Il divario che l’Europa è chiamata a colmare

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Il divario che l’Europa è chiamata a colmare

Di Gianni Toniolo

Nei "ruggenti anni Novanta" gli Stati Uniti vedevano l`Europa come un continente destinato a inesorabile declino. Vinta la guerra fredda, respinta la sfida giapponese, entusiasti della nuova tecnologia dell`informazione, gli americani erano fieri del ritrovato primato economico. I numeri davano loro ragione, anche se in modo meno netto di quanto l`ottimismo d`oltre Atlantico volesse fare credere. Nel 1990 il reddito per abitante dei 12 principali Paesi dell`Europa Occidentale era pari al 72,3% di quello statunitense, nel 2007 si era ridotto al 70,8. Non proprio un inesorabile declino. Se poi si confronta il 9o% più povero della popolazione e si tiene conto del maggior tempo libero di cui godono gli europei il reddito di questi ultimi sale all`80% di quello degli americani. Il divario si ridurrebbe ulteriormente tenendo conto della maggiore durata media della vita in Europa e del peso della spesa sanitaria, assai maggiore e con risultati sociali spesso peggiori negli Stati Uniti. Non pare insomma che, prima della crisi, il "modello" statunitense si dimostrasse inequivocabilmente superiore a quello europeo. La divaricazione tra Stati Uniti e area euro si è allargata con la crisi. Tra il 2007 e il 2011 il reddito per abitante americano si è contratto in media dello 0,36% annuo, quello dell`area euro dello 0,55. Il divario aumenta ulteriormente nel 2012 e nelle previsioni per i due anni successivi. L`Ocse prevede per il 2013 una diminuzione dello 0,5% del reddito per abitante nell`area euro, contro un aumento dell`1,2% negli Stati Uniti. Nel 2014, oltre Atlantico la crescita sarà di un punto percentuale superiore a quella europea. L`economia statunitense è dunque andata meglio di quella europea non tanto nei "ruggenti anni Novanta" quanto piuttosto nella Grande Recessione e nel suo lento superamento. L`eccessiva rapidità con cui in Europa si sono voluti, o dovuti, ridurre gli squilibri fiscali e il rifiuto di adottare politiche espansive da parte dei Paesi con debito relativairientebasso e forte posizione creditoria con l`estero spiegano in parte il diverso andamento economico sulle due rive dell`Atlantico a partire dal 2008. Non solo: le imprese statunitensi sono state più capaci di cogliere le opportunità (ci sono anche quelle) della crisi e le banche, che pure furono la causa di tutto, hanno saputo risanarsi e ricapitalizzarsi meglio di quelle europee. Tuttavia, le diverse politiche macroeconomiche e la diversa vitalità dei sistemi produttivi non sono sufficienti a dare conto per intero della crescita relativamente asfittica prevista per l`area euro nei prossimi anni. Un fatto nuovo, benché in lunga incubazione, si verifica nell`area della moneta unica: si tratta della crescente cesura tra il Nord e il Sud (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo) dell`area stessa, con la Francia quale debole cerniera. Tra )111999 e il 2011, il prodotto per occupato è cresciuto del 10% nel Nord e solo del 3,5% nel Sud. Quest`ultimo attrae sempre meno gli investimenti diretti dall`estero. Inoltre, in un recente lavoro, Boltho e Carlin osservano che la percezione della corruzione (indice di Transparency International) non solo è più elevata al Sud che al Nord ma, soprattutto, che il divario è aumentato nell`ultimo decennio. Lo stesso è avvenuto per altri indicatori di buon governo stimati dalla Banca Mondiale: rispetto della legalità, qualità della regolazione, efficacia dell`amministrazione pubblica, democrazia (espressa con gli intraducibili voice e accountability), stabilità politica. Il Sud si allontana dal Nord del continente non solo per la minore competitività economica ma anche per la qualità della democrazia, dell`amministrazione e della vita sociale. L`ampliarsi del divario tra il Nord e il Sud rallenta la ripresa di tutta l`area euro. Rende più difficile quel progresso nell`integrazione – dall`unione bancaria a quella fiscale – che la crisi stessa ha mostrato come irrinunciabile. Alimenta le recriminazioni reciproche, accresce la sfiducia dei Paesi del nord verso quelli del sud, nutre i sentimenti anti europei, per ora confinati a non trascurabili minoranze. A lungo andare, il divario crescente tra Nord e Sud potrebbe minacciare la stessa stabilità della comune moneta. È certo responsabilità urgente e primaria dei Paesi meridionali attuare riforme che comincino a ridurre il divario di produttività e, soprattutto, di "buon governo" con quelli del Nord. Ciò è necessario ma non sufficiente: colniare il vallo tra Nord e Sud è una priorità per l`Europa intera. Nei decenni dopo l`unità, le classi dirigenti italiane non compresero le conseguenze economiche e politiche per l`intero Paese del lasciare crescere il divario tra il Mezzogiorno e il resto d`Italia. L`Unione Europea può fare molto, non solo e non tanto con il trasferimento di risorse ma facendosi essa stessa promotrice di misure per la crescita della produttività e per il miglioramento dell`amministrazione, del rispetto della legge, della democrazia, cominciando dalle proprie stesse istituzioni, diffondendo standard di efficienza e trasparenza. Soprattutto aprendosi a un`autentica, democrazia. Programma di lungo periodo, certo, ma un segnale in questo senso è richiesto subito, anche per accelerare la crescita.

Da “Il Sole 24 Ore”, 21.03.2013




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