Il costituzionalista contro i corsi in inglese

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Il giudice costituzionale Paolo Grossi: »Così gli studenti sono lesi nella loro identità non solo linguistica ma anche culturale»

27 aprile 2012

Con i corsi universitari impartiti solo in inglese «si rischia di “ledere” gli studenti «nella loro identità non solo linguistica ma anche culturale». Ne è convinto l’insigne giurista, storico e giudice della corte Costituzionale Paolo Grossi, che ha espresso la sua opinione prendendo parte, a Firenze, a un convegno dedicato al tema “Quali lingue per l’insegnamento universitario?”, organizzato dall’Accademia della Crusca dopo la decisione del Politecnico di Milano e di altri atenei, fra i quali quello pisano, di dare vita a serie di lezioni tenute solo in inglese.

«Temo che questa creazione, un po’ improvvisata, in taluni atenei, dove si studiano cose di carattere scientifico naturalistico, generi perplessità – ha detto Grossi – poiché in questo modo si evidenzia una concezione riduzionistica della lingua, intesa solo come strumento di comunicazione. In realtà la lingua, intesa come “lingua madre”, è molto di più: individua una mentalità, un contesto, un’identità, e non può essere sostituita dalla lingua inglese solo perchè questa è universalmente frequentata e compresa».

Farlo, per Grossi, significa andare a «toccare problemi identitari: inglese e italiano sono culture molto diverse, ed attivando corsi solo in inglese così si rischia di ledere gli studenti italiani nella loro stessa identità linguistica e culturale. E noi – ha detto il professore – dobbiamo pensare a dare loro arricchimenti, non lesioni«. Lo storico ha però precisato che questa riflessione non »intende togliere nulla all’esigenza, reale, di incrementare negli allievi la conoscenza delle lingue straniere: intendendo con ciò non solo l’inglese, ma anche, ad esempio, il francese, lo spagnolo, il tedesco».

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