma è un guardar avanti — quello di Filippetti — che se da un lato condanna il paese, dall’altro indica che ci sono aziende capaci di crescere nonostante il paese. E così questo futuro prossimo in cui il made in Italy non esisterà più, in realtà è già qua: «Oggi — dice il giornalista — un’obbligazione Luxottica è valutata A-, mentre l’Italia è ferma a BBB. Perciò l’Italia come paese non significa più nulla, perché è un luogo dove la produzione va dal cinese che fa tessile in nero nei capannoni di Prato, fino a Brunello Cucinelli. Per questo il made in Italy come marchio di qualità non significherà più nulla e saranno solo le singole imprese a garantire sul valore dei prodotti».

Imprese che però non è detto che in Italia resteranno. Se infatti Filippetti ritiene che tra le storie di maggior successo del Veneto ci siamo certamente i Benetton: «Hanno preso un’azienda pubblica statalista e burocratica come Autogrill — dice — e l’hanno trasformata in un campione mondiale da 6 miliardi con un management indipendente e con loro che restano a fare gli azionisti», di altro avviso è l’avvocato Massimo Malvestio. «Non condivido il giudizio di Filippetti su Autogrill – dice Malvestio – perché secondo me Benetton è un gruppo che ha scelto di passare ai mercati protetti e alle concessioni. Forse un tempo Autogrill era malgestita, ma l’origine del successo è stata che i Benetton hanno cercato aeroporti, autostrade, ed erano entrati anche in Telecom dove hanno sbagliato a valutare il grado di apertura del mercato. Io temo però che il problema vero sia quello che emerge con la scelta della Fiat. La Fiat – nota l’avvocato – sarà l’esempio che seguiranno in tanti. Mi pare che il trend per cui i centri delle imprese si spostano e fuggono dai paesi che hanno fiscalità penalizzante sia molto forte».




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