Il Grande Capo a Washington ci manda a dire che desidera comprare la nostra terra. (1854)

Il discorso di Capo Seath ( 1854 )  
E’ questa la dichiarazione del Capo Indiano Seath della tribù Suwamish , più noto con il nome di Capo Seattle, all’assemblea dei capi indiani del 1854 in risposta all’offerta che il presidente degli Stati Uniti Franklin Pierce fece per acquistare una grande estensione del territorio indiano, promettendo una riserva per il popolo pellerossa. 
Capo Seattle visse dal 1790 al 1866 nel regioni del Nordovest, fu capo degli indiani Suwamish  e Duwamish. 
   
“Il Grande Capo a Washington ci manda a dire che desidera comprare la nostra terra. Come si può comprare o vendere il cielo o il calore della terra? 
Per noi è un’idea che ci stupisce. Se non ci appartengono né la freschezza dell’aria né lo scintillio dell’acqua sotto il sole, come potreste comprarcelo? 
Ogni piccola parte di questa terra è sacra per il mio popolo. Ogni ago di pino, la riva sabbiosa, la bruma dei boschi, ogni insetto che nasce, il suo ronzio… è sacro nella memoria del mio popolo. La linfa che percorre gli alberi porta il ricordo del pellerossa. 
I morti dell’uomo bianco si dimenticano della loro terra natale quando vanno a passeggiare tra le stelle. I nostri morti, invece, non dimenticano mai questa bella terra, perché essa è madre del pellerossa. Siamo parte della terra ed essa è parte di noi. I fiori profumati sono nostri fratelli, il cervo, il cavallo, la grande aquila sono nostri fratelli. Le cime rocciose, l’odore delle praterie, il calore del corpo del puledro e l’uomo: tutti apparteniamo alla stessa famiglia. 
Quando il Gran Capo di Washington ci manda a dire che desidera comprare la nostra terra, è molto quello che ci chiede.  Il Gran Capo dice che riserverà per noi un posto, dove poter vivere comodamente. Lui sarà nostro padre e noi saremo suoi figli. Per questo, stiamo considerando la sua offerta di comperare la nostra terra. Ma non sarà facile perché la terra per noi è sacra. 
L’acqua scintillante che corre nei ruscelli e nei fiumi non è solo acqua: è il sangue dei nostri avi. Se noi vi vendiamo la nostra terra, voi dovreste ricordare che essa è sacra, e dovreste insegnarlo ai vostri figli, dovreste insegnare loro, che ogni immagine che si rispecchia nell’acqua dei fiumi o dei laghi parla di avvenimenti e ricordi della vita del nostro popolo. Se vi vendiamo la terra, voi dovreste insegnare ai vostri figli che i fiumi e i laghi sono nostri fratelli e che meritano l’attenzione che merita un fratello. 
Sappiamo che il bianco non capisce il nostro modo di essere. Per lui un pezzo di terra è uguale ad un altro. Lui è come un estraneo che arriva nella notte, strappa alla terra quello che gli è necessario e se ne va . Non guarda alla terra come ad una sorella ma come ad un nemico. E quando l’ha conquistata l’abbandona e parte per altri destini. Lascia indietro le tombe dei suoi padri e non se ne cura. Viola la terra dei suoi figli e non se ne cura. Tratta la sua madre terra e suo fratello, il  cielo, come cose che si possono comprare, saccheggiare, vendere, come pecore o lucenti monili. Il suo appetito divorerà la terra e temo, che dietro, resterà solo il deserto. 
Non so. Le nostre usanze sono diverse dalle vostre. L’immagine delle vostre città ferisce l’occhio del pellerossa, ma probabilmente perché il pellerossa è selvaggio e non capisce. 
Non esiste tranquillità nelle città dei bianchi. Non c’è un posto dove si possa ascoltare il rumore delle foglie o il sussurro delle ali di un insetto. Ma forse dico questo perché sono un selvaggio e non capisco. Il rumore delle città disturba l’udito. Come sarebbe la vita dell’uomo se non potesse ascoltare il grido solitario del coyote o l’animata conversazione notturna dei rospi nello stagno? Io sono pellerossa e non capisco. 
L’indiano preferisce il dolce suono del vento che slanciandosi come una freccia accarezza lo stagno e preferisce l’odore del vento bagnato dalla pioggia mattutina, o profumato dal pino pieno di pigne. L’aria è preziosa per il pellerossa, perché tutte le cose condividono lo stesso respiro. Le bestie, l’albero, l’uomo tutti respirano la stessa aria. L’uomo bianco sembra non far caso all’aria che respira come un essere agonizzante da molto tempo, è insensibile al cattivo odore che emana.Ma se noi vi vendiamo la terra, voi dovreste ricordarvi che l’aria è sacra. L’aria che ha raccolto il primo respiro del nostro antenato e ne ha raccolto anche l’ultimo. Voi dovreste mantenerla intatta e sacra perché si possa assaporare il vento purificato dal profumo dei fiori. 
Se decidiamo di vendere la terra, lo faremo ad una condizione, l’uomo bianco dovrà trattare gli animali e queste terre come suoi fratelli e sue sorelle 
Io sono un selvaggio e non capisco altre forme di pensiero. Ho visto migliaia di bufali imputridire nella prateria, abbandonati dai bianchi dopo averli colpiti con il fucile da un treno in corsa. Io sono un selvaggio e non capisco come il cavallo di ferro, sia più importante del bufalo che noi sacrifichiamo soltanto quando ne abbiamo bisogno per sopravvivere. 
Cos’è l’uomo senza animali? Se tutti sparissero l’uomo avrebbe una gran solitudine di spirito. Perché tutto quello che accade agli animali, in seguito si ripercuote sull’uomo. 
Tutti noi esseri viventi siamo mutuamente dipendenti uno dall’altro. 
Noi sappiamo questo: la terra non appartiene all’uomo, è l’uomo che appartiene alla terra. Noi sappiamo che tutte le cose appartengono ad una unica famiglia. Tutto è unito. Non è l’uomo che ha ordito le trame del tessuto della vita egli è solo uno dei suoi fili. Quello che l’uomo fa a questo tessuto lo fa a se stesso. 
Noi sappiamo una cosa che l’uomo bianco non sa, ma un giorno scoprirà, il vostro Dio e il nostro Dio sono lo stesso Dio. 
Voi pensate che Lui sia una vostra proprietà, come per la terra, ma non è così. E non sarà così. Lui è Dio di tutti gli esseri e la sua compassione è la stessa verso il popolo pellerossa e verso l’uomo bianco.
Per Lui la terra è preziosa e recar danno alla terra è disprezzare il Creatore. 
Questo destino per noi è un mistero. 
Ma noi siamo selvaggi e non capiamo quando vediamo tutti i bufali sacrificati, i cavalli selvaggi domati, gli angoli dei boschi impregnati dall’odore di molti uomini, le cime delle montagne macchiate di filo spinato. 
Dov’è il bosco? E’ sparito! Dov’è l’aquila? Sparita! 
E’ la fine della vita e l’inizio della sopravvivenza. “

L’invenzione del “discorso” del Capo Seattle

di Sandra Busatta

Il discorso di Capo Seattle si rivela una leggenda urbana, scritta in tempi diversi da un politico locale e uno sceneggiatore cinematografico, con qualche aggiunta qua e là.

Michael Her Many Horses direttore esecutivo della tribù Oglala Sioux di Pine Ridge South Dakota ricorda bene quando dubitò del discorso di Capo Seattle trasmesso durante un documentario TV sulla foresta pluviale della Costa Nordovest: “Mi faceva sentire bene — rivela a Newsweek — ma era troppo perfetto” (Jones-Sawhill 1992:68) mentre Ross Anderson del Seattle Times avvertiva che frasi diventate immortali come “La terra è nostra madre” “Contaminate il vostro letto e una notte soffocherete nella vostra sporcizia” stampate su milioni di poster e T-shirt oppure quel patetico ricordo “Ho visto migliaia di bisonti marcire sulla prateria abbandonati dall’uomo bianco che sparava loro da un treno di passaggio” erano state inventate e anche piuttosto di recente.

Citato da politici e personaggi di ogni genere dal principe Filippo d’Inghilterra a Bush padre a Gore e a Bill Gates entrato nel Libro Verde del governo canadese, trasformato nel “santo patrono’’ del movimento ecologista — e con qualche ragione dato che Seattle era cattolico – diventato un toponimo di quella città che ha visto nascere il cosiddetto — a torto — Popolo di Seattle che assedia i vertici internazionali, Capo Seattle divenne una star dopo che un certo Ted Perry scrisse la sceneggiatura di un documentario ecologista prodotto per la TV da una chiesa protestante la Southern Baptist Convention (quella dell’ex presidente Clinton). Questa è la storia di un capo di guerra suquamish e del suo “discorso’’.

Capo Seattle nacque nel 1786 da Schweabe un capofamiglia e capo di guerra suquamish e dalla sua schiava duwamish Scholitza razziata dal villaggio dove il padre era capo. Tra queste tribù del Puget Sound dove le differenze sociali erano molto marcate come in tutta l’area il bambino era quindi di bassa estrazione ma l’arrivo dei bianchi lo favorì. La zona era stata visitata dal capitano Cook e altri esploratori poco tempo prima ed era già stata spazzata da una terribile epidemia di vaiolo. Nel 1792 la nave inglese Discovery del capitano Vancouver visitò le tribù del Puget Sound per commerciare; il nostro eroe aveva otto anni e la vista degli stranieri lo impressionò enormemente.

Apprezzò soprattutto la tecnologia e le armi da fuoco europee: in quel periodo i suquamish erano vittime non solo delle razzie schiaviste dei vicini salish come loro e delle potenti tribù più a nord ma anche degli yakama che vivevano oltre le montagne Cascades in cerca di schiavi da vendere alle tribù californiane. Fu durante queste guerre intertribali che cominciò a distinguersi: dopo una scorreria di successo contro le genti del Fiume Verde e del Fiume Bianco, il giovane assunse il nome del nonno paterno durante una cerimonia potlatch. I suquamish appartengono ai salish della Costa centrali e parlano una variante della lingua lushootseed (vedi HAKO 11); il nome del nonno See-yahtlh pronunciato con una laterale fricativa alla fine che non si può rappresentare in inglese venne reso come Sealth o Seattle. Poco dopo il giovane divenne capo dei suquamish e duwamish (cui aveva diritto per parte di madre) e riceveva l’omaggio di altre sei tribù; temuto per i suoi attacchi da tutto il Puget Sound secondo gli storici fu quello che condusse più scorrerie di tutti i capi della zona. Ebbe due mogli e varie concubine anche dopo la conversione al cattolicesimo nel 1830 e otto schiavi che liberò dopo la Proclamazione di Emancipazione di Lincoln nel 1863.

Battezzato con il nome di Noah (Noè) accettò dei missionari francesi come maestri di dottrina e istituì la preghiera del mattino e della sera nella tribù.

Nel 1832 la Hudson’s Bay Company britannica aprì un posto commerciale nella zona e Seattle se ne avvantaggiò subito; fece amicizia anche con gli Americani e in particolare il dr. David Maynard medico commerciante e agente indiano e lo consigliò di stabilire un negozio presso Punta Aki (“fra breve’’ in gergo chinook) dove esisteva un minuscolo villaggio chiamato Duwamps in onore dei duwamish. L’impresa commerciale ebbe successo e il villaggio si sviluppò talmente che i coloni, in segno di gratitudine, cambiarono il nome in Seattle. Il capo non ne fu tanto contento: anche se era cattolico, non aveva abbandonato la sua cultura: il suo nome, pronunciato troppo spesso, poteva ostacolargli la via dell’aldilà dopo la morte. Dato che non riusciva a convincere gli amici a rinunciare e poiché nella sua cultura i nomi sono una proprietà privata come un oggetto, alleviò il suo disappunto lucrando sulla maggiore influenza politica che gliene derivava e facendosi pagare una tassa per l’uso del nome.

Nel 1854 il governatore territoriale Isaac Stevens arrivò a Seattle per ottenere un trattato che convincesse le tribù del Puget Sound a trasferirsi in riserva. A nome dei suquamish e duwamish Seattle firmò il trattato di Point Elliot per primo, riservandosi però il diritto di visitare i propri cimiteri a piacere e altri diritti di caccia e pesca fuori riserva che sarebbero stati ripresi negli anni Sessanta dai militanti della zona con i famosi fishins e riconosciuti dai tribunali americani con una storica sentenza. Stevens lo nominò capo supremo e rappresentante delle due tribù, ma i duwamish si rifiutarono di riconoscere il trattato, perciò restarono senza riserva ed entrarono a far parte del proletariato multietnico della città. Cercò di fare il possibile per ottenere il rispetto degli accordi come giudice tribale, ma rifiutò di allearsi al capo nisqually Leschi e alla sua sfortunata ribellione. Durante il suo ultimo potlatch nel 1862 donò tutto quello che aveva e morì nel 1866; al suo funerale, parteciparono moltissimi indiani e amici bianchi, e venne sepolto nel cimitero cattolico di Suquamish, nei cui pressi oggi, ogni agosto, le tribù della Costa Nordovest si radunano per i Chief Seattle Days.

Ogni anno gli Archivi Nazionali, la Smithsonian Institution, la Biblioteca del Congresso e l’Agenzia di Informazioni degli USA ricevono numerose richieste, da persone e istituzioni Americane e straniere, per avere il testo originale del discorso che Capo Seattle avrebbe pronunciato e di una lettera che avrebbe mandato al presidente Franklin Pierce nel 1855.

“Sfortunatamente – scrive l’archivista Jerry L. Clark nel 1985 – nessuno è stato in grado di trovare né la lettera né un testo affidabile del discorso”.

Il testo appare spesso nelle antologie di letteratura e oratoria indiana, ma questo capolavoro di eloquenza non a alcun fondamento storico.

Rudolf Kaiser, uno dei primi a scoprire la verità (1989), esprime bene il senso di frustrazione che lo colse quando tentò di conoscere l’origine di questo “manifesto di sentimento e pensiero ecologico’’ (Kaiser, 1999:505): dopo aver inseguito il testo attraverso le varie organizzazioni ambientaliste che lo avevano citato a cascata, come nel gioco dell’oca, veniva sempre rimandato alla casella di partenza. La sua ricerca era motivata dalla constatazione che, nello sviluppo del pensiero ecologico in Europa negli anni Settanta e Ottanta, gli indiani d’America, chiamati in Germania e nei paesi influenzati dalla cultura tedesca “popoli naturali’’, più di qualsiasi altro gruppo umano, erano “visti e presentati come modelli di un atteggiamento ecologico, talvolta persino come conservazionisti nati, o santi patroni di una stretta relazione tra l’uomo e il suo ambiente naturale” e una delle ragioni di ciò, secondo lui, era da ascrivere al diffusissimo “discorso’’ di Capo Seattle, “salutato come profeta di un sentimento ecologico che si dice manchi nelle nazioni industrializzate” (Kaiser, 1999:505). Per dimostrare le sue affermazioni propone vari esempi da pubblicazioni, trasmissioni radio e televisive degli anni Ottanta promosse da organizzazioni cattoliche tedesche e inglesi, gruppi ambientalisti olandesi e svedesi, americani, fino al giornale pubblicato dalla linea aerea Northwest Orient e il Seattle Times. Tuttavia ricorda che, quando chiese ai ragazzi della Scuola Superiore Acoma-Laguna della riserva laguna cosa sapevano di Seattle, i giovani indiani riuscirono solo a nominargli la città e gli confermarono perciò che il “il testo del discorso è famoso nei circoli ambientalisti, ma Capo Seattle, come persona storica non sembra altrettanto noto delle sue parole — neppure tra gli indiani” (Kaiser, 1999:508).

I verbali del consiglio per il Trattato di Point Elliot del 1855, conservati negli Archivi Nazionali, secondo molti l’occasione in cui Seattle pronunciò la sua orazione, contengono due dichiarazioni rivolte al governatore Stevens. Il 22 gennaio disse: “Ti considero mio padre, io e il resto ti considera tale. Tutti gli indiani hanno gli stessi buoni sentimenti verso di te e lo manderanno a dire sulla carta al Grande Padre. Tutti gli uomini, i vecchi, le donne e i bambini sono contenti che lui ti abbia inviato a prendersi cura di loro. La mia mente è come la tua, non voglio dire di più. Il mio cuore è molto buono verso il dr. Maynard. Voglio prendere sempre le medicine da lui”.

Stevens si affrettò ad assicurargli che avrebbero avuto un medico e chiese e ottenne tre urrà per ratificare l’accordo. Il giorno dopo Stevens distribuì dei doni e Capo Seattle, a nome suo e degli altri capi portò una bandiera bianca e la donò dicendo:

“Ora con questo siamo amici e mettiamo via tutti i cattivi sentimenti se mai ne abbiamo avuti. Siamo amici degli Americani. Tutti gli indiani sono della stessa idea. Guardiamo a te come a un Padre. Non cambieremo mai idea, ma dato che sei venuto a trovarci saremo sempre gli stessi. Ora! Ora, invia questa carta dei nostri cuori al Grande Capo. Questo è tutto quello che ho da dire” (Furtwangler, 1997:57- 58). “Il tono e il soggetto di entrambi i discorsi sono decisamente differenti da quello popolarizzato di recente”, osserva Kaiser (1999:509). La più antica documentazione che abbiamo del “discorso’’ è un articolo su un giornaletto locale, il Seattle Sunday Star, pubblicato nel 1887 da un medico, tale dr. Henry A. Smith, come n. 10 di una serie di Reminiscenze dei primi pionieri, con il titolo “Ritagli da un diario — Capo Seattle — un gentiluomo per istinto — la sua eloquenza nativa, ecc.”. L’orazione è fatta precedere da una breve introduzione che crea l’evento mitico: durante il ricevimento in onore di Stevens di fronte all’ufficio del dr. Maynard in Main Street (e non durante il trattato, cui Smith non partecipò neppure secondo i resoconti), il 12 gennaio 1854: “Capo Seattle si alzò con tutta la dignità di un senatore, che porta la responsabilità di una grande nazione sulle sue spalle. Ponendo una mano sulla testa del governatore e puntando lentamente verso il cielo il dito indice con l’altra, cominciò il suo memorabile discorso in toni solenni e imponenti’’ e conclude “Altri oratori seguirono, ma io non presi appunti. La replica del governatore fu breve. Promise semplicemente di incontrarli in un consiglio generale in qualche futura occasione per discutere il trattato proposto. Capo Seattle promise di aderire al trattato, se ne veniva ratificato uno, da osservare alla lettera, perché egli era sempre il saldo e fedele amico dell’uomo bianco. Quanto sopra è solo un frammento del suo discorso e manca di tutto il fascino prestatogli dalla grazia e dall’ardore del bruno vecchio oratore e dell’occasione”.

Da un lato vi è quindi il Nobile Selvaggio, alto, dignitoso, vestito semplicemente, che parla con sonoro eloquio, nella descrizione di Smith “un titano tra i lillipuziani e la sua minima parola era legge”, le cui parole “uscivano dalle sue labbra come gli incessanti tuoni di cateratte che sgorgano da inesauste fontane”, la cui “voce dal tono di tromba rollava sull’immensa moltitudine come il sorprendente battito di un tamburo”, dall’altra un Meschino Burocrate, basso di statura, che usa “uno stile semplice, diretto, discorsivo”, ma privo di spessore, sullo sfondo di una terra vergine, la foresta immensa di cedri in procinto di essere tagliata dagli invasori bianchi (Furtwangler, 1997). E questo è il testo completo della versione Smith: “Lassù il cielo che ha pianto lacrime di compassione sui nostri padri per secoli innominati e che, a noi, sembra eterno, può cambiare. Oggi è bello, domani può essere coperto di nubi. Le mie parole sono come le stelle che non tramontano mai. Ciò che Seattle dice il Grande Padre Washington – (Gli indiani all’inizio pensavano che Washington fosse ancora vivo. Sapevano che quello era il nome di un presidente, e quando sentivano del presidente a Washington, scambiavano il nome della città con quello del capo regnante. Pensavano anche che Re Giorgio fosse ancora il re d’Inghilterra, perché i commercianti dell’Hudson’s Bay chiamavano se stessi “gli uomini di Re Giorgio’’. Questo inganno innocente la Compagnia era abbastanza astuta da non divulgare, perché gli indiani avevano più rispetto per loro di quanto ne avrebbero avuto, se avessero saputo che l’Inghilterra era governata da una donna [la regina Vittoria]. Qualcuno di noi sa come va il mondo) – può contarci con altrettanta certezza di come i nostri fratelli dal volto bruno fanno conto sul ritorno delle stagioni. Il figlio del capo bianco dice che suo padre ci manda saluti di benessere e benevolenza. È gentile, perché sappiamo che ha poco bisogno della nostra amicizia in cambio, perché la sua gente è numerosa. Sono come l’erba che copre le vaste praterie, mentre la mia gente è scarsa e assomiglia agli alberi sparsi di una pianura battuta dalle tempeste. Il grande, e presumo anche buono, capo bianco ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra ma è disposto a concederci di conservarne abbastanza da viverci confortevolmente. Questo in verità appare generoso, perché l’uomo rosso non ha più diritti che e gli abbia la necessità di rispettare e l’offerta può anche essere saggia perché non abbiamo più bisogno di un grande paese. C’è stato un tempo in cui il nostro popolo copriva l’intera terra, come le onde di un mare agitato dal vento coprono il suo pavimento di conchiglie. Ma quel tempo è assai lungi trascorso e la grandezza delle tribù ora è quasi dimenticata. Non piangerò sulla nostra decadenza prematura né rimprovererò i nostri fratelli dal volto pallido per averla affrettata, perché anche noi forse siamo da biasimare Quando nostri giovani s’infuriano per qualche torto reale o immaginario e sfigurano le loro facce con la pittura nera, anche i loro cuori sono sfigurati e diventano neri e allora la loro crudeltà è sfrenata e non conosce confini e i nostri vecchi non sono in grado di frenarli. Ma speriamo che l’ostilità tra l’uomo rosso e suoi fratelli volti pallidi non possa mai tornare. Avremmo tutto da perdere e nulla da guadagnare. E’ vero, quella vendetta, tra i nostri giovani guerrieri, è considerata guadagno, anche a costo della loro vita, ma i vecchi che stanno a casa in tempo di guerra e le vecchie che hanno figli da perdere, sanno come va il mondo. Il nostro grande padre Washington, perché suppongo che ora sia nostro padre, com’è il vostro, da quando Giorgio ha trasferito suoi confini a nord; il nostro grande padre dico, ci manda a dire tramite suo figlio, che, senza dubbio, è un grande capo tra la sua gente, che se facciamo come desidera, ci proteggerà. I suoi eserciti coraggiosi saranno per noi un rigido muro di forza e le sue grandi navi da guerra riempiranno i nostri porti sicché nostri antichi nemici laggiù a nord, Tsimshiane gli Haida, non spaventeranno più le nostre donne e i vecchi. Allora egli sarà nostro padre e noi suoi figli. Ma potrà mai essere così? Il vostro Dio ama il vostro popolo e odia il mio; allarga il braccio amoroso intorno all’uomo bianco come un padre fa con il suo fantolino, ma ha abbandonato suoi figli rossi; fa crescere la vostra gente più forte ogni giorno e presto riempirà la terra; mentre il mio popolo sta recedendo come una veloce bassa marea, che non tornerà più a salire. Il Dio dell’uomo bianco non può amare i suoi figli rossi o li proteggerebbe. Essi sembrano orfani e non possono volgersi da nessuna parte per avere aiuto. Come possiamo allora diventare fratelli? Come può vostro padre diventare nostro padre e portarci prosperità e risvegliare in noi sogni di nuova grandezza? Il vostro Dio ci sembra parziale. Venne con l’uomo bianco. Noi non Lo vedemmo mai; non udimmo mai la Sua voce. Egli diede al bianco leggi ma non ebbe una parola per i Suoi figli rossi i cui brulicanti milioni riempivano questo vasto continente come le stelle riempiono il firmamento. No, noi siamo due razze distinte e dobbiamo rimanere sempre così. C’è poco in comune tra noi. Le ceneri dei nostri antenati sono sacre e il loro finale luogo di riposo è sacra terra, mentre voi vi allontanate dalle tombe dei vostri padri senza apparente rimpianto. La vostra religione fu scritta su tavole di pietra con dito di ferro da un Dio furioso, per tema che le dimenticaste. L’uomo rosso non potrebbe mai ricordarle né comprenderle. La nostra religione è fatta delle tradizioni degli antenati, dei sogni dei nostri vecchi, donati loro dal Grande Spirito, e delle visioni dei nostri sachem ed è scritta nei cuori della nostra gente. I vostri morti cessano di amare voi e la casa della loro nascita non appena oltrepassano la porta della tomba. Vagano lontano oltre le stelle, presto sono dimenticati e non tornano mai, nostri morti non dimenticano mai il bel mondo che diede loro esistenza. Amano ancora suoi fiumi tortuosi, le sue grandi montagne e le valli secluse e sospirano sempre di tenerissimo affetto per i vivi dal cuore solo e spesso ritornano a visitarli e confortarli. Giorno e notte non possono abitare insieme. L’uomo rosso ha sempre fuggito l’avvicinarsi del bianco, come la mutevole bruma sui monti fugge di fronte al fiammeggiante sole del mattino. Comunque la tua proposta sembra giusta e io penso che la mia gente la accetterà e si ritirerà nella riserva che offri loro e noi vivremo separati e in pace, perché le parole del grande capo bianco sembrano la voce della natura che parla al mio popolo dalla spessa oscurità e si sta radunando intorno a loro come una densa nebbia fluttua verso terra da un mare di mezzanotte. Importa poco dove passeremo il resto dei nostri giorni. Non sono molti. Lanotte dell’indiano promette di essere scura. Nessuna stella lucente brilla all’orizzonte . Venti dalla voce triste si lamentano lontano. Qualche accigliata Nemesi della nostra razza sta sul sentiero dell’uomo rosso e dovunque andrà sentirà i passi saldi del crudele distruttore che si avvicinano e si appresta a incontrare il suo fato, come fa la cerva morente quando ode appropinquarsi i passi del cacciatore. Qualche altra luna, qualche altro inverno e nessuno di tutti i potenti ospiti che un tempo riempivano quest’ampia terra o che vagavano in bande frammentarie attraverso queste vaste solitudini resterà a piangere sulle tombe di un popolo un tempo tanto potente e pieno di speranze come il vostro. Ma perché dovremmo lamentarci? Perché dovrei protestare per il fato del mio popolo? Le tribù sono fatte di individui e non sono migliori di loro. Gli uomini vanno e vengono come le onde del mare. Una lacrima, un tamanawus [cerimonia indiana in gergo chinook], un canto funebre ed essi se ne sono andati lontano dai nostri occhi bramosi per sempre Anche l’uomo bianco, il cui Dio ha camminato e ha parlato con lui, non è esente dal comune destino. Noi possiamo essere fratelli dopo tutto. Vedremo. Pondereremo la vostra proposta e quando avremo deciso ve lo diremo. Ma se dovessimo accettarla io qui e ora faccio questa prima condizione, che non ci sarà negato il privilegio, senza molestia, di visitare a piacere le tombe dei nostri antenati e amici. Ogni parte di questo paese è sacra al mio popolo. Ogni fianco di collina, ogni valle, ogni piano e boschetto è stato santificato da qualche cara memoria e triste esperienza della mia tribù. Anche le rocce che sembrano giacere mute e accaldate sotto il sole lungo la riva silente del mare in solenne grandezza vibrano alle memorie degli eventi passati connessi con il fato del mio popolo e la stessa polvere sotto i vostri piedi risponde con più amore ai nostri passi che ai vostri, perché è ceneri dei nostri antenati e i nostri piedi nudi sono consapevoli del suo tocco affettuoso, perché il suolo è ricco della vita della nostra stirpe I bruni guerrieri e le madri amorevoli e le fanciulle dal cuore gaio e i bambinetti che vivono e gioiscono qui e i cui stessi nomi sono ora dimenticati, amano ancora queste solitudini e i loro profondi rifugi al vespro diventano ombrosi per la presenza di spiriti oscuri. E quando l’ultimo uomo rosso sarà scomparso dalla terra e la sua memoria tra bianchi sarà diventata un mito, queste spiagge brulicheranno degli invisibili morti della mia tribù, e quando i figli dei vostri figli penseranno di essere soli nel campo, nel magazzino, nella bottega, sulla strada maestra o nel silenzio dei boschi non saranno soli. In tutta la terra non vi è luogo dedicato alla solitudine. Di notte, quando le strade delle vostre città e dei vostri villaggi saranno silenziose e voi le crederete deserte, esse saranno affollate dagli spiriti di quelli che un tempo riempivano e ancora amano questa bella terra. L’uomo bianco non sarà mai solo. Che sia giusto e tratti gentilmente il mio popolo perché i morti non sono del tutto impotenti”.

Ci sono parecchi problemi con questo discorso, scritto da un medico che era anche un letterato e un poeta, anche se non eccelso: intanto manca il diario da cui sarebbero stati tratti i frammenti, non ne esiste traccia, anche se lui sul letto di morte confermò di aver fatto note estese da cui aveva ricostruito il discorso (Rich 1970:45). Ricostruito, non citato solo un frammento come dichiarava nel 1887. Seattle, inoltre parlò nella sua lingua nativa, la variante duwamish del lushootseed (che comprende 17 varianti), dato che non conosceva l’inglese e non amava il gergo chinook e gli interpreti tradussero in gergo chinook e di qui in inglese. Il gergo chinook, che comprendeva) circa 500 parole, ma che variava di periodo in periodo, aveva un nocciolo duro di vocaboli etimologicamente nootka, francesi, lower chinook, inglesi, e talvolta lushootseed con qualche parola algonchina entrata via il francese e una sintassi sempre più influenzata dall’inglese (Silverstein, 1996:129). Usato da commercianti e missionari non era adatto, come si può capire, per pronunciare alate orazioni. Anche se qualche autore sostiene che Smith conosceva il lushotseed, in realtà era arrivato da meno di un anno e certo non era in grado di prendere appunti da quella lingua. Non abbiamo traccia del discorso neppure nel giornale territoriale Columbian a Olympia, né nei ricordi e diari dei contemporanei presenti. Il governatore Stevens amava la letteratura e in particolare l’oratoria e nei suoi diari parla abbastanza in esteso di altri discorsi indiani, ma qui tace e così fa George Gibbs, uno dei suoi subordinati, che non solo teneva resoconti ufficiali per conto del governatore, ma un diario privato, che contiene una messe di informazioni sugli indiani del Puget Sound, con particolare riguardo al soprannaturale. Dato che il tema principale di questa versione del discorso non è la riverenza per la terra, in senso ecologista,

 

“ma la persistenza e l’immanenza degli spiriti tribali, anche dopo un cambiamento temporale che possa aver annichilito la gente che viveva nella regione da lungo tempo” (Furtwangler, 1997:36),

era difficile che ignorasse “l’esteso ed esplicito racconto di immanenza spirituale di un capo” (Furtwangler, 1997:53). In una poesia intitolata alla città, “Seattle’’, il dr. Smith gioca sul “nomen/omen’’, un nome che è un presagio di gloria, “come una volta fece il nome di Logan, che condusse l’avanguardia della lotta” (Furtwangler, 1997:40.) Ora la retorica indiana è un genere letterario Americano: Benjamin Franklin cominciò la sua attività di tipografo stampandoi discorsi dei capi pronunciati ai trattati — e ne inventò anche qualcuno — e Jefferson rese immortale proprio quello dello sfortunato capo mingo Logan, cui era stata vigliaccamente sterminata la famiglia e che termina “Chi è là a piangere Logan? Nessuno”, un monumento al tema dell’Indiano che Scompare. Non è un caso che Jefferson lo paragoni a Demostene e Cicerone, due grandissimi oratori del partito perdente del momento. L’indiano, nella letteratura o a teatro, diventa così una sineddoche, il portavoce della natura, “un prezioso nobile artefatto — una suggestiva reliquia dell’ultima voce vivente di un tempo passato” (Furtwangler, 1997:46). Quanto alla permanenza degli spiriti dei morti, è un tema molto caro al pre-Romanticismo e al Romanticismo anglosassone e in particolare a quegli esponenti Americani che sono Thoreau e Hawthorne, che il letterato Smith conosceva certamente. È questo il periodo, inoltre, in cui il movimento nativista della Giovane America e del Partito Know Nothing dei Nativi Americani (cioè degli Americani di origine anglosassone contro gli immigrati tedeschi e irlandesi) riusciva a mandare alla presidenza Pierce, proprio quello a cui sarebbe indirizzata la fantomatica “lettera’’ di Seattle. Gli Americani avevano ormai sepolto abbastanza generazioni da sentirne anch’essi la presenza, anche a Seattle. Smith, che faceva parte della vecchia élite, vedeva il suo potere svanire di fronte ai nuovi venuti, i populisti radicali giunti al potere di recente in città, mentre già si prospettavano le tensioni sociali degli anni 1890. Questo discorso, che rappresenta bene l’ideologia del Destino Manifesto vista da parte indiana, poteva anche rievocare i “vecchi’’ pionieri, travolti dalla modernità inquieta dello sviluppo dell’Ovest. Anche la malinconia del discorso non è del tutto giustificata: Capo Seattle aveva di certo cose più concrete da contrattare, da buon capo mercante, che piangere sul mesto futuro e di certo doveva essere di buon umore, perché veniva nominato referente preferito dei bianchi, con tutto il prestigio e il potere che ciò comportava. Egli, infatti, faceva parte così dell’élite locale, gradito ospite alle feste e ai ricevimenti, come quando portò settecento persone al matrimonio di un maggiorente locale nel 1862, e inscenò un grandissimo spettacolo (Furwangler 1997:146). Quanto alla tesi di Bierwent (1998), che esistono cioè degli elementi tipicamente salish nel discorso, come una struttura in cinque punti e certi riferimenti ad avvenimenti concreti (i preparativi per il trattato) o certi temi come quello dei guerrieri con la faccia dipinta di nero, che sarebbero sfuggiti a Smith, questa tesi non sembra supportata logicamente. Non solo, dopo oltre trent’anni Smith, letterato e cultore di usi locali, doveva aver ben imparato la retorica indigena, ma era anche al corrente di fatti, come le ribellioni cui il discorso fa cenno in forma semi-profetica, perché ovviamente erano già avvenute e Seattle si era distinto per aver salvato molte vite Americane avvisando i coloni. Gli indiani, però, non sparirono, come prevedeva il discorso, che invece affondò nell’oblio (a parte una pubblicazione nella Storia di Seattle di F.J. Grant nel 1891) finché non venne ripreso nel 1931, quando C.B. Bagley lo ripubblicò nella Washington Historical Quarterly con qualche variazione e l’aggiunta di queste parole “Morti — ho detto? Non c’è nessuna morte. Solo un cambio di mondi” (Bagley, 1931:255), che restò attaccata al testo e “può aver aperto la via a manipolazioni molto libere e volontarie del testo originale da parte di altri editori” (Kaiser, 1999:513). Nel 1932 apparve il libretto di J.M. Rich, Chief Seattle’s Unanswered Challenge, che contiene ancora altre varianti e l’aggiunta di Bagley e fu ristampato parecchie volte, ma senza clamore. È negli anni sessanta e settanta che i tempi cambiano: nel 1969 il poeta e scrittore William Arrowsmith (la cosiddetta versione 2) pubblica il “Discorso di Capo Seattle’’, che altera non tanto il contenuto, quanto le parole e le espressioni, secondo l’autore “modernizzandole’’, “traducendo’’ in inglese moderno la patina vittoriana di Smith. Appaiono altri due testi, tra cui la famigerata “lettera’’ al presidente Pierce e che è virtualmente identica alla cosiddetta e più nota versione 3 (di Ted Perry) del 1972 e alla versione 4 (una Perry abbreviata) anonima dell’Expo ‘74 di Spokane, Washington State, delle parole del vecchio capo. L’origine di questo testo notissimo è questa: Arrowsmith lesse la sua versione a un raduno ecologista, il Giorno della Terra (Earth Day), e il suo collega all’Università del Texas, Ted Perry, gli chiese di poterla usare nella sceneggiatura di un documentario di una serie contro l’inquinamento che gli aveva commissionato nel 1969 o 1970 la chiesa battista Southern Baptist Convention. Del testo Perry usò solo il 10 % circa: “Così scrissi un discorso che era un’invenzione letteraria. Suppongo che ci fossero parecchie frasi che erano parafrasi di frasi nella traduzione del prof. Arrowsmith ma il resto era mio e nel dare la sceneggiatura ai battisti ho sempre messo in chiaro che il lavoro era mio. E loro, naturalmente, sapevano che la sceneggiatura era originale; sicuramente non mi avrebbero pagato, come hanno invece fatto, per un discorso che era stato semplicemente ricopiato”.

Perry fece l’errore, dice, di usare il nome di Seattle nel testo: “Nello scrivere un discorso inventato avrei dovuto usare un nome fittizio’’. Comunque, quando vide il suo documentario, intitolato Home, trasmesso in TV nel 1972, scoprì che era stato omesso il suo nome: “Ne fui più che sorpreso, mi arrabbiai. Così chiamai il produttore e lui mi disse che pensava che il testo poteva sembrare più autentico se non c’era l’attribuzione. Cancellai il mio contratto con la chiesa battista per un’altra sceneggiatura…” (lettera di Perry a Kaiser 1983, in Kaiser, 1999:520).

Il produttore cristianizzò ulteriormente il testo di Perry e lo trasforma in “lettera’’ al presidente Pierce. Perry, che dopo essere passato per un falsario, e aver cercato inutilmente di protestare tra il 1972 e il 1992 che era lui il vero autore, si è ritirato in Vermont e praticamente rifiuta di tornare sull’argomento (dato anche il danno economico che ha ricevuto per mancanza del copyright), ha scritto la versione “che ha conquistato l’immaginazione di milioni di persone in molti paesi del mondo” (Kaiser, 1999:520) e che ha fatto dire a monsignor Bruce Kent, Cappellano Nazionale di Pax Christi, Società Unita per la Propagazione del Vangelo in Gran Bretagna: “Penso veramente che sia il quinto Vangelo, quasi …” (Kaiser, 1999:521).

Ecco la versione 3 di Perry fornita dal sito dell’università di Stanford, che però mi sembra mischiata con la versione 4 di Spokane (non ho potuto trovare un sito con la versione Perry assolutamente certa): “Il Grande Capo a Washington ci manda a dire che desidera comprare la nostra terra. Il Grande Capo ci invia anche parole di amicizia e benvolere. E’ gentile da parte sua, perché ha scarso bisogno della nostra amicizia in cambio. Ma noi considereremo la vostra offerta. Perché sappiamo che se non vendiamo, il bianco può venire con i fucili e prendere la nostra terra. Come possiamo comprare o vendere il cielo? Il calore della terra? L’idea ci è estranea. [Nella versione 4 più compatta, l’incipit, famosissimo, è condensato: Il Presidente a Washington ci manda a dire che vuole comprare la nostra terra. Comprare la terra! Ma comprare o vendere il cielo? La terra? L’idea ci è estranea]. Se non sono nostri la freschezza dell’aria e lo scintillio dell’acqua, come potete comprarli? Ogni parte della Terra è sacra al mio popolo. Ogni lucente ago di pino, ogni spiaggia sabbiosa, ogni bruma nei boschi oscuri, ogni chiaro insetto ronzante è santo nella memoria e nell’esperienza del mio popolo. La linfa che scorre attraverso gli alberi trasporta la memoria e l’esperienza del mio popolo. La linfa che scorre dentro gli alberi trasporta le memorie dell’uomo rosso. I morti dell’uomo bianco dimenticano il paese della loro nascita quando vanno a camminare tra le stelle. I nostri morti non dimenticano mai questa bella Terra, perché è la madre dell’uomo rosso. Noi siamo parte della Terra ed essa è parte di noi. I fiori profumati sono le nostre sorelle, il cervo, il cavallo, la grande aquila, questi sono nostri fratelli. Le creste rocciose, la rugiada dei prati, il corpo caldo del cavallo, e dell’uomo, tutto appartiene alla stessa famiglia. Così, quando il Grande Capo a Washington manda a dire che vuole comprare la nostra terra, egli ci chiede molto. Il Grande Capo Bianco ci manda a dire che ci riserverà un luogo in cui possiamo vivere confortevolmente per conto nostro. Egli sarà nostro padre e noi i suoi figli. Così prenderemo in considerazione la vostra offerta di comprare la terra. Ma non sarà facile Perché questa terra ci è sacra. L’acqua lucente che si muove in torrenti e fiumi non è semplicemente acqua, ma il sangue dei nostri antenati. Se vendiamo la terra, dovete ricordare che è sacra e dovete insegnare ai vostri figli che è sacra e che ogni riflesso fantasmatico nell’acqua chiara dei laghi narra gli eventi della vita del mio popolo. Il mormorio dell’acqua è la voce del padre di mio padre. I fiumi sono nostri fratelli, estinguono la nostra sete. I fiumi trasportano le nostre canoe e nutrono i nostri figli. Se vi vendiamo la nostra terra, dovete ricordarvi di insegnare ai vostri figli che i fiumi sono nostri fratelli, e i vostri, e dovete quindi dare ai fiumi la gentilezza che dareste a mio fratello. Sappiamo che il bianco non comprende i nostri modi. Una porzione di terra per lui è simile a quella vicina, perché è un estraneo che viene di notte e prende dalla terra ciò di cui ha bisogno. La Terra non è suo fratello, ma il suo nemico e quando l’ha conquistato, va oltre. Lascia indietro la tomba di suo padre e non gliene importa. Rapisce la Terra ai suoi figli e non se ne cura. Diritto di nascita. La tomba di suo padre e diritti dei suoi figli sono dimenticati. Egli tratta sua madre, la Terra, e suo fratello, come cose da comprare, saccheggiare vendere come pecore o brillanti perline. Il suo appetito divorerà la Terra e si lascerà dietro solo un deserto. Non so. I nostri modi sono differenti dai vostri modi. La vista delle vostre città fa male agli occhi dell’uomo rosso. Ma forse perché l’uomo rosso è un selvaggio e non capisce. Non vi è luogo tranquillo nelle città dell’uomo bianco. Nessun luogo ove ascoltare l’aprirsi delle foglie a primavera o il frusciare delle ali di un insetto. Ma forse è perché io sono un selvaggio e non capisco. Lo schiamazzo sembra solo insultare le orecchie. E che vita è se uno non può sentire il grido solitario del succiacapre o le discussioni notturne delle rane intorno a una pozza d’acqua. Io sono un uomo rosso e non capisco. L’indiano preferisce il morbido suono del vento che dardeggia sopra la superficie della pozza e l’odore dello stesso vento, ripulito da una pioggia a metà giornata, o profumato di pino piñon. Prezioso. L’aria è preziosa per l’uomo rosso, perché tutte le cose condividono lo stesso respiro -l’animale l’albero, l’uomo, tutti condividono la stessa aria. L’uomo bianco non sembra notare l’aria che respira. Come uno che è morente da giorni, non sente il puzzo. Ma se vendiamo la nostra terra, dovete ricordare che l’aria ci è preziosa, che l’aria condivide il suo spirito con tutta la vita che sostiene. Il vento che diede il primo respiro ai nostri antenati, riceve anche il loro ultimo sospiro. E se vi vendiamo la nostra terra, dovrete metterla da parte e ritenerla sacra, come un luogo in cui persino l’uomo bianco può andare ad assaporare il vento addolcito dai fiori dei prati. Così considereremo la vostra offerta di comprare la terra. Se decideremo di accettare, porrò una sola condizione — l’uomo bianco deve trattare gli animali di questa terra come suoi fratelli. Io sono un selvaggio e non capisco altro costume. Ho visto migliaia di bisonti marcire sulla prateria, abbandonati dall’uomo bianco che sparava loro da un treno di passaggio. Sono un selvaggio e non capisco come il fumante cavallo di ferro possa essere più importante del bisonte che uccidiamo solo per restare vivi. Che cos’è l’uomo senza gli animali? Se tutti gli animali fossero scomparsi, l’uomo morirebbe a causa della grande solitudine dello spirito. Perché qualunque cosa accade agli animali, presto accade all’uomo. Tutte le cose sono connesse. Dovete insegnare ai vostri figli che il terreno sotto i loro piedi è la cenere dei nostri antenati. Perché rispettino la terra, dite ai vostri figli che la Terra è ricca della vita della nostra stirpe. Insegnate ai vostri figli ciò che abbiamo insegnato ai nostri, che la Terra è nostra madre. Tutto ciò che accade alla Terra, accade ai figli della Terra. Se gli uomini sputano per terra, sputano su se stessi. Questo sappiamo – la Terra non appartiene all’uomo – l’uomo appartiene alla Terra. Questo sappiamo. Tutte le cose sono connesse come il sangue che unisce una stessa famiglia. Tutte le cose sono connesse. Quello che accade alla Terra – accade ai figli della Terra. L’uomo non tesse la trama della vita – è semplicemente un filo in essa. Quello che fa a Lei, lo fa a se stesso. Persino l’uomo bianco, il cui Dio gli cammina accanto e gli parla come a un amico, non può essere esente dal comune destino Possiamo essere fratelli, dopo tutto. Vedremo. Una cosa sappiamo, che un giorno l’uomo bianco scoprirà – il Nostro Dio è lo stesso Dio. Potete pensare ora che Lo possedete come desiderate possedere la terra, ma non potete. Egli è il Dio dell’uomo e la Sua compassione è eguale per l’uomo rosso e per il bianco. La Terra Gli è preziosa e danneggiare la Terra significa disprezzare il suo Creatore. Anche i bianchi passeranno, forse prima di altre tribù. Contaminate il vostro letto e una notte soffocherete nei vostri rifiuti. Ma perendo brillerete con splendore, infiammati dalla forza del Dio che vi ha portato in questa terra e per qualche scopo speciale vi ha dato il dominio su di essa e sopra l’uomo rosso. Quel destino è un mistero per noi, perché non comprendiamo quando i bisonti sono massacrati, i cavalli selvaggi domati, gli angoli segreti della foresta appesantiti dell’odore di molti uomini e la vista delle turgide colline macchiate da fili che parlano. Dov’è il boschetto? Scomparso. Dov’è l’Aquila? Scomparsa. La fine della vita e l’inizio della sopravvivenza. Quando l’ultimo uomo rosso sarà svanito insieme alla sua terra selvaggia e il suo ricordo sarà solo l’ombra di una nube che si muove attraverso la prateria, queste rive e queste foreste saranno ancora qui? Rimarrà qualcosa dello spirito del mio popolo? Noi amiamo questa terra come il neonato ama il battito del cuore di sua madre. Così, se vi vendiamo la nostra terra, amatela come noi l’abbiamo amata. Abbiatene cura come abbiamo fatto noi. Conservate nella vostra mente la memoria della terra come sarà quando la riceverete. Conservate la terra per tutti i vostri figli e amatela come Dio ama tutti voi.Come noi siamo parte della terra, anche voi siete parte della terra. Questa terra è preziosa per noi. Una cosa sappiamo, c’è un solo Dio. Nessun uomo, sia rosso che bianco, può essere separato. Siamo fratelli dopo tutto”.

Il testo di Perry presenta parecchi problemi: ci sono alcuni errori marchiani. Sappiamo che Capo Seattle non si mosse mai da casa sua, perciò non poteva aver visto massacrare i bisonti, che si trovano a circa 1500 km da dove viveva né averne sentito parlare perché la strage cominciò dopo la sua morte, tra il 1870 e il 1880. Quanto al treno, la prima ferrovia transcontinentale arrivò nel Nordovest solo quindici anni dopo il presunto discorso. Perché poi un indiano, che si spostava solo in canoa, in un’area dove i cavalli sono un impiccio, e mangiava principalmente pesce, alghe, molluschi, mammiferi marini e frutti della foresta, deve piangere animali mai visti e non nomina mai i salmoni o le foche? Il paesaggio è tutto sbagliato: non ci sono le scoscese montagne coperte da fittissimi e intricate foreste di abeti e thuye gigantesche, che scendono tra i fiordi del Puget Sound, né i vulcani che troneggiano e incombono, Mt. Reinier, Mt. t. Helen, Mt. Hood, né l’Oceano Pacifico, con le spiagge cosparse di tronchi trasportati dalle tempeste e le balene che saltano e soffiano nelle loro migrazioni, ma le grandi pianure dei film western. E quando nomina le foreste, non si capisce dove possano essere, dato che vi mescola le “turgide’’ colline delle pianure centrali invase dagli hollywoodiani “fili che parlano’’. Quanto al succiacapre, quest’uccello non è nativo della Costa Nordovest e quindi il vecchio capo non poteva lamentarne il silenzio. Vi sono poi degli elementi che appartengono alla tradizione culturale europea dell’autore Perry: la “trama della vita’’ è un’idea che appartiene alla tradizione classica greco-romana, con riferimento alle tre Parche che tessono il destino umano e i continui riferimenti all’uomo che appartiene alla Terra, sono più vicini all’idea biblica di “polvere sei e polvere ritornerai” che al bagaglio culturale di un suquamish, ancorché convertito. L’idea della Madre Terra, poi, è più connessa alla Grande Madre europea che al complesso di spiriti di indigeni che traggono il loro sostentamento dal mare. Vi sono poi delle importanti differenze di contenuto tra la versione 1 del 1887 e questa. La versione 1 mostra un atteggiamento positivo e amichevole verso gli Americani, come è coerente per uno dei pilastri politici e commerciali indigeni dei coloni, che assicurò contemporaneamente a se stesso la preminenza sulle altre tribù e il passaggio di potere senza scosse tra indiani e Americani. Nella versione 3 del 1972, invece, l’atteggiamento è molto poco amichevole e spesso risentito, come potrebbe esserlo quello di un Cavallo Pazzo o un Toro Seduto. Questi ultimi, da parte loro, avrebbero considerato Capo Seattle un “bighellone dei forti’’, un “indiano delle razioni’’. Ma quello che colpisce maggiormente è il totale cambiamento dell’atteggiamento verso la natura. Mentre nella versione di Smith (e anche in quella di Assowsmith) l’ambiente naturale gioca un ruolo assolutamente secondario, la versione di Perry “si concentra quasi esclusivamente su temi ambientalisti e mette in rilievo i grandi pericoli che sorgono dal rapporto irresponsabile dell’uomo bianco con il mondo naturale. Così è solo con la versione 3 che il testo adotta un taglio ambientalista definito e che Capo Seattle diventa un ecologista” (Kaiser, 1999:516).

Queste differenze poi culminano nell’atteggiamento verso Dio: è una visione opposta, più vicina alle idee del Destino Manifesto la versione 1 (“Dio ama il tuo popolo e odia il mio”), più consona al cristianesimo umanitario la versione 3 (“È il Dio dell’uomo e la Sua compassione è uguale per l’uomo rosso e per il bianco”). Anche il testo di Perry, che condivide con i suoi ammiratori gli stereotipi hollywoodiani buonisti post Vietnam, conserva però la visione pessimista da “ultimo dei mohicani’’ del testo di Smith. È questo il testo che, ripubblicato con una prefazione esplicativa dall’autore nel 1989, tutti conoscono: diffuso dalla Società Unita per la Propagazione del Vangelo di Londra, dai giornali ed emittenti radio e TV cattoliche e protestanti, stampato in migliaia di copie come libretto dal Consiglio Mondiale delle Chiese, diffuso dalla stampa underground e ufficiale alternativa e ambientalista come “discorso’’ o “lettera’’, la versione 3 è diventata “autenticamente indiana’’ e di “pubblico dominio’’, priva di diritto d’autore, modificata a piacere dai compilatori di testi scolastici, acquisendo, come la creatura del dr. Frankenstein, vita propria. Kaiser, che è uno spiritualista cristiano con tendenze new age, autore del best seller Dio dorme nella pietra. Uomo, natura, spirito divino. La concezione del mondo secondo gli indiani d’America (ed. italiana 1992), giudica la versione 3 di Perry “una prova impressionante di scrittura. Ed è facile vedere come tali parole possano funzionare come un’affermazione mitica o religiosa piuttosto che come documento storico” perché “sembrano toccare un’idea e un sentimento che finora è stato bandito dalla nostra cultura cristiana occidentale” (Kaiser, 1999:522), l’idea che il sacro e il profano, il mondano e lo spirituale, non siano completamente separati. Questa opinione è ingiusta, dato che il testo scaturisce dalla chiesa battista e ha diffusione attraverso le chiese cristiane e il movimento new age. Il punto saliente del testo, secondo lui, cioè che ogni cosa e creatura sono spirituali e sacri (il mitakuye oyasin, “tutti i miei parenti’’ o “siamo tutti connessi’’ in salsa new age), rende questo un testo ecologico impressionante di suo che, anche se “non rappresenta la mente del vecchio capo, ma quella di un euro-Americano sensibile, preoccupato per la situazione ecologica e il dualismo generale della nostra cultura” va riconosciuto e apprezzato per le sue qualità (ibidem). D’altronde, neppure il testo del 1887 è sicuramente “autentico’’ e, anche se lo fosse, “non sarebbe un’espressione adeguata delle prime voci e degli spiriti del Far West” (Furtwangler, 1997:155). Molti, invece, si chiedono se continuare a ignorare lo “scherzo da prete’’ della versione 3 scritta da un membro del Sierra Club e continuare a divulgarla come il discorso di un capo indiano per sensibilizzare la gente sulle tematiche ambientaliste non sia una frode. Il Reader’s Digest la chiama “la piccola bugia verde’’. Jack Forbes, dell’Università di California a Davis e di ascendenze indiane, tra gli altri, si chiede, da un sito sulle leggende urbane dedicato al discorso di Capo Seattle: “La cultura nativa americana è continuamente sfruttata e appropriata per illustrare qualsiasi teoria europea sia di moda… Quando finiranno i furti delle nostre tradizioni spirituali?”

Anche se la questione del “furto di spiritualità’’ è troppo complicata da trattare qui, penso che sostenere un’argomentazione con un falso sia quanto meno controproducente. Seattle continuò a vivere anche dopo morto, servendo diversi bisogni: quello della città, che fu sempre affezionata al suo Padre Fondatore e lo ha onorato con un monumento in granito a forma di croce (1904), una statua in bronzo (1906) e un busto su un abbeveratoio in ferro battuto (1908, l’abbeveratoio fu poi eliminato insieme a tutti gli altri nel 1926, dato che Seattle ormai aveva solo auto, ma il busto fu risparmiato), oltre a un parco protetto a suo nome. Serve gli interessi degli indiani della zona, dai protestatari, che fanno giustamente notare che egli non era il capo supremo di suquamish e duwamish, una carica che non esisteva tra gli indiani della zona e che lo chiamano “traditore’’ e immagine costruita dai bianchi, e quelli, più lungimiranti, degli indiani che approfittarono delle celebrazioni in suo onore per far ritornare alla luce le danze entrate in clandestinità dopo la proibizione promossa dai bigotti per lottare contro le “oscenità’’ e la “barbarie’’ indigene. Tra il 1912 e il 1915 molte tribù della zona ricostruirono le grandi case di legno cerimoniali e ripresero a giocare pubblicamente a slahal, un gioco d’azzardo dall’aspetto altamente rituale. Dal 1927 i Chief Seattle Days vennero gestiti in proprio dalla giovane leva dei capi tribali suquamish, di fronte alle autorità cittadine e negli anni 1960 acquisirono un aspetto più ecumenico, lasciando spazio alla riconciliazione tra i discendenti della fazione ostile di capo Kitsap e capo Leschi e degli amichevoli. Negli anni 1970 la rivitalizzazione della cultura indiana, che proprio qui sul Puget Sound aveva avuto un inizio militante con i fishins appoggiati anche da Marlon Brando, portò al riconoscimento della saggezza di Capo Seattle, che aveva permesso ai suoi pronipoti di avere un appiglio legale su cui appoggiare i propri diritti, anche se il popolo di sua madre, i duwamish, attendono ancora il riconoscimento federale e dei diritti di pesca. È in questo contesto che nasce l’iniziativa di Vi Hilbert, anziana upper skagit ed ex lettrice di lushootseed presso l’Università di Washington (vedi HAKO 11). Nel 1985 ella tradusse il discorso di Capo eattle, versione Smith, in lushootseed settentrionale (skagit) e pubblicò un articolo all’interno del catalogo della mostra A Time of Gathering in occasione dell’apertura della nuova ala del Burke Museum. In questa occasione Vi Hilbert, con l’aiuto del curatore Steve Brown, organizzò una commemorazione in cui venne cantata anche la canzone personale e pronunciato un breve discorso di capo Seattle, com’era ricordato dall’anziana suquamish Amelia Snealtum, “Questo è ciò che Seeahth disse, quando stavano facendo il trattato a Mukilteo. Quello che disse. Voi gente osservate coloro che fanno cambiamenti giunti in questa terra. E la nostra progenie guarderà e imparerà da loro ora, quelli che verranno dopo di noi, i nostri figli. Ed essi diventeranno proprio come coloro che fanno cambiamenti qui da noi su questa terra. Gente osservateli bene”.

Secondo i ricordi registrati nel 1954 di Ruth Shelton, indiana tulalip, klallam e samish, che visse fino a 103 anni, c’erano molti capi a Mukilteo, dove le tribù si radunarono per circa due settimane per parlare del trattato di Point Elliot. Qui un bianco di nome Simmons, che parlava il gergo chinook, traduceva il discorso in inglese del governatore Stevens e un altro di nome Taylor traduceva dal gergo chinook in lushootseed, con tre aiutanti indiani che traducevano rispettivame#nte in snoqualmee e skagit (due varianti lushootseed) e lummi. Tutti i capi presenti si dichiararono d’accordo che sarebbe stato un bene per le future generazioni diventare come i bianchi e firmarono il trattato. Hilbert fa riferimento anche al discorso riportato da Smith nel 1887 (compresa l’aggiunta di Bagley): “Sono passati oltre cento anni da quando la voce di Capo Seealth ha commosso tanto un ascoltatore sensibile da fargli scrivere le parole che gente di molte culture ha apprezzato. Anche se il vocabolario inglese era ignoto a Capo Seattle, il suo lushootseed era eloquente. E Henry Smith comprese davvero la filosofia trasmessa attraverso quel linguaggio espressivo” (Hilbert 1991:262).

Anche se, come fa notare Christian Feest (1999:613), la “versione del 1887 del discorso di Capo Seattle, un prodotto dell’ideologia Americana del Destino Manifesto, non ha mai fatto veramente presa sull’Europa; la nuova versione ecologica, però, lo ha reso il Santo Seattle dei Verdi e del WWF…”

Nonostante Seattle sia diventato più famoso da morto che da vivo, come Elvis e Marilyn, abbiamo solo un paio di immagini che lo ritraggono: in una, poco nota, egli indossa un cappello e sta in piedi all’interno di un gruppo di indiani alla firma del Trattato Nisqually. L’altra, quella famosa, ha subito anch’essa, come il discorso, ripetuti trapianti: “nell’originale gli occhi erano chiusi, ma nei ritocchi successivi vennero aperti. In alcune versioni il capo porta una canna, ma non sempre e, nella truccatura più revisionista, la sua testa è stata incollata sul corpo di un altro uomo” (Newsweek 4/5/92). Capo Seattle ecologista, perciò, risulta paradossalmente sempre più simile a un prodotto biotech, come quell’altro simbolo ambientalista: Iron Eyes Cody, attore, noto come “L’indiano piangente’’, per via di un celebre spot TV e di innumerevoli cartelloni autostradali degli anni ‘70, in cui guarda lacrimando l’immondizia abbandonata. Peccato che fosse siciliano. Ma questa è un’altra storia.

 

Bibliografia essenziale

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