Il governo Cameron e il rapporto con l’UE

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Compromesso sull’Europa con i lib-dem?

Il governo di coalizione formato in Gran Bretagna da conservatori e liberal-democratici è frutto di un compromesso su diverse questioni, inclusa la politica verso l’Europa. L’esecutivo, guidato dal leader dei conservatori David Cameron, con il leader dei lib-dem Nick Clegg come vice primo ministro, può in teoria contare su una larga maggioranza parlamentare, 363 seggi sui 650 della Camera dei Comuni, ma le differenze programmatiche fra i due partiti potrebbero renderne instabile e precaria la navigazione in una fase particolarmente delicata per la vita politica e istituzionale del paese.

Economia in primo piano
La svolta si è avuta quando i conservatori hanno accettato la proposta di indire un referendum sul sistema elettorale che potrebbe aprire la strada a una riforma in senso proporzionale, da sempre priorità politica per i lib-dem. Un eventuale abbandono – o una sostanziale correzione – del sistema uninominale maggioritario potrebbe infatti rafforzare notevolmente il ruolo del partito di Clegg, facendone l’ago della bilancia della politica britannica. I due partiti hanno raggiunto un importante compromesso anche sulla politica economica e fiscale, e soprattutto sui tagli al deficit pubblico accumulatosi a causa della crisi finanziaria.

I temi economici sono stati al centro della campagna elettorale ed era inevitabile che facessero la parte del leone anche nei negoziati per la formazione del governo. Deficit e debito hanno infatti raggiunto livelli tali da indurre l’autorevole settimanale The Economist ad accomunare la Gran Bretagna ai paesi mediterranei più a rischio di insolvenza – Grecia, Spagna e Portogallo. L’aggravarsi dell’emergenza economica è stata tra le ragioni principali che hanno spinto tory e lib-dem, nonostante le significative differenze programmatiche, a raggiungere un accordo in tempi rapidi dopo un negoziato interpartitico inusuale per la tradizione politica britannica.

Tiro alla fune sui rapporti con l’UE
Particolarmente delicato è stato il negoziato tra i due partiti sulla politica verso l’Europa. I lib-dem, che sono il partito britannico più favorevole all’integrazione europea, ha accettato uno dei punti qualificanti, ma anche più controversi, della piattaforma elettorale dei conservatori: l’adozione di una legge che obblighi a sottoporre a referendum popolare ogni futura cessione di sovranità all’Unione. Cameron, aveva fatto questa promessa per rassicurare la componente più euroscettica del suo partito, dopo averla delusa con l’accettazione de facto del Trattato di Lisbona.

Il partito di Clegg, che per dieci anni è stato parlamentare europeo, ha anche rinunciato a chiedere – almeno per questa legislatura – l’ingresso della Gran Bretagna nell’euro, che i tory vedono come fumo negli occhi. In cambio, i conservatori hanno lasciato fuori dal programma di governo due punti qualificanti del loro manifesto elettorale: l’adozione di una legge per riaffermare che la sovranità risiede in ultima istanza nel Parlamento britannico, e l’apertura di negoziati con Bruxelles per ottenere un opt-out (esenzione) sia dalla legislazione comunitaria in materia sociale, sia dagli effetti della giurisdizione della Corte di giustizia europea sul diritto penale britannico. Quanto alla politica di difesa, i lib-dem hanno messo da parte i loro dubbi sul programma di riammodernamento del deterrente nucleare britannico basato sui sottomarini Trident, in cambio dell’impegno a valutarne più attentamente i costi.

Compromesso pragmatico
L’accordo sulla politica europea si è realizzato nonostante le posizioni di partenza fossero molto distanti. Da un lato Cameron, pur non essendo ideologicamente euroscettico, deve fare i conti con l’influente e agguerrita ala antieuropea del suo partito, che tra l’altro ha ottenuto, dopo le ultime elezioni europee, l’uscita dal gruppo del Partito popolare europeo nel Parlamento europeo. “Voglio restare in Europa, ma non essere guidato dell’Europa” è la frase con cui Cameron ha riassunto la sua posizione. Dall’altro lato, i lib-dem sono il partito più europeista nello spettro politico britannico: non solo hanno sostenuto il Trattato di Lisbona e costantemente ribadito che l’Unione è importante e utile per la Gran Bretagna, ma sono a favore, in linea di principio, dell’adesione all’euro. Anche questa però è una posizione più pragmatica che ideologica, frutto della convinzione, per dirla con Clegg, che “i problemi non si fermano alle scogliere di Dover”.

Il compromesso è stato possibile perché né i tory né i lib-dem hanno fatto delle rispettive agende europee una questione di vita o di morte, alla luce del fatto che ci sono problemi molto più urgenti e gravi da affrontare, a partire dalla riduzione del deficit pubblico. Inoltre, Cameron è, per certi aspetti, meno euroscettico di altri leader conservatori del passato.

Il banco di prova della difesa europea
Non sarà facile per il nuovo governo trovare un punto di equilibrio tra l’europeismo dei lib-dem e il nazionalismo e l’atlantismo propri della tradizione tory. Un importante banco di prova sarà la cooperazione europea nel campo della difesa. Il nuovo governo dovrà fare consistenti tagli al bilancio pubblico ed è probabile che la scure si abbatta anche sulle spese per la difesa. In questo quadro, Londra potrebbe essere interessata a una cooperazione europea più stretta in campo militare, puntando su una partnership bilaterale con la Francia, tradizionalmente considerata l’interlocutore militare più rilevante oltre Manica, oppure su un ambito di cooperazione più ampio, che coinvolga anche altri paesi europei e si avvalga delle istituzioni UE.

Tuttavia, la decisione di rinnovare il programma nucleare Trident sembra andare nella direzione del mantenimento di un’autonomia nazionale anche nel campo della difesa. Più in generale, la nomina di due conservatori al Ministero della Difesa e al Foreign Office, rispettivamente William Hague e Liam Fox, indica che la politica estera è saldamente nelle mani dei tory. Non è detto quindi che i lib-dem riescano a far valere le proprie istanze.

Resta da vedere se il compromesso raggiunto sulla politica estera e di sicurezza, così come su altri punti dell’accordo di coalizione, reggerà alla prova dei fatti. Anche perché è la prima volta nella storia britannica che conservatori e liberaldemocratici governano insieme. In ogni caso, per la Gran Bretagna si è aperta una stagione politica nuova, che avrà caratteristiche più simili a quelle di alcune democrazie dell’Europa continentale che al tradizionale modello bipartitico di Westminster.

di Alessandro Marrone
15 Maggio 2010
http://www.loccidentale.it/articolo/il+ … e+.0090852




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