Il direttore dell’Istituto italiano di cultura di New York: il problema principale riguarda la lingua italiana.

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“L’America invidia la nostra creatività”.

Giorgio Van Straten, direttore dell’Istituto italiano di cultura di New York.

di Alain Elkann.

Giorgio Van Straten, lei da quasi un anno dirige l’Istituto italiano di cultura a New York. Come giudica questa esperienza?

«Un’esperienza bellissima. Intanto essere a New York, che penso sia, dal punto di vista culturale, il centro del mondo occidentale. Poi è molto bella l’esperienza di lavoro all’Istituto: consiste nel promuovere la cultura italiana, potendo scegliere, di volta in volta, cosa sia utile e interessante conoscere. C’è la possibilità di spaziare a 360°, cosa che nei precedenti lavori, sebbene interessanti, non capitava».

Quali altri lavori?
«Per esempio, quando presiedevo le scuderie del Quirinale a Roma, mi occupavo solo di un settore: le mostre. Oppure al Maggio Musicale Fiorentino mi occupavo di opera».

Come ha costruito il suo programma all’Istituto di New York?
«Ho pensato di seguire tre filoni. Il primo è avvicinare gli americani, dando loro quello che immaginano sia la cultura italiana. Ad esempio lo scorso dicembre abbiamo fatto una mostra con il ritratto di Dante del Bronzino proveniente dagli Uffizi, in occasione dei 750 anni di Dante, e abbiamo anche fatto una lettura integrale dell’Inferno. Il secondo filone è far parlare gli americani della cultura italiana e di quello che apprezzano del nostro Paese. Per esempio, insieme con il Pen Festival, il 28 aprile prossimo, organizzeremo un ricordo di Umberto Eco con Salman Rushdie e Siri Hustvedt, scrittrice e moglie di Paul Auster. All’inizio di maggio, poi, Rick Moody presenterà un cantautore italiano che ha composto musica sui suoi testi: Valerio Piccolo. Il terzo filone, infine, è la presentazione della cultura italiana contemporanea. Dimostrare che non siamo fermi a Caravaggio, Michelangelo e Fellini, valorizzando i giovani che hanno già un rapporto con New York. Per esempio ha avuto grandissimo successo, a febbraio-marzo, una mostra di due giovani illustratori, Emiliano Ponzi e Olimpia Zagnoli, che lavorano con le più importanti testate newyorchesi».

L’Italia è molto amata a New York. Si parla della cucina, della moda, del modo di vivere. Ma, forse, la cultura italiana non è sufficientemente conosciuta o apprezzata?
«Sì. Con una tendenza a soffermarsi sul passato, ma con segnali di attenzione anche alla contemporaneità, come dimostra il caso di Elena Ferrante e del suo successo. Il problema principale riguarda la lingua: l’italiano è cresciuto pochissimo anche all’interno della comunità italo-americana. La promozione della lingua è un settore su cui bisogna lavorare di più. All’Istituto facciamo corsi di lingua e cerchiamo di sostenere i dipartimenti di italiano nelle università».

Si diceva che l’italiano era più studiato di altre lingue europee?
«Ci sono comunità più grandi che parlano spagnolo, francese e tedesco. Il problema è la difficoltà che hanno le lingue europee oggi, perché c’è la sensazione che ci sono lingue più utili professionalmente come il cinese. Però in certi settori, come la moda, il cibo e l’opera, conoscere l’italiano è fondamentale».

Cosa la colpisce maggiormente nella vita culturale e artistica a New York?
«Sia la quantità sia la qualità dell’offerta. Ci sono ogni giorno, ogni sera, decine di spettacoli di alta qualità, oltre a mostre e concerti. È la vivacità, il ritmo della città, che spinge, stimola e coinvolge».

A New York si sentono nuove tendenze?
«Ci sono di sicuro, ma, essendo una città culturalmente enciclopedica, non è facile trovare la tendenza più innovativa. È forte la dimensione della cultura come esperienza. Spettacoli in cui lo spazio, quello che avviene e la presenza degli spettatori costituiscono un coinvolgimento molto forte. A New York si creano dei miti e degli eventi, a cui sembra impossibile sottrarsi, come il Musical “Hamilton”».

Le sembra che l’Italia venga guardata con attenzione?
«Più gli italiani, come emblema di un certo modo di creare: sono apprezzati senza riserva. Sull’Italia come Paese i giudizi sono più complessi»…

Quali sono le vostre future iniziative?
«Una mostra di giovani artisti italiani e una serata dedicata a Ettore Scola. Pubblichiamo anche un libro con le interviste e le conferenze che Giorgio Bassani ha fatto qui all’Istituto di cultura in occasione del suo centenario e ci occuperemo dei 50 anni dell’alluvione di Firenze. Organizzeremo l’apertura del Festival del Cinema Europeo con l’ultimo film di Giuseppe Gaudino e la presenza di Valeria Golino».
(Da lastampa.it, 17/4/2016).

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