“Il linguaggio di papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali”.

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“Il linguaggio di papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali”.

…Il volume scritto da Salvatore Claudio Sgroi, ordinario di Linguistica generale all’Università di Catania, intitolato: “Il linguaggio di papa Francesco. Analisi, creatività e norme grammaticali”. Ma come è nata l’idea di analizzare le parole e i modi espressivi di Francesco? L’autore ne parla al microfono di Adriana Masotti:
R. – Siccome l’obiettivo del Papa è quello di farsi capire e di raggiungere gli altri, intrigandoli, da una parte sa quali sono i problemi della gente, dall’altra usa le parole più comuni, fa frasi non molto lunghe e il suo parlare è sempre un dialogo. E questa sua capacità gli permette di parlare in qualunque lingua. Cioè, le difficoltà che ogni parlante incontra divengono secondarie: lui riesce perfettamente a superarle. Quindi, si sente che è straniero fondamentalmente dall’accento, però le scelte sintattiche e lessicali, il tipo di italiano che lui parla è un tipo di italiano da parlante quasi nativo, colto… E quindi per il linguista è un laboratorio estremamente intrigante.
D. – Lei scrive che il Papa esce fuori dagli schemi nell’uso delle parole, dando prova di una creatività linguistica tutta italiana. Vorrei chiederle qualche esempio…
R. – Dunque, nel mio testo ho analizzato alcuni esempi molte volte, perché erano stati oggetto di analisi da parte di altri giornalisti e l’atteggiamento però in genere era quello di dire: “Il Papa parla diversamente da me, quindi il Papa sbaglia”. Io, invece, ho cercato di dimostrare come il Papa non sbagli affatto. Innanzitutto, bisogna intendere cosa vuol dire “sbagliare”: se sbagliare significa parlare in maniera confusa, caotica, contraddittoria, io sfido chiunque a dirmi che quello che il Papa dice o che ha detto in passato sia confuso, contraddittorio. A livello lessicale, il Papa è straordinario perché anche nell’uso delle parole lui applica schemi di formazione delle parole che sono propri dell’italiano e sono anche comuni allo spagnolo. Un esempio è il “misericordiare”. “Misericordiare” può stupire, perché in italiano è insolito, ma io ho cercato di dimostrare che c’era anche nella lingua italiana e, alla fin fine, lui poi non fa altro che rimetterla in circolazione, d’accordo anche con lo spagnolo. E quindi, dire che sia sbagliato dal momento che si tratta di una parola comprensibilissima, di una parola formata secondo le regole e la grammatica dell’italiano non è il caso. Al contrario, è una parola che diventa importante perché mette a fuoco un concetto che è importante nel discorso che Papa Francesco ci fa. Allora, creare neologismi mettendo a fuoco concetti chiave è un’abilità che non è comune.
D. – E’ l’autorità di chi parla a dire che il neologismo, oppure un dato modo di dire, può essere accettato e che non è un errore, oppure è qualche altra cosa, qualche altro criterio che lo dice?
R. – A mio giudizio, i criteri sono due. Da una parte, un modo di dire, un’espressione, una parola qualsiasi può essere accettata o dev’essere accettata quando è chiara. Detto ciò, le parole chiare certamente sono più facilmente accettate se sono quelle pronunciate dalle autorità, da chi conta, insomma. Quello che dice il Papa, quello che dice il presidente della Repubblica, quello che dicono gli scrittori, quello che dicono i giornalisti, quello che dicono anche i politici di per sé diventa punto di riferimento.
D. – Allora, appunto, oltre al linguaggio di Papa Francesco nel suo libro lei osserva la lingua degli italiani e in particolare il linguaggio delle istituzioni, dei politici, dei letterati, degli studiosi, dei giornalisti. In sintesi, qual è lo stato di salute della lingua parlata da queste categorie di persone?
R. – Lo stato di salute della lingua – che è una metafora, ovviamente – è ottimo. In che senso? Cioè: la lingua sta male quando sono pochi a parlarla e quando si parla poco. Certamente si può parlare male, ma “parlare male”, per me, significa fondamentalmente parlare in maniera incomprensibile. Allora, quando il giornalista parla in maniera incomprensibile, anche il giornalista parla male.
D. – Anche quando non si usa più il congiuntivo, o si usa poco, ad esempio?
R. – Il congiuntivo è un modo elegante, sicuramente, e chi lo sa usare dimostra certamente di essere raffinato ed elegante. Però, può coesistere con l’indicativo, non da oggi, dai tempi di Dante e magari prima. Allora, da questo punto di vista usare l’indicativo o usare il congiuntivo è come vestirsi in maniera diversa a seconda delle circostanze. Può essere sbagliato usare il congiuntivo quando questo non occorre, quindi può essere sbagliato essere super-eleganti in situazioni nelle quali magari è meglio essere sportivi. E viceversa, ci sono circostanze nelle quali il congiuntivo si impone. Questo non vuol dire che io non lo voglio usare o non lo debbo usare o mi auguro che muoia: assolutamente! Però, ripeto, il congiuntivo coesiste da secoli con l’indicativo.
(Da it.radiovaticana.va, 15/5/2016).

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