Il linguaggio di Pinocchio

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L’indagine

Esaminando il testo si scopre che il romanzo di Collodi è una miniera di vocaboli

Pinocchio, l’avventura è già nelle parole «Andare», «vedere», «casa» come luogo di fuga e ritorno: il computer svela la sete di libertà

di Giorgio De Rienzo

Che il linguaggio delle favole sia inventivo lo dimostrano, più di ogni altro testo, Le avventure di Pinocchio. Quando il burattino, nella notte più buia della sua esistenza, è inseguito dagli «assassini» nel bosco, il lettore sa bene ciò che accade. Le «due figuracce nere, tutte imbacuccate in due sacchi di carbone» che lo inseguono, sono il Gatto e la Volpe. Anche Pinocchio dovrebbe averne sospetto: infatti, «azzannata coi denti» la mano di uno dei due fantasmi e staccatala «di netto» con un morso, non s’accorge, con meraviglia, di sputare in terra «uno zampetto di gatto»? A Pinocchio la capacità di connettere dati e indizi non sempre è consentita: potrà infatti accadergli di non collegare i fatti, anche quando incontrerà il Gatto e lo vedrà privo di una zampa. Le Avventure sono un racconto ricco di incongruenze e inadempienze narrative: ma la loro freschezza e il loro splendore stanno in questa qualità di gioco senza regole. Sembrerebbe inutile perciò cercare delle regole in questo libro: e tanto più farle trovare dalla memoria ottusa di un computer. Le cose non stanno invece così. L’elaboratore sa dare ordine alle 40.460 parole delle Avventure, per disporle prima in ordine alfabetico, nei 3.480 lemmi usati da Collodi, e quindi in ordine decrescente di frequenza. C’ è un modo immediato di leggere questi spogli linguistici: quello di segnare la quantità di una lingua impostando un grafico delle frequenze. Il primo risultato di una simile lettura è che Collodi fa uso di un vocabolario molto variato. Un esempio solo. Pinocchio è preso da qualcuno o prende qualcun altro. Collodi usa «acciuffare», «acchiappare», «agguantare» e così via, senza dare peso alle variazioni di significato, ma privilegiando la sorpresa del suono della parola nel contesto. Scrivendo un Libro parallelo a Pinocchio, Manganelli osservava che «ogni libro si dilata» ed è «tendenzialmente infinito», che «ogni parola è stata scritta in un certo punto per nascondere altre, innumerevoli parole». Se è vero insomma che nei grandi libri anche «il silenzio è parola», nessun racconto come quello delle Avventure è tanto ricco di silenzi e di parole nascoste: nessun libro come questo ha permesso infatti un gioco di prosecuzioni fantastiche. Allora, di fronte a tanto esplodere di fantasia, ben venga il miope calcolatore a costringerci, almeno una volta, dentro il testo di Collodi, a determinarci ad osservarne qualche piccolo ma autentico segreto. Se si eliminano congiunzioni, preposizioni e articoli, voci dei verbi «essere» ed «avere», «dire» e «fare», «potere» e «dovere», tra le parole che ricorrono con maggiore frequenza ci sono «tutto» e «perché», «andare» e «vedere», «mi» «me» «mio», «povero», «subito», «casa», «ora», «sempre». Dunque Pinocchio è ansia di movimento («andare» ricorre 172 volte), è desiderio di conoscenza (159 «perché») e bisogno di esperienza (163 «vedere»). Il burattino predica l’identità e la proprietà («me» «mi» «mio»), in un tempo presente (93 «ora» e 99 «subito»). Ma la parola-chiave del libro di Collodi è però «casa» (98), termine di riferimento di tutte le Avventure: luogo di arrivo e di partenza, punto di fuga e di ritorno. La sua alternativa più visibile è «strada» (69). Ebbene la vicenda di Pinocchio, a ben guardare, si esaurisce in questa alternativa. Il libro si apre con un balletto gioioso del burattino («saltò giù… e principiò a fare mille sgambetti e mille capriole») e la vicenda prende corpo dal suo camminare. Il ritmo del libro è scandito su un allegretto. Pinocchio è sempre in fuga: i suoi «passi» si sviluppano spesso in corsa e velocità. Pinocchio è rapido come un «capriolo» o come un «levriero», come una «lepre» o come una «palla da fucile». Non basta. Nella sua corsa non conosce limiti di spazio. Libero ed intrepido lascia la terra per attraversare il mare e volare in cielo. Per lui esiste una continua alternativa tra un «dentro», che ricorre 51 volte ed un «fuori», che è presente 65. Il «dentro» è il mondo della Fata, dei grilli parlanti e delle lumache saccenti, in cui si celebra, devoti ma un po’ ciechi, il catechismo dell’«ordine». Il «fuori», la fuga di Pinocchio, esprimono il fastidio, la diffidenza per quest’ordine, la nostalgia di un «disordine» più avventuroso. La verità della scrittura di Pinocchio può stare appunto in questa tensione stabilita dal computer tra «casa» e «strada», tra «dentro» e «fuori», tra riposo nell’esperienza e capriccio d’avventura, tra vocazione a un universo regolato e sete di libertà.

(Dal Corriere della Sera, 16/2/2008).

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