Il falso dibattito sull’internazionalizzazione dell’Università.

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Il falso dibattito sull’internazionalizzazione dell’Università

Si può abbandonare del tutto la propria lingua madre nella formazione universitaria? È giusto, è possibile?
Ecco cosa ne dice Michele Gazzola, già Vicesegretario dell’ERA e oggi 
ricercatore della Humbolt-Universität di Berlino. 

Purtroppo sulla carta stampata stiamo assistendo a un falso dibattito in materia di “internazionalizzazione” delle università italiane ed europee. Un esempio, fra i tanti, è fornito da un recente articolo sul «Corriere della Sera» (-> http://bit.ly/1vRCDr1). Chi si oppone all’anglificazione dei master universitari, secondo i sostenitori della scelta anglofona, farebbe “resistenza”, condurrebbe battaglie di retroguardia in nome della difesa ad oltranza dell’italiano e perfino dei dialetti, e non accetterebbe di adeguarsi alle dure leggi della globalizzazione. Qualcuno arriva perfino ad elogiare il rettore del Politecnico di Milano per aver di fatto aggirato la legge e ignorato la sentenza del TAR (→ http://bit.ly/VNyMyr).

Si tratta di un’immagine caricaturale di comodo che serve a crearsi nemici immaginari facili da battere, senza però affrontare i problemi veri. Nessuno nega l’utilità dell’inglese, infatti, né di avere dei corsi in questa lingua, come chiarisce egregiamente il recente libro di Maria Luisa Villa (→ http://bit.ly/1lw4VXC). Ma perché eliminare i corsi in italiano? La ragione principale, si argomenta, è per attirare gli studenti stranieri che non conoscono la nostra lingua. Ma se questo è il fine, allora è sufficiente proporre il primo anno dei master in inglese e il secondo in italiano, così da permettere ai ragazzi stranieri di conoscere bene le due lingue entro la fine degli studi. L’esperienza tedesca e olandese mostra che molti stranieri non imparano bene la lingua locale durante i due anni di studio in inglese previsti nei master. Ciò accade non solo perché non usano il tedesco o l’olandese negli studi, ma anche perché praticano poco queste lingue nella vita privata; spesso essi tendono a restare fra stranieri, si integrano poco nell’ambiente sociolinguistico che li ospita e si accontentano di acquisire un livello base di competenza nella lingua del posto. Accade quindi che diversi ragazzi finiti gli studi vadano a cercare lavoro nel mondo anglosassone o rientrino nel loro paese. In Olanda, dove solo un quinto degli studenti stranieri che ha studiato in inglese resta nel paese dopo la fine degli studi, il problema emerge già in modo distinto (→ http://bit.ly/1vmAYfD). Non è certo un buon uso del denaro del contribuente investire risorse nella formazione di studenti stranieri che si avvantaggiano di rette universitarie basse per acquisire una formazione superiore che faranno però fruttare altrove. Il problema quindi non è attirare studenti stranieri in sé, ma attirare e trattenere nel nostro tessuto produttivo e culturale questi ragazzi. Farli studiare anche nella lingua locale aiuterebbe molto.

Vi sarebbe inoltre una seconda motivazione dietro l’anglificazione dei master: insegnare in inglese permetterebbe alle università non anglofone di selezionare gli studenti migliori sul mercato internazionale. Sono invece ancora il caso olandese e quello tedesco a mostrare che l’inglese non porta “qualità” di per sé. Spesso gli studenti stranieri che scelgono le università di quei paesi sono quelli che sono stati scartati da Harvard e Oxford, o quelli che vogliono spendere di meno in tasse universitarie. L’università di Maastrich, quasi totalmente anglificata, attira la maggior parte dei suoi effettivi dalle regioni confinanti con la Germania o il Belgio (→ http://bit.ly/1C2Itdx). Non si tratta di quindi una università “globale”, come si vorrebbe far credere citandola come esempio, ma nella migliore delle ipotesi “regionale”. In Germania studi preliminari mostrano un calo del rendimento degli studenti tedeschi a causa della cattiva padronanza dell’inglese dei professori. 

Perché allora ostinarsi a seguire una politica linguistica che mostra già tutti i suoi limiti? La risposta è semplice: per scalare rapidamente le classifiche internazionali degli atenei, spesso prive di valore metodologico, per una visione un po’ mercantile delle università e per ideologia. Il rettore del Politecnico di Monaco di Baviera ha recentemente dichiarato, fra le proteste di docenti e studenti, che entro qualche anno tutti i master dell’ateneo dovranno essere totalmente anglificati per “dare un segnale forte all’industria” (→ http://bit.ly/1k3o3LJ). Di quale segnale si tratta, ovviamente, non è dato sapere. Il tedesco è la terza lingua più usata al mondo nei brevetti industriali e metà dei brevetti europeirilasciati a inventori con sede nel continente sono prodotti da industrie di lingua tedesca (→ http://bit.ly/1wtvtbd). Non si capisce qual è il senso di abbandonare una lingua moderna e perfettamente adatta ad esprimere l’innovazione tecnologica. 

La maggior parte di chi oggi adotta uno sguardo critico nei confronti dell’anglificazione dell’università non lo fa per purismo, ma per proteggere la libertà di scelta e la qualità dell’insegnamento, e per promuovere un multilinguismo sostenibile e l’inserzione del capitale umano straniero nel nostro tessuto produttivo. E soprattutto per evitare che l’inglese diventi veramente quello che era il latino medioevale: una lingua che creava l’esclusione dei più permettendo al massimo la circolazione delle idee nelle élites. Come si dimostra in questo articolo di prossima pubblicazione per Studi Italiani di Linguistica Teorica e Applicata (→ http://bit.ly/1lv7eYa) non più del 7-8% degli europei non madrelingua inglese ha competenze molto buone in questo idioma. Inoltre, vi è una correlazione statistica fra conoscenza dell’inglese da un lato, e reddito e status sociale dall’altro lato. In altri termini, l’anglificazione dell’università rischia di avvantaggiare i pochi e i ricchi a discapito di tutti gli altri. Insegnare in italiano (o almeno non eliminare questa possibilità) significa invece permettere potenzialmente a tutti di raggiungere una buona formazione universitaria.

Sorprende quindi che la ministra Giannini, che pure aveva firmato un appello contro la politica linguistica del Politecnico di Milano, si schieri ora dal lato del rettore Azzone appoggiando il ricorso al Consiglio di Stato fatto dal Politecnico contro la sentenza del TAR.

Michele Gazzola, Humboldt-Universität zu Berlin

 

 

 




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