Il de-Cameron

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Il de-Cameron

Il tanto ritardato discorso del primo ministro inglese David Cameron sul futuro delle relazioni UE-UK ha finalmente avuto luogo questa mattina. No, non valeva la lunga attesa, come del resto ha fatto capire il laburista Douglas Alexander, notando come in quel gigantesco fiume di parole non sia possibile rintracciare nemmeno una affermazione che esprima chiaramente “this is where I stand”, cioè “questa è la mia posizione”. Al contrario, ciò che abbiamo è una collezione di accorati controsensi e, nel migliore dei casi, di cose già sentite e di alternative possibili cui, tuttavia, si dovrà dare una risposta in futuro. Questi, ad ogni modo, i contenuti più significativi: referendum entro il 2017, no tassativo all’euro anche in un futuro remoto, necessità di riforme a livello europeo nonché di nuovi accordi e trattati.
È però forse analizzando le pieghe del discorso di Cameron, le sue intime contraddizioni, che si può capire come il Regno Unito stia di fatto cercando di profittare (magari mettendoci del suo, considerando che fare gli interessi della Sterlina significa non fare quelli dell’Euro) della crisi europea in corso per mediare fra le istanze più diverse nel proprio esclusivo interesse.
La “vision” di Cameron è, in altri termini, di rimanere nella Unione Europea quel tanto che basta a mantenere il prestigio e il peso politico internazionale derivante dall’essere potenza di spicco entro la EU, continuare a guadagnare dall’insegnamento della lingua inglese e mantenere l’appoggio interessato degli Stati Uniti, per i quali l’isola britannica è il cavallo di Troia indispensabile per fare i propri interessi sul continente. Contemporaneamente, però, chiedono di rimanere aristocraticamente isolati, di mantenere la propria valuta e di negoziare con l’Europa solo attraverso la mediazione del proprio Parlamento. L’obiettivo di creazione di un mercato unico vero deve di fatto essere perseguito con la creazione di una nuova comunità economica, con la totale esclusione di integrazione politica.
Cameron dice di volere un futuro di prosperità e benessere per l’Europa, auspica la creazione di un autentico mercato unico con la riduzione della burocrazia e un’apertura ai paesi emergenti. Peccato solo che la sua “agenda” renda impossibili questi risultati. Il mantenimento della sterlina implica infatti non solo squilibri macroeconomici nell’Unione ma anche un ovvio conflitto di interessi, che continuerà a destabilizzare l’Euro. E si lasci stare la burocrazia: come potrà essere ridotta se non proprio con maggiore integrazione? La prosperità di lungo corso, d’altro canto, senza gli Stati Uniti d’Europa è solo un miraggio: l’Unione politica è fondamentale, senza c’è spazio solo per l’irrilevanza e la colonizzazione.
D’altra parte, affermare che il nostro benessere futuro possa derivare solo dall’apertura ai mercati emergenti è falso: una vera Europa federale avrebbe intanto un enorme mercato interno da sfruttare, un mercato linguisticamente unificato dalla lingua federale ed economicamente fertile su cui far nascere le migliaia di aziende che la colonizzazione angloamericana non ha mai permesso.
“I want a better deal for Europe too”, “desidero un patto più vantaggioso anche per l’Europa” afferma candidamente Cameron.
Certo, come no!

Giorgio Pagano

Notizie Radicali
24-01-2013




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