Il dialetto nelle scuole. Cronaca di uno spot elettorale

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Il Governo annuncia che lo studio del dialetto sarà obbligatorio nelle scuole, ma non lo scrive nella riforma. I dialetti fanno già parte del programma di italiano, ma nessuno lo ricorda. E la lega cresce nei sondaggi.

Il dialetto è da sempre parte dell’istruzione linguistica e letteraria italiana. Lo è stato da prima ancora che esistessero le scuole e l’Italia unita. I dialetti italiani, infatti, non costituiscono varianti della lingua nazionale. Si sono formati e si sono evoluti nei territori, ciascuno autonomamente, a seconda delle diverse occupazioni subite. Fino a quando, per il suo prestigio letterario, se n’è imposto uno sugli altri. Sino ad allora, però, e anche dopo, sono stati protagonisti della nostra produzione letteraria. Non sarebbe stato possibile escluderli dall’insegnamento della lingua e della letteratura perché ne fanno parte in profondità. Infatti sono già oggi previsti come parte integrante dell’insegnamento scolastico della lingua italiana, che, tra le sue finalità, annovera «la consapevolezza dello spessore storico e culturale della lingua». «Lo studente – secondo i Piani di studio della scuola secondaria superiore del Ministero della Pubblica Istruzione – dovrà essere in grado di (…) oggettivare e descrivere le strutture della lingua e i fenomeni linguistici, mettendoli in rapporto anche con i processi culturali e storici della realtà italiana». Per raggiungere questi obbiettivi i programmi ministeriali attualmente in vigore prevedono, anche negli istituti tecnici, che gli studenti acquisiscano «i dati essenziali sulle vicende linguistiche italiane messe in rapporto con i fatti culturali e storici, con particolare attenzione per la “questione della lingua”, strettamente intrecciata nei secoli alla problematica letteraria, e per la comunicazione nella società dell’Italia contemporanea».

In cosa consiste, quindi, la nuova proposta del Ministero? Per il momento, nelle schede pubblicate dal Gruppo Tecnico di Lavoro del Ministero, previste dal d.P.R. del 15 marzo 2010, è contenuto soltanto un riferimento, nell’ambito delle «conoscenze relative agli aspetti essenziali dell’evoluzione della lingua nel tempo», al «rapporto con i dialetti». Non una parola di più. La proposta di affidare l’insegnamento dei dialetti a degli «insegnati specializzati» la cui competenza dev’essere verificata nei concorsi di accesso alla professione rimane soltanto propaganda.

Artefice di questa campagna politica, la Lega Nord, il cui leader, Umberto Bossi, aveva sostenuto lo scorso ferragosto che lo studio del dialetto dovrebbe essere obbligatorio e diffuso in tutta Italia. Venne subito accontentato dal Ministro per la Semplificazione Normativa, Roberto Calderoli, anch’egli leghista e convinto che «la lingua italiana è il dialetto romanesco che ci passa la Rai», che annunciò subito un disegno di legge per rendere obbligatorio l’insegnamento del dialetto già dalle scuole elementari.

Che l’insegnamento dei dialetti in rapporto alla lingua italiana debba essere parte integrante del percorso formativo di uno studente non è discusso. A cosa possa servire l’insegnamento sistematico di un dialetto specifico addirittura in modo simile «alla musica, al ritmo, ai modi di dire, a qualcosa che abbia una cadenza quasi musicale» (secondo la proposta della moglie di Bossi), non è ancora stato spiegato. In un liceo potrebbe un rappresentare un sovrappiù di cultura generale, ma l’utilità di una simile disciplina in una scuola professionalizzante rimane incomprensibile al punto che gli stessi alleati di Governo presero le distanze dalla proposta dei leghisti. «Con tutto il rispetto per i dialetti locali – disse il parlamentare del PdL Giuliano Cazzola, vice presidente della Commissione Lavoro della Camera – gli italiani (in particolare i giovani) hanno un handicap ben più serio: la scarsa confidenza con le principali lingue straniere e segnatamente con l’inglese che è ormai l’idioma del mondo. Non si trova lavoro in Europa parlando correntemente bergamasco».

Insegnare i dialetti agli insegnanti è problematico e costoso. Il motivo per cui uno stato che non ha risorse per aggiornarli sulle nuove tecnologie debba investire per istruirli sui dialetti rimane un mistero. La risposta, forse, va cercata nei sondaggi elettorali. I dati del Censis dimostrano che gli elettori leghisti, otto su dieci dei quali vive in piccoli comuni con meno di 30mila abitanti, contano la più bassa percentuale di laureati dopo quelli dell’UdC e dispongono, per la maggior parte, della sola licenzia media. È troppo facile chiedere l’isegnamento del dialetto a chi l’italiano lo ha studiato a malapena. Facile, eppure funziona. Grazie anche alla sparata sul dialetto, la Lega Nord ha guadagnato, da luglio a settembre, l’1,5 per cento di consensi. Approvare davvero la riforma non è servito, è bastato uno spot elettorale. Uno spot pubblicitario antiumanista e antiunitario che prosegue fino alla vigilia dei 150 anni dall’unità d’Italia. Se, come diceva Douglas, gli ideali di una nazione si riconoscono dalla sua pubblicità, dovremmo iniziare a porci qualche domanda. O potremmo svegliarci in Europa incapaci persino di vivere in Italia.

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