Il declino quasi inarrestabile della lingua italiana

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I giovani e la cultura Presidi costretti a corsi supplementari per recuperare, il disastro dei test Invalsi

Il declino della lingua (scritta) Vocaboli e congiuntivi: i dieci errori

di Paolo Conti

«Tradurre» Dante. Non in inglese: ma in italiano. Luca Serianni, linguista e filologo, ordinario di Storia della lingua italiana a «La Sapienza» di Roma, lo racconta con ironia ma anche con preoccupazione: «I ragazzi approdano all’università con un bagaglio linguistico estremamente povero. Affrontano Dante, diventato per loro inaccessibile, esattamente come se si trattasse di una lingua straniera. Pensano a una "traduzione" in italiano, non a un adattamento alla lingua attuale, quindi ciò che per noi è una parafrasi». Insomma, Dante ormai come un classico inglese o francese. Gli strumenti grammaticali, sintattici, lessicali e ideativi a disposizione degli studenti italiani di diverso ordine (medie inferiori e superiori, università) sono sempre più scarsi, come dimostrano gli ultimi disastrosi risultati dei test Invalsi. Tanti presidi di scuole superiori stanno approntando corsi supplementari di italiano per ripassare i fondamentali della lingua e solo dopo procedere. Altrimenti studiare latino, greco, lingue straniere diventa impossibile. Esempi concreti? Valeria Della Valle, docente di Linguistica italiana a «La Sapienza» e autrice con Giuseppe Patota del fortunato «Viva il congiuntivo», saggio di rivalutazione di un modo in disuso ed edito da Sperling e Kupfer (ammette sospirando che «ormai quasi tutti dicono «se lo sapevo non venivo, ma non c’è da drammatizzare», ma si registra una crisi anche del passato remoto a favore del passato prossimo). Dice dunque Della Valle: «Assisto a un costante impoverimento di competenza lessicale in chi arriva dalle medie superiori. Parole come "obsoleto" o "laido" per molti sono incomprensibili. Oppure si attribuisce loro un significato diversissimo. Molte difficoltà sugli apostrofi, si scrive un altro o un’ altro? Mi arrivano "piu" senza accento e "un pò" con la o accentata e non con l’apostrofo". Poi la punteggiatura. Resistono i diversi tipi di punti, la virgola ancora non cede ma il punto e virgola e i due punti sono pressoché scomparsi dall’universo giovanile. Magari i ragazzi conoscono tutti i termini legati alla telematica, l’informazione, alla comunicazione. Però sono incapaci di organizzare un ragionamento scritto con una introduzione, uno svolgimento e una conclusione». Valeria Della Valle punta l’indice non contro i ragazzi ma verso le scelte politiche: «Inutile gridare al lupo al lupo quando sono scomparse le scuole di specializzazione in linguistica per insegnanti. Non è detto che chi si laurea in letteratura abbia piena padronanza della lingua e delle sue regole. E ancora: inutile lamentarsi di ciò che sta accadendo quando la recente riforma ha abbassato il numero di ore di insegnamento dell’italiano. Bisognerebbe invece accrescerle, ma dico un’ovvietà». Concorda Francesco Sabatini, presidente emerito dell’Accademia della Crusca: «Siamo uno Stato giovane, scontiamo storicamente un ritardo nell’apprendimento collettivo della stessa lingua, la scuola non è stata aiutata, si è perso troppo tempo dietro a problemi secondari. Per di più i governi, soprattutto quelli recenti, non si sono spesi su un fronte: la formazione degli insegnanti. Non bastano i sacrifici personali di quella categoria per risolvere il problema». Altri esempi, sempre dovuti all’osservatorio di Luca Serianni: «È verissimo, c’ è un problema lessicale. Termini come "dirimere", "esimere", "fatuo", "congruo" non sono più comprensibili se non immessi in un contesto». Serianni segnala poi (come Della Valle) il problema sempre più emergente che mina alle fondamenta l’uso dell’ italiano: «C’è sempre più difficoltà a organizzare un testo scritto. Si allontana la prospettiva dell’argomentazione: della spiegazione di ciò che si ha in mente. Fatto grave che evidentemente travalica il semplice problema linguistico che stiamo affrontando. Incide anche sulla forma: i ragazzi non rispettano più i margini dei fogli, anche questo è significativo». Rimedi? Serianni è stato consulente di una parte della riforma Gelmini: «Secondo me bisognerebbe rinunciare a una certa vocazione enciclopedica che spinge allo studio anche dei minori, ormai diventato impossibile. Meglio concentrarsi su alcuni classici, approfondendoli. Così vedremo che Dante non sarà più considerato uno straniero». Conclude Piero Cipollone, economista, presidente dell’Invalsi, che a luglio ha riesaminato i temi di maturità 2008-2009 ritenendoli insufficienti (63,2% per lessico, 58,9% per competenza ideativa, 54,1% per competenza grammaticale e 58% per competenza testuale): «Il disastro peggiore è quello ideativo, l’incapacità di costruire e "reggere" un ragionamento. Insomma, quando si spiegano non sanno dove vogliono andare a parare… E questo è grave, molto grave».
(Dal Corriere della Sera, 20/9/ 2010).
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Gli studenti e la cultura Dopo i risultati allarmanti dei test. «Anche Manzoni ha ignorato il congiuntivo»

L’italiano che cambia: semplificazione o sciatteria?

Il nuovo modo di usare la lingua fra errori e parole in disuso

di Lorenzo Salvia

Se me lo dicevi prima ci pensavo io. «Allora, dove sarebbe l’errore?», sbotta Francesco Sabatini, presidente onorario dell’Accademia della crusca. E tanti saluti al congiuntivo («se me lo avessi detto…»), proprio come fanno i calciatori alla tv. «Guardi che scrivevano così anche Manzoni e Bembo, il codificatore supremo della lingua italiana» riprende il professore prima di poggiare la cornetta ed avvicinarsi alla libreria. «Ecco qua, "Promessi sposi", capitolo 34. "Se mi si accostava un passo di più, l infilavo addirittura il birbone". Niente congiuntivo. Magari di Manzoni possono dire che era uno scapestrato e allora aspetti, prendo le lettere di Pietro Bembo: "Non ti bastavano le ingiurie se tu ancora quella ferita non mi davi". Niente congiuntivo». L’Accademia della crusca è l’istituto nazionale per la salvaguardia e lo studio della lingua italiana. Salvaguardia, mica robetta. Ma non vuol dire segnare sempre con la matita rossa i nuovi usi della lingua, quella parlata tutti i giorni nelle case, negli uffici e nei bar, magari distante anni luce da quella immobile nei libri di grammatica. «Soprattutto perché – spiega il professor Sabatini – i cambiamenti più vistosi riguardano l’accettazione di fenomeni di antica data che prima venivano censurati e che invece si sono affermati perché funzionano meglio. Se durano, un motivo ci sarà, no?». L’esempio classico è la frase «Il latte lo compro io». Per anni questa struttura è stata considerata un’inutile ripetizione, una brutta variazione del più limpido «Io compro il latte». E invece no: se già si stava parlando di latte, è proprio quella la forma che funziona meglio. Anche stavolta nella libreria del professore c’è un precedente. È una sentenza del decimo secolo, una lite su alcuni poderi nella zona di Montecassino: «Quelle terre – dicono alcuni testimoni in volgare – le ha possedute l’abbazia». Nulla di nuovo. Ma non c’è solo il recupero del passato nei cambiamenti della nostra lingua. Tullio de Mauro – linguista di fama mondiale e per alcuni mesi anche ministro dell’Istruzione – parla di «legittima autodifesa» dalle regole sulle quali la «scuola ha picchiato più duro». Il passato prossimo al posto del passato remoto? «Tutti noi, se dobbiamo dire che abbiamo cotto qualcosa anni fa, preferiamo cambiare strada e dire "ho cucinato"». Io cossi, tu cocesti, egli cosse… il terribile ricordo dei verbi irregolari ci spinge verso sentieri meno impervi: «ho» più un bel participio facile facile. Ma non può essere solo questo. Il verbo «scoprire» non è perfido né irregolare. Eppure la maggior parte di noi dice «Cristoforo Colombo ha scoperto l’America nel 1492» non «Cristoforo Colombo scoprì l’America nel 1492». Un errore? Il professor Sabatini – che a questo punto sarà diventato simpaticissimo a tutti gli studenti italiani – dice di no: «Bisogna tener conto della dimensione psicologica del tempo, non solo di quella fattuale. E se dico che Cristoforo Colombo ha scoperto l’America vuol dire che nel mio discorso considero ancora attuali gli effetti di quella scoperta». Eccola, forse, la causa della scomparsa del passato remoto: nell’uso vivo della parola siamo abituati a parlare di cose che riguardano il presente, a prossima serie la sua battaglia potrebbe essere sul punto e virgola».
(Dal Corriere della Sera, 21/9/2010).
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Idee & Opinioni

Elogio del Congiuntivo in un Mondo che si Spaccia per Certo

di Giorgio De Rienzo

Persino Sabatini, presidente onorario della Crusca, non si scandalizza per la perdita del congiuntivo. Cita Manzoni quando fa dire a Renzo: «Se mi si accostava un passo di più, l’infilavo addirittura il birbone». Omette però che Renzo è un contadino, che ha un bagaglio linguistico limitato. Nel nostro tempo di approssimazione dilagante e di appiattimento nella scrittura, la vittima più illustre è sicuramente il congiuntivo. Tentarne un elogio può apparire persino patetico. Pazienza. Certo c’è una legge che non perdona. L’uso la vince sempre nella lingua: congiuntivi (e condizionali) dunque hanno vita breve. Ma sarebbe bello tentare di resistere per restituire al nostro tempo, tutto proiettato su ciò che pare oggettivo e certo, o che spaccia come tale, ciò che invece è soggettivo ed eventuale. Il congiuntivo è modo dell’eventualità e della soggettività. Nelle frasi indipendenti sottolinea dubbi, desideri, esortazione. Nelle frasi subordinate si usa quando il verbo reggente esprime anche speranza o timore. Che obblighi chi lo usa a possedere bene lo strumento della lingua scritta è vero; che perciò sia destinato a scomparire in una società globalizzata che corre verso una lingua appiattita magari su una sintassi inglese di base è altrettanto vero. Ma si deve ammettere almeno che sia una perdita grave. Faccio solo un paio di esempi per cercare di chiarire le cose. «Sono sicuro che ciò può essere fatto». «È certo che ciò può essere fatto». Nel secondo caso, senza sofismi di raffinatezza espressiva, l’indicativo ci sta legittimamente, perché la frase reggente («è certo») figura una situazione di oggettività. Nel primo caso invece («sono sicuro») siamo nel campo della soggettività e quindi il congiuntivo diventa obbligatorio: «Sono sicuro che ciò possa essere fatto». Non è una fisima solo grammaticale ma anche un problema di pensiero e di cultura, su cui sarebbe davvero delittuoso sorvolare. Oppure preferiamo adagiarci in una società in cui chiunque parli, come capita, pensi di detenere la verità e che tutto si possa risolvere in uno sbrigativo (pragmatico) indicativo?
(Dal Corriere della Sera, 22/9/2010).
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Il Congiuntivo Sparito se è Scelta Consapevole, che Sia

di Francesco Sabatini

Nel Corriere di ieri Giorgio De Rienzo giustamente chiede prudenza nel tagliar corto su certi usi del congiuntivo (taluni, però, sono solo stilistici e non obbligatori). Ma va un po’ più in là quando toglie dal gioco Manzoni, da me citato a proposito della costruzione «se mi si accostava un passo in più, l’infilavo addirittura, il birbone», come esempio di periodo ipotetico con doppio indicativo, invece che con congiuntivo e condizionale («se mi si fosse accostato un passo in più, l’avrei infilato addirittura, il birbone»). Manzoni, dice l’amico De Rienzo, in quel punto fa parlare il contadino Renzo. Vero. Variazioni di questo tipo nel suo romanzo ci sono, eccome. Non dimentichiamo, però, che in questo, come in molti altri casi, il Nostro tende in generale ad appianare un bel po’ la lingua patria, a ridurre le differenze tra colloquialità e stile sostenuto. Ma, soprattutto, non è qui il punto principale della questione. Quel tipo di costruzione non è, nella lingua italiana, un tratto di pura rusticità: è molto antico ed è presente in passi nient’affatto espressionistici di scrittori di classe. Citavo già Bembo, e ora aggiungo Machiavelli (Arte della guerra: «Braccio cercò di occupare il regno di Napoli, e se non era rotto e morto all’Aquila, gli riusciva»), Varchi, Baretti, Bettinelli, ecc., a parte, naturalmente, i testi più sbrigativi (di Michelangelo, per esempio) e quelli teatrali. Un costrutto molto simile (con un congiuntivo e un indicativo) abbonda ancor più in testi di ogni epoca («se potuto aveste veder tutto, mestier non era parturir Maria», Dante e così tanti altri). Un intero capitolo di un volume di Paolo D’Achille documenta tutto lo sviluppo di questo congegno sintattico. In breve: la tendenza a semplificare queste costruzioni bilanciate tra congiuntivo e condizionale è di antica data; nell’uso odierno riaffiora spesso nei giornali e in qualche saggista, oltre che nella narrativa. È uno dei tanti tratti del parlato, certo, ma non è un male di per sé che sia presente nel repertorio di giovani scriventi, purché questi conoscano anche l’altro tipo di costruzione e scelgano secondo i casi.
(Dal Corriere della Sera, 23/9/2010).




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