Il gergo degli italiani: tra provincialismo ed esterofilia.

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IL GERGO DEGLI ITALIANI: TRA PROVINCIALISMO ED ESTEROFILIA.

Gli Italiani sono provincialisti ed è inutile negarlo. L’Italiano medio è molto più fiero della sua zona d’origine che del suo paese; e questa fierezza lo porta ad una sana (perchè no?) competizione tra regioni, province, comuni. Se questa smania competitiva spinge gli abitanti a curare di più il loro luogo natio, abbellendolo e conservandolo sempre meglio, lasciamoci fare. Il problema è che gli Italiani sono consapevoli di essere provincialisti sfegatati, ma non lo vogliono ammettere. Ecco che allora si dedicano all’esterofilia: un concetto apparentemente opposto al provincialismo, ma che in realtà ne cela la presenza, diventandone socio a delinquere. L’esterofilia è l’attrazione per tutto ciò che è straniero: gli Italiani sono esterofili linguistici. A qualcuno è forse sfuggito il largo uso di parole straniere (in particolare inglesi ma anche francesi) che si fa nel nostro paese? E non si sta parlando solo del campo informatico, ma di moltissimi altri campi.
In campo universitario per esempio, questa esterofilia, o meglio, anglofilia, è dilagante. La vecchia riforma Gelmini infatti, stabiliva che per poter ottenere la licenza di professore ordinario o associato ci si dovesse presentare davanti ad una commissione formata da cinque docenti, uno dei quali proveniente dai paesi dell’OCSE. Sempre più corsi inoltre sono tenuti in Inglese (e così si sta cercando di fare anche nelle scuole primarie e secondarie, dove gli insegnamenti di una o più materie sono erogati in lingua inglese), tendendo quindi a mettere da parte la lingua italiana. Il linguista Luca Serianni ha osservato che “Chi invece sogna un futuro prossimo in cui l’università italiana parlerà in inglese dimentica la connessione che esiste tra la propria lingua madre e la struttura logico-argomentativa che presiede alla costruzione di ogni discorso o ragionamento. Dimentica dunque come la scelta di un modello di università italiana in cui si parlasse unicamente o prevalentemente in inglese avrebbe quale conseguenza di renderci tutti più apparentemente moderni e up to date , ma anche – ahinoi – meno culturalmente originali e (forse) meno intellettualmente capaci”.
In poche parole, ricercando un ampliamento della nostra cultura proiettato alla lingua inglese come seconda lingua madre, accantoniamo quella che è la nostra prima lingua madre, la quale è il collante della nostra cultura e quella che ha permesso ai nostri antenati di trasmetterla a noi; e noi ai nostri figli.Come ha affermato Giovanni Belardelli, “Rinunciare alla nostra lingua equivale a mutilare la nostra originale creatività”. È però impensabile, oltre che dannoso, eliminare l’Inglese dal percorso di studi. Come per tutte le cose occorre equilibrio: una società priva di apertura linguistica è destinata ad appassire perché retrograda; una società dove si usa a sproposito l’inglese, sostituendo biglietteria a ticketeria, corner a calcio d’angolo, gol per rete, match per incontro, déjà vu per visione o allucinazione, reportage per servizio, escalation per crescendo è però altrettanto destinata ad appassire.
Sarebbe opportuno sfruttare il provincialismo per fini costruttivi: i marchigiani per esempio, potrebbero vantare la nascita di un grande letterato come Leopardi nel loro territorio, ricordando a tutti gli altri Italiani che lui, già nell’ormai lontano XIX secolo, ci aveva messo in guardia dai barbarismi.
Come suggerisce Belardelli, l’esterofilia porta ad un modello linguistico privo di significato: il gergo. Le persone utilizzano una parola di una lingua straniera non tanto per una reale necessità comunicativa, quanto per conformarsi al gergo.
Ha una punta di ironia l’esterofilia italiana: molte parole straniere vengono usate a sproposito ed inutilmente, mentre quando servono, come nelle indicazioni per i turisti, non sono presenti. Non è frustrante vedere in un ospedale il cartello “ticketeria”, e a Ostia, dove sbarcano moltissimi turisti stranieri, indicazioni solo in italiano?
Così è come pensiamo noi Italiani. E se si dovesse fare un’analisi di chi siamo grazie a come pensiamo se ne trarrebbe una conclusione ad alto tasso di incoerenza e ottusità.
Luca Dalle Mese
(Da secolo-trentino.com, 5/7/2014).

 




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