Il futuro dell’Ue? Nell’inglese, naturalmente!

Posted on in Politica e lingue 13 vedi

IL FUTURO DELL’UNIONE EUROPEA

Europarlamento, 23 lingue

Ricominciamo dall’inglese

di Daniele Archibugi

Soltanto il 43% dei cittadini europei hanno votato per il Parlamento Europeo, e questa non è l’unica cosa che rende questo Parlamento unico nel suo genere. Quello europeo è unico anche per il numero di lingue ufficiali: con l’ingresso di Bulgaria e Romania sono diventate 23. Quasi una per ogni stato. L’etimologia Parlamento deriva proprio da parlare, un termine che evoca la speranza che il discorso serva a creare convergenze o contrasti.

Ma se i deputati parlano 23 lingue diverse, di che Parlamento si tratta?

Ci sono altri parlamenti pluri-lingue: quello belga ne ha due, quello svizzero quattro, come quello indiano. Ma i deputati di questi Paesi riescono a capirsi tra loro senza l’ausilio di interpreti. Non è così in quello europeo: i lavori dell’Aula e anche delle Commissioni richiedono che i deputati siano assistiti da una squadra di interpreti.

Occorre farsi aiutare da una calcolatrice per scoprire quanti sono: 23×22=506! Non è certo facile, neppure per il Parlamento europeo, avere a disposizione traduttori dal finlandese al greco o dal portoghese al bulgaro.

Eppure, con 403 interpreti, coadiuvati da un paio di migliaia di collaboratori esterni, tutti possono parlare e ascoltare nella propria lingua. L’eurocrazia è ingegnosa, e per ridurre i costi ricorre alla doppia traduzione: chi parla nelle lingue meno diffuse è prima tradotto nelle lingue principali (inglese, francese o tedesco) e poi ritradotto in tutte le altre lingue minori. Tradurre è anche un po’ tradire e chissà come cambia la sostanza dei discorsi dei deputati al secondo o al terzo passaggio.

Guai a inserire una battuta veramente divertente in un discorso parlamentare: non siamo alla Camera dei Comuni britannica, dove le botte e le risposte rendono i dibattiti parlamentari più vivaci di una commedia. Se un incauto deputato dice qualcosa di spiritoso al Parlamento europeo, si sente prima il fragore della risata di coloro che ascoltano il discorso in lingua originale, e poi man mano quella di chi lo ascolta nella prima, seconda ed ennesima traduzione.

Ma neppure 23 lingue ufficiali sono sufficienti a far tutti contenti. Le minoranze linguistiche richiedono anche loro di poter usare il proprio idioma, speranzose di trovare a livello europeo quelle soddisfazioni che spesso sono negate a livello nazionale. Tra i più insistenti ci sono i catalani, forti anche del fatto che sono quasi 10 milioni di europei, quasi il doppio dei danesi e dei finlandesi, quattro volte di più degli sloveni e addirittura 25 volte più dei maltesi. Rivendicazioni analoghe vengono dai baschi e dai corsi.

Oggi c’è chi invoca di ridurre il numero delle lingue ufficiali, o addirittura di elevare l’inglese a lingua unica del Parlamento e delle altre istituzioni europee. Ma dare formalmente questo privilegio alla lingua di due stati membri produrrebbe risentimenti in tutti gli altri stati. A dire il vero, un po’ scettica lo deve essere anche l’Irlanda, che ha richiesto ed ottenuto che finanche il gaelico divenisse lingua ufficiale. L’Osservatore Romano ha suggerito di rispolverare il latino come lingua franca, un’idea che metterebbe tutti i deputati in condizioni di parità (e certamente in analoghe ambasce), ma il latino allontanerebbe il popolo dalle istituzioni europee ancor più dell’inglese. Richiedere agli euro-deputati di parlare in lingua straniera limiterebbe enormemente il numero degli eleggibili: si rischierebbe di creare un’assemblea di tecnocrati lontani dai bisogni del popolo.

Ma non c’è potere politico che può impedire all’inglese di diventare la lingua franca universale. Finanche nel Parlamento svizzero si sentono deputati dei cantoni parlare in inglese piuttosto che in francese o tedesco. Forse il Parlamento Europeo dovrebbe tentare di essere parte della soluzione piuttosto che del problema. Se si impegnasse per far imparare l’inglese a tutti gli studenti europei, in una o due generazioni sia i deputati che i loro elettori potrebbero finalmente comprendersi. Potrebbe essere proprio questa l’azione più lungimirante da far intraprendere al Parlamento Europeo. E che aiuterebbe non poco a riportare alle urne quel 57 per cento di elettori che le hanno disertate.

(Da Il Messaggero, 20/6/2009).

[addsig]




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.