Il diritto di pretendere l’uso di parole esatte

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Il diritto di pretendere l’uso di parole esatte
STEFANO BARTEZZAGHI
 
 
SI CHIAMA “Jobs Act” e potrebbe chiamarsi “legge sul lavoro”, o sui lavori, a piacimento. Ma il nome viene da una legge di Obama in cui JOBS è in realtà un acronimo che si riferisce a sostegni al finanziamento delle start up (ed ecco un’altra espressione inglese).
Se facessimo un censimento degli anglismi entrati in uso nell’italiano recente potremmo addirittura stupirci del fatto che non siano poi troppi. Sono però molto fastidiosi perché normalmente sono impiegati laddove si deve dare prestigio al nostro modo di esprimerci. Parafrasando il maestro Battiato, c’è chi usa termini anglofoni per avere più carisma e sintomatico mistero. Il gioco renziano su Jobs Act, da questo punto di vista, è fin troppo scoperto.
Il problema se lo era già posto Achille Starace, in un’epoca in cui ci si poteva illudere di raddrizzare ope legis le gambe ai cani, e di ribattezzare lo sport “diporto” e Saint Louis Blues “Le tristezze di San Luigi”. Non ha funzionato neppure allora.
Il punto effettivamente sensibile, da decenni, è un alranno? tro: quando parlare in gergo e quando no. Nelle professioni della tecnologia e dell’economia il lessico tecnico è tutto inglese e può venire adattato all’italiano anche in modo buffo (usare lo scanner = scannare). Ma quando i tecnici non parlano più fra loro, quindi legittimamente in gergo, cosa di- Ogni volta che un politologo scrive su un giornale “bipartisan” o “endorsement” non sta solo usando espressioni esoteriche: si sta riferendo anche a entità che nella realtà della politica italiana non esistono. Così come il problema del Jobs Act piuttosto che il nome è la cosa. I gergalismi provenienti dall’inglese non è che danneggino la nostra lingua (che non è una cosa sola, e anzi non è una cosa ma un intreccio di relazioni): è che minano la precisione dell’espressione, perché contengono sempre una distorsione, per i fanatici, “spin”. Danno un effetto di prestigio e vanno sempre da un’altra parte rispetto a quella a cui dovrebbero indirizzarsi.
L’indicazione dovrebbe essere, dunque, non: usate parole italiane più che potete; ma: sforzatevi di essere esatti più che potete, e pretendete esattezza dalla lingua di chi vi amministra, nella politica e nel vostro lavoro. Se poi l’esattezza si ha solo impiegando termini inglesi, pazienza. Diventeranno italiani ben presto. E di pazienza persino l’Accademia della Crusca ne sa portare tanta.
 
Repubblica NAZIONALE - 25 febbraio 2015 | p 31
R2 Cronaca
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