Il luogo sbagliato. Lingua e politica

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Il dialetto veneto ha l’armonia delle colli­ne del prosecco e il carattere forte del­l’amarone, ha l’asprezza dello splendore delle Dolomiti e la fatica del lavoro che si inerpica sui tornanti ruvidi del Grappa, ha la cantilena sobria e timida della civiltà conta­dina transitata dagli usi e dai mestieri perduti e ha la voce empatica dei poeti che alla quoti­dianità dei parlanti hanno preso l’anima fatta di terra, montagna e mare restituendola al mondo come capolavori. Quello veneto è un dialetto musicale e stu­pendo che resta la «lingua locale» più parlata d’Italia anche se nel terzo millennio l’autono­ma purezza lessicale di Padova e Treviso o Ve­nezia e Verona (quindi «i dialetti» e non più «il dialetto») è diventata nei giovani un impa­sto ibridato di italiano, inglese, tecno-lingua e slang generazionali con il copyright di «truz­zi » fighetti, «emo» dark e adolescenti senza marchio. E’ una sorta d’impasto post-moder­no che nel villaggio globale dove le distanze di migliaia di chilometri sono diventate pas­seggiate da cortile andrà perdendo la sua «identità» anche se la sua forza è quella di re­sistere in modo spontaneo e naturale, in con­tinua gemmazione senza il bisogno d’essere «insegnato» a scuola; dove i parlanti lo perce­pirebbero come un impegno superfluo e i non parlanti (non solo stranieri) come una se­conda lingua da «imparare».

Scuola dove nes­suno, d’altra parte, impedisce di studiare e leggere Calzavara, Giorgio Baffo o Biagio Ma­rin, nordestino di Grado la cui poesia vene­to- furlana è un canto dell’anima che tutti dovreb­bero aver ascola­to almeno una volta. In testa i se­dicenti iper-vene­ti che sicuramen­te non lo cono­scono. La decisione del presidente della Provincia di Treviso Leonardo Muraro di inaugurare una scuola ristrutturata in dialetto (il «suo» dialetto, che è quello di Mogliano Veneto, di­verso per sfumature e assenza di tronche del­la Sinistra Piave, dove si trovava) s’innesta in una sorta di chiara strategia politico-identita­ria perseguita dalla Lega e in questo senso ci sembra non solo una violenza allo stesso dia­letto ma una rivendicazione sbagliata nel luo­go sbagliato: una scuola. Questo al di là del­l’applauso che ha accolto la proposta del presi­dente di dire «tosi» anziché «ragazzi», vincen­te per capacità di spiazzamento ludico rispet­to ad un intervento «istituzionale» ma per­dente oltre l’immediatezza della ricreazione lessicale. Gli stessi ragazzi che si sono spellati le ma­ni sono gli stessi che ai test d’ingresso all’uni­versità cadono sulle doppie e sui congiuntivi e che nei luoghi del lavoro globalizzato do­vranno conoscere perfettamente l’inglese e non il solighese o il sandonatese. Le «provoca­zioni » possono essere sempre utili, ma se il messaggio che passa è quello di una deitalia­nizzazione di una regione dove il (necessario) italiano viene venduto come una lingua stra­niera o nemica equivale a compiere oltre che un’azione inutile sotto il profilo identitario (nel momento in cui lo si fa studiare in classe il dialetto inizia a morire), un atto distruttivo e de-istruttivo che vanifica il lavoro di miglia­ia di insegnanti.

Alessandro Russello

http://corrieredelveneto.corriere.it/veneto/notizie/politica/2009/10-ottobre-2009/luogo-sbagliato-1601862378584.shtml[addsig]




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