Il Guardian: grazie Italia, svolta democratica per l’Europa

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«Oh giorno felice. Il risultato elettorale italiano è un trionfo per la democrazia. “Nessun Papa, nessun governo, nessun capo della polizia”, recitava un Tweet a diffusione virale che salutava l’arrivo a Roma della “politica punk”. Il risultato è un antidoto, non solo per la corrotta politica italiana, ma anche per il dogma di austerità che ora prende l’economia dell’Europa per la gola. L’unico modo di allentare la sua presa è attraverso il voto. Congratulazioni, Italia». Così il “Guardian”, attraverso Simon Jenkins, saluta il clamoroso risultato italiano. «Il trionfatore elettorale più spettacolare è Beppe Grillo, un comico satirico scatenato ma con un messaggio chiaro: l’austerità, l’euro e la corruzione tutti insieme sono la causa dei mali continui che tormentano l’Italia. Possiamo discutere i problemi, ma perché preoccuparsi quando nessuno ascolta? Basti dire alle autorità in carica, come fa Grillo, di andare affanculo. Quando i politici hanno bandito Grillo dalle Tv, questi si è messo a usare il blog e la piazza. Il suo colpo da ko è stato il voto».

La vittima preferita di Grillo è «il poco longevo Mario Monti», continua il quotidiano britannico. «Costui venne spinto al governo un anno fa dalle banche per imporre una sofferenza senza limiti all’economia italiana, così da puntellare l’euro e proteggere i prestiti bancari tedeschi e di altri dalla svalutazione». Super-Mario era il cocco dei banchieri, scrive Jenkins. «Come la Grecia e senza una valuta locale che togliesse le castagne dal fuoco, l’economia italiana è stata portata al soffocamento». Recessione del 2,2% rispetto all’anno precedente, con un tasso ufficiale di disoccupazione salito al 10%. Monti ha promesso di frenare la caduta, ma senza più crescita e con di fronte il problema di un debito in continuo aumento. Così, «le future generazioni sarebbero in una condizione di schiavitù perpetua nei confronti delle banche tedesche». Bene, «Grillo ha parlato a queste generazioni», proponendo un referendum per abbandonare l’euro, che sarebbe «la chiave che apre la porta della prigione». E persino «la rinascita dello scandaloso Silvio Berlusconi» è una buona notizia: «La sua irresponsabilità potrebbe contribuire a spingere l’Italia verso una crisi finanziaria», e dunque, in ultima analisi, verso «una salvezza finale».

Per quel che sembra poter essere un intero decennio, l’Europa sta per essere dominata dalla “politica dell’austerità”, che il “Guardian” definisce «un gioco d’azzardo con l’economia di un intero continente, che fa il paio con quello degli anni Venti del secolo scorso». I leader (e i loro banchieri) affermano che l’austerità sia una punizione “necessaria” con cui rivolgersi ai popoli europei affinché consentano ai loro governi di chiedere prestiti che vanno oltre i loro mezzi». La politica, aggiunge Jenkins, non offre alcuna crescita che consenta di ripagare i debiti e nell’Eurozona non è possibile nessuna svalutazione che permetta di ridurre la loro incidenza. Il messaggio è «dimenticate Keynes e ingoiate la pillola amara, anche se è un veleno». E il Regno Unito? «Sebbene sia libera dalla camicia di forza dell’euro, la Gran Bretagna di George Osborne sa che l’austerità non conosce limiti: facendo calare la domanda l’economia fatalmente affonda, le entrate precipitano; per contro, il debito e il deficit crescono. È un classico circolo vizioso. Prima o poi, l’austerità diventa un fine e non più un mezzo: un’autoflagellazione ossessiva».

I ministri delle finanze che insistono col rigore «sembrano sacerdoti aztechi presso l’altare: se il sangue del sacrificio umano non fa arrivare la pioggia, allora occorre più sangue ancora». Per Jenkins, «si può ingannare solo una democrazia così a lungo». L’attuale dogma anti-keynesiano dura da quattro anni e, semplicemente, non funziona. In Grecia e in Spagna, la disoccupazione «colpisce spaventosamente un impressionante quarto della forza lavoro». Non solo: «La Francia è nei guai e anche in Germania i segnali dicono che la crescita crolla». I leader europei stanno costantemente trascinando l’insieme delle loro economie verso la depressione, danneggiando la propria competitività verso l’estero, forse per sempre. E stanno facendo tutto da soli, «in ossequio agli dei della fiducia, che però li hanno abbandonati da un sacco di tempo». Chiaramente, «nessuna nuova idea può disinnescare questi dogmatici». Gli economisti? «Stanno ai governi moderni come i dottori alle compagnie del tabacco, buoni solo per l’ultima parcella». Per dirla con Chesterton, il cambiamento giungerà soltanto con «un colpo secco alla testa». Che può essere uno soltanto: il voto.

«Se c’è una cosa che il politico teme più di un banchiere centrale, sono le elezioni», scrive Jenkins. «In breve tempo la Grecia ha ceduto alle parole della star dell’anti-austerità, Alexis Tsipras. L’Olanda è ferocemente anti-austerità. La Francia ha visto la sinistra anti-austerità cacciar via Nicolas Sarkozy dalla sua carica. L’austerità spagnola è alla mercé di separatisti fuori da tutti gli schemi. L’Italia ha Grillo, Dio solo sa con quali risultati». Un segnale forte anche dalla Gran Bretagna, anche se per ora a livello locale, con la clamorosa affermazione di quello che il “Guardian” definisce «il Grillo britannico», cioè l’euroscettico Nigel Farage: nelle elezioni suppletive di Eastleigh, nel sud dell’Inghilterra, il partito di Farage, l’Ukip, ha insidiato i liberaldemocratici riducendo del 12% il loro consenso e ha conquistato la piazza d’onore, scalzando i conservatori di Cameron, relegati al terzo posto.

Un risultato col botto, quello di Eastleigh, che è la città natale di un altro comico, Benny Hill. «I laburisti sono rimasti al loro misero quarto posto, senza intercettare un solo voto in uscita», osserva “Megachip”. «Se leggiamo alla luce del clamoroso risultato elettorale italiano anche la repentina crescita dell’Ukip in questa “constituency” inglese (dal 4 al 28% in appena tre anni) scorgiamo un fortissimo segnale di un trend che nel 2014 potrebbe terremotare le elezioni europee a livello continentale». Il leader dell’Ukip, Farage, anche secondo il “Guardian” «potrà prorompere sulla scena per recitare il ruolo di uno dei più allarmanti politici anti-austerità, ma il suo discorso è simile a quello di Grillo», dato che la politica convenzionale è stata applicata burocraticamente anche a livello locale. L’Europa resta lontana, e l’Eurozona è rigida. «Non c’è un’unica soluzione europea che vada bene per tutti», e le voci di chi sta fuori dal coro ripetono tutte lo stesso grido: «Seguitemi fino all’assemblea e cacciamo via questi bastardi».

Storicamente, aggiunge Jenkins, l’Italia è uno dei paesi stranieri preferiti dai britannici, nonostante le due massime istitizioni, la Repubblica e la Chiesa cattolica, «scivolino nella corruzione e nell’immoralità». Questa è l’Italia, dove persino l’ingovernabilità fa «bella figura», e nessuno crede che questa cosa finirà qui. L’ordine costituito è già in allarme per quello che definisce “populismo selvaggio”, a partire dagli Usa, scossa dai “Tea Party” e da “Occupy Wall Street”. «In Scandinavia, Olanda, Austria e Francia c’è periodicamente un comunista, un poujadista o un fascista che spacca il sistema», fondato sull’assetto bipartisan periodicamente messo in forse anche in Gran Bretagna. «La politica italiana troverà un suo nuovo equilibrio», conclude il “Guardian”. «Se sarà fortunata sarà fuori dalla zona euro e lungo la strada della ripresa; in caso contrario rimarrà prigioniera a vita dei banchieri dell’Eurozona». Ma, in un caso o nell’altro, «l’Italia si ricorderà di questo emozionante momento storico, del febbraio 2013. E così dovremmo fare anche noi».

Da: http://www.libreidee.org 06/03/2013




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