Il consiglio di Tullio De Mauro per la sopravvivenza della lingua italiana: seguire l’esempio degli inuit e dei curdi. E per l’illustre professore l’uso dell’inglese è completamente estraneo alla cancellazione dell’italiano.

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Tullio De Mauro.

Italiano addio? Solo Internet ci può salvare.

La lectio del linguista al Festival della Comunicazione “Nel dopoguerra abbiamo vissuto una rivoluzione”.

Nei centocinquant’anni di vita dello Stato unitario la realtà linguistica italiana ha conosciuto un rinnovamento profondo, accentuatosi nei settant’anni di vita democratica e repubblicana. È stato un rinnovamento che a buon diritto può chiamarsi una rivoluzione nel confronto con i mutamenti linguistici d’altre parti del mondo. In effetti, in particolare nell’ultimo mezzo secolo, tutti i paesi hanno conosciuto mutamenti intensi della loro situazione linguistica. In parte i mutamenti sono stati conseguenza di grandi fenomeni non linguistici: alcuni di natura politica, come la decolonizzazione o la crisi dello Stato tradizionale e la nascita di organismi «oltre lo Stato»; altri, del resto intrecciati ai precedenti, di natura economica e tecnologica, che hanno accentuato l’interdipendenza finanziaria e produttiva dei diversi paesi; altri di natura ancor più profonda, come la crescente migrazione dalle aree più povere verso le ricche o il risveglio della coscienza delle identità etniche e dei diritti linguistici d’ogni gruppo umano, anche minore.

L’uso dell’inglese

Nella complessiva realtà linguistica mondiale una delle conseguenze dei mutamenti è stata l’espansione dell’uso
dell’inglese nei rapporti internazionali e, per una sessantina di paesi, anche nella vita amministrativa e pubblica. È il fenomeno più vistoso per l’osservatore comune. Negli Anni Settanta qualche sociologo si spinse ad affermare che l‘anglizzazione di tutto il genere umano era ormai una realtà e che le migliaia di diverse lingue umane si sarebbero dissolte nel nulla. Così non è avvenuto e non sta avvenendo. Certamente sono in pericolo di estinzione (ma non per colpa dell’uso dell’ inglese e non da questo sostituite) quelle lingue la cui base demografica, ristretta talora a poche decine d individui, è in via di dispersione o di assorbimento. Ma, pur meno vistosi e meno seguiti dall’informazione giornalistica, sono avvenuti fenomeni di segno contrario. Negli anni Settanta le lingue affidate non solo all’oralità, ma alla scrittura erano poco più di settecento, oggi sono oltre duemilacinquecento. L’adozione nella scrittura accompagnata da un’estesa alfabetizzazione conferisce a una lingua una stabilità nel tempo e nello spazio sociale e culturale che lingue di uso solo orale non conoscono.

L’analfabetismo

Restino ancora gravi problemi di analfabetismo nelle aree povere, ma la scolarizzazione ha fatto passi da gigante tra Anni Cinquanta e Duemila: ha cambiato profondamente la faccia culturale e linguistica di molti paesi, dando nuova solidità e stabilità a lingue e tradizioni diverse. I mutamenti linguistici che l’Italia unita e, poi, repubblicana hanno vissuto possono definirsi una rivoluzione: una rivoluzione epocale, anche se in parte nascosta e incompleta.
Una rivoluzione epocale. La rivendicazione dell’unità politica dell’Italia in nome dell’unità di lingua ebbe natura largamente mitologica, la competenza in lingua italiana essendo restata per secoli limitata alla parte più alafabetizzata della Toscana e della città di Roma e, fuori da queste due aree a piccoli sottogruppi di persone colte, affioranti dal mare dell’analfabetismo e dei dominanti dialetti. Ma l’unificazione innescò poi processi che diffusero l’italofonia. L’accumulo di competenze restò sotto un terzo
dell’esilissimo strato di popolazione fino al secondo conflitto mondiale. Dagli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento il conseguimento diffuso della licenza elementare, l’avvio di una meno inconsistente scolarità media e, dagli anni Novanta, medio superiore, l’inurbamento e spostamento della popolazione dalle regioni agricole e meridionali verso le città e il Centro Nord e la diffusione dell’ascolto televisivo hanno concorso a un decisivo incremento della convergenza degli usi parlati verso
il comune patrimonio linguistico italiano specie nella vita di relazione, dove l’adozione dell’italiano coinvolge ormai più del 90% della popolazione.

I dialetti

Nei tremila anni di storia anteriore documentata mai le popolazioni d’Italia conobbero un simile grado di convergenza verso una stessa lingua anche se ancor oggi per metà della popolazione sopravvive la possibilità di usare, accanto all’italiano, uno dei molti idiomi locali (dialetti affini all’italiano e lingue di minoranza). A questo multilinguismo endogeno si è aggiunto negli ultimi anni un gran numero di lingue, circa duecento, importate dall’immigrazione. Ma gli immigrati quasi tutti si assimilano rapidamente a italiano e parlate locali e per ora non paiono incidere sull’uso dell’italiano. Una rivoluzione nascosta, non governata, poco compresa. La mitologia patriottica, il bellettrismo dominante della cultura «generale», la modestia della componente antropologica e demografica degli studi storici italiani hanno occultato nella coscienza anche dei ceti colti l’enorme rivolgimento linguistico vissuto dal e nel paese. Pasolini avvertì quel che andava accadendo, ma, mescolando a ciò errori (presunta morte dei dialetti, presunta tecnologicità dello stile ecc.) e urtando contro l’opaca disattenzione dei più, restò un caso isolato.

La vittoria del parlato

Una rivoluzione incompleta. L’adozione dell’italiano come lingua comune di riferimento ha vinto nel parlato, ma non si è accompagnata al possesso della lettoscrittura in italiano: e non perché vi siano state altre lingue di riferimento, ma per la povertà della lettura, per il peso dei residui di analfabetismo primario e per la formazione di imponenti sacche di analfabetismo di ritorno. Gli adulti, in una percentuale stimata tra il settanta e l’ottanta per cento, anche dopo aver raggiunto una buona scolarizzazione, dagli stili di vita sono portati a non praticare più la lettura e quindi hanno difficoltà di comprensione di un testo scritto, con conseguenti difficoltà di adoperare in modo appropriato una lingua di grammatica complicata e vocabolario fondamentale d’antica tradizione, che quasi per otto parole su dieci è fatte delle parole usate da Dante nella Commedia. Alcuni sperano che per le future generazioni questa stato di arretratezza alfabetica possa essere corretta dalla diffusione delle tecnologie informatiche. Come è successo altrove nel mondo, per esempio per gli inuit o per gli eroici curdi, la tradizione Dante potrebbero trovare un alleato in internet.
(Da La Stampa, 10/9/2015).

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