Il cattivo francese di Sarko

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IL CASO SINISTRA ALL’ ATTACCO. ROYAL: «MITTERRAND ERA DIVERSO»

I francesi discutono sugli «errori» di Sarko «Parla troppo male»

di Stefano Montefiori

Sarkozy uomo del popolo? Come può un avvocato d’affari, cresciuto nel quartiere chic del Parc Monceau e poi diventato sindaco del ricco sobborgo di Neuilly, concedersi licenze linguistiche ed errori che decenni di scuola repubblicana hanno estirpato ormai anche dalle classi meno favorite? I suoi detrattori si interrogano se sia un vezzo populista o incultura, ma di una cosa sono certi: il presidente della Repubblica Nicolas Sarkozy parla male. Usa un pessimo francese. Risponde con insulti volgari quando viene provocato – il «Casse-toi, pov’ con» «Vattene, povero coglione» è ormai entrato nella storia -, e sbaglia sintassi o grammatica quando cerca di tenere alto il livello della conversazione. Nei giorni del 15° anniversario della morte dell’elegante François Mitterrand lo hanno ricordato – non senza partigianeria – esponenti della famiglia socialista. La figlia di Mitterrand, Mazarine Pingeot: «Sarkozy si abbandona a una forma di diminuzione della funzione, di demagogia, insopportabile. Non ho mai sentito mio padre dire una parola grossolana». Ségolène Royal: «Mitterrand aveva una padronanza assoluta della lingua francese, come sarebbe doveroso per un presidente». Il tema sotterraneo dei crismi di francesità dell’«ungherese» Nicolas Sarközy de Nagy-Bocsa è tornato in superficie quando il deputato socialista François Loncle ha scritto una lettera ufficiale al ministro dell’Educazione Luc Chatel, chiedendo in un buon francese leggermente surreale «quali disposizioni il ministro intendesse prendere per porre immediatamente rimedio agli errori di linguaggio del presidente». Chatel ha cercato di rispondere a tono, una mano sul cuore e l’altra sul vocabolario: «Il Presidente della Repubblica parla in modo chiaro e veritiero, rifiutando uno stile anfigorico sic e le circonvoluzioni sintattiche che confondono il cittadino. Giudicarlo con severità da purista significa ignorare il suo senso della prossimità». Sarkozy parlerebbe come i suoi amati francesi, insomma. Dimentica spesso metà della negazione per esempio «J’écoute mais je tiens pas compte» invece di je ne tiens pas e usa forme sbrigative e colloquiali «Y’a un Premier ministre, y’ en a pas deux», invece di Il y a un Premier ministre, il n’y en a pas deux anche in occasioni importanti, come per esempio l’intervista televisiva del novembre scorso, in cui peraltro azzardò un acrobatico imparfait du subjonctif, tempo verbale ormai totalmente desueto. Il linguista Jean Véronis, che sulle parole di Sarkozy ha scritto un libro, ipotizza su Libération che il presidente cerchi di trarre vantaggio da sue insormontabili difficoltà: «Ma le classi popolari parlano spesso meglio di lui. Lo stile di Jean-Marie Le Pen, ricco di vocabolario e dall’ottima sintassi, non è mai stato un ostacolo per la conquista dei voti degli operai». Se il francese zoppica, meglio compensare con un po’ di latino: expressis verbis, ha azzardato Sarkozy in diretta tv.
(Dal Corriere della Sera, 10/1/2011).




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