Il compleanno dello Zingarelli

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Il vocabolario compie novant’anni

Zingarelli, una stella sicura nelle tempesta della lingua

di Franco Gabici

Il vocabolario della lingua italiana di Nicola Zingarelli compie quest’anno novant’anni e forse non tutti sanno che questo testo fondamentale della nostra lingua non si presentò in volume, ma in fascicoli, il primo dei quali uscì nel 1917 presso gli editori milanesi Bietti e Reggiani. Il vocabolario sarebbe uscito in volume solamente nel 1922 come seconda edizione aggiornata dallo stesso autore. L’impresa del vocabolario iniziò nel 1913 e si dimostrò subito assai difficile. Zingarelli, che all’epoca insegnava lingue neolatine all’università di Palermo, all’inizio del 1913 si era impegnato a produrre cento “cartelle” al mese, ma a settembre gli editori se ne trovano solamente una ventina e di fronte a questa esiguità del materiale non nascondono la loro preoccupazione perché in previsione di questa grande impresa editoriale avevano investito molto e dopo avergli ricordato di avere in giacenza ben 40 quintali di caratteri fatti fare appositamente per il suo vocabolario, lo invitano a calcolare “quanto tempo occorrerà ancora perché la sua ponderosa opera venga alla luce”.

Nell’agosto del 1920 Zingarelli ha terminato il nono fascicolo e comunica a Michele Barbi che gliene mancano solamente tre per concludere l’opera. L’impresa lo assorbe totalmente e Michele Scherillo, in una recensione al Vocabolario, esprime molto efficacemente l’atmosfera di fatica descrivendo in questo modo lo studio di Zingarelli: “ I tanti quadretti artistici, le stampe, le cartoline che una volta lo rendevano gaio, ora erano soffocate da cento dizionari, d’ogni lingua, d’ogni disciplina, d’ogni formato, squadernato da per tutto, sullo scrittoio, sui leggii, sui palchetti ingombri degli scaffali (…) E il piccolo dottor Faust, curvo sulle sue schede, nascosto in quel bailamme, si levava di tratto in tratto per consultare qualcuno dei volumi più lontani, scotendone la polvere con un suon di mano”. Zingarelli, che era anche un apprezzato dantista, sentiva veramente che quella impresa gli faceva “tremar le vene e i polsi” perché, come scriverà in una prefazione, “mai non è apparsa tanto evidente la mutabilità delle lingue come nel tempo dallo scoppiar della guerra ai giorni presenti” al punto che il vocabolario, a distanza di pochi anni, gli pareva già invecchiato. E alla fine della sua fatica, giunto alla lettera “Z”, Zingarelli diceva: “vorrei finire con zum, zum, zum, cioè gioia di avere finito il vocabolario”.

L’uscita del vocabolario, presentato con lo slogan “L’Italia moderna ha il suo vocabolario”, non fu per nulla un affare e anche la seconda edizione del 1922 disattese le aspettative degli editori. Il successo dell’iniziativa iniziò dalla quarta edizione del 1928, quando il vocabolario, dedicato a Benito Mussolini “restauratore delle sorti d’Italia”, uscì con una fascetta che riportava un lusinghiero giudizio del Duce. Nel frattempo, però, la casa editrice era entrata in crisi finanziaria e dopo la morte di Antonio Bietti subì il tracollo definitivo fino a quando nel 1941 il Vocabolario non fu rilevato dalla Zanichelli, che a tutt’oggi continua a pubblicarlo con edizioni annuali aggiornate. E il fatto che anche Zanichelli si chiamasse Nicola ha ingenerato da sempre parecchie confusioni e scambi di persona. L’ultima edizione curata da Zingarelli, la quarta, uscì nel 1935, nello stesso anno della sua morte.

Alcuni anni prima, presentando la seconda edizione, aveva ricordato il difficile clima in cui era nato il suo vocabolario. I dieci anni che lo tennero impegnato, come si legge in “Nicola Zingarelli. Documenti e immagini” curato da Luigi Reitani, furono sufficienti “a sperimentare quanto sia mutevole ed instabile il nostro parlare. E il vocabolario fu “un di quelle forme con cui l’uomo tende sempre a mettere ordine e legge e carattere di immanenza ed eternità al vortice della sua vita”.

(Da La Nazione, 12/3/2007).

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