IL CAMBIO DI MARCIA DEL PROFESSORE

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IL CAMBIO DI MARCIA DEL PROFESSORE

GIAN ENRICO RUSCONI

Monti ha una gran fretta e soprattutto una gran voglia di polemizzare. Ha imparato perfettamente la lezione della comunicazione mediatica: non c`è nulla di «moderato» nella sua strategia comunicativa. Al contrario, è piuttosto pungente. Nel migliore dei casi è temperata dall`ironia, ma questa non funziona sempre. Se poi si crea l`impressione di «tutti contro Monti» e viceversa, l`effetto potrebbe essere controproducente per l`interessato. Dopo aver preso in contropiede i suoi grandi mentori, che lo invitavano a mettersi pazientemente «a disposizione della Repubblica», il professore si è buttato nella mischia in prima persona per realizzare la seconda fase del suo governo («ridurre l`imposizione fiscale sul lavoro e insieme la spesa pubblica»; «l`obiettivo d`ora in poi sarà la crescita»). Per fare questo esige una «maggioranza larga» che prenda il posto della «maggioranza strana» del suo precedente governo tecnico. Ma deve essere una maggioranza docile, di supporto parlamentare. Il professore infatti si sente autosufficiente con la sua Agenda. «Scendo in campo non schierandomi pro o contro singoli partiti ma per difendere fortemente determinate idee». «Dove sto? Sto con le riforme» – replica a Bersani che lui percepisce come il suo vero avversario.
Monti non spende molte parole a lamentare la mancata riforma elettorale o altre benefiche modifiche istituzionali. Accetta la politica italiana così com`è. Certo, promette «la riduzione del numero dei parlamentari, la semplificazione del processo legislativo e l`organizzazione territoriale dello Stato»; si spinge ad affermare che «serve una legislatura costituente». Ma poi dice senza mezzi termini: «ciò che c`è da fare non è nuovo; ciò che è mancato è lo spirito e la volontà coesa per farlo». In breve, la discriminante non è data dallo schieramento ideologico dei partiti tradizionali ma tra chi vuol cambiare il Paese con le riforme da lui proposte e chi vi si oppone. E lui vede gli uni e gli altri presenti in tutti gli schieramenti. Da qui la sua ambizione di sgretolare o di addomesticare il sistema partitico esistente. Ma questa tattica ha prospettive di successo? L`operazione ideologicamente semplificatrice («non c`è più né destra né sinistra», «i veri conservatori sono i sedicenti progressisti» ecc.) farà breccia tra la massa degli incerti e degli astensionisti? Nelle prossime settimane assisteremo all`accavallarsi di sondaggi dai risultati molto incerti. Ma Monti sembra deciso ad andare sino in fondo. Intanto però nelle sue prime uscite mediatiche si è mostrato elusivo sul tema dei diritti e delle libertà civili. Gli è stato puntualmente rimproverato con argomenti forti e pacati da Vladimiro Zagrebelsky sul nostro giornale e da Stefano Rodotà su «Repubblica» – per citare soltanto due autorevoli commentatori. Sono certo che a questa reticenza il professore provvederà quanto prima, citando qualche passo dell`Agenda, dove si possono leggere alcune affermazioni di principio molto generali. Ma dall`offensiva mediatica di questi giorni si ricava l`impressione che l`urgenza delle misure economiche declassi la questione dei diritti e delle libertà civili a semplice variabile dipendente. Non intendo affatto attribuire a Monti un residuo di vetero-economicismo che mette le «strutture» prima delle «sovrastrutture». Ma non capisco come si possono invitare i cittadini ad un salto di qualità civile, ad nuovo senso del bene comune, se con questo concetto si intendono soltanto grandezze economiche, sia pure legate alle questioni vitali del lavoro, dimenticando altre dimensioni del vivere civile che toccano milioni di cittadini. E` legittimo quindi chiedere all`aspirante premier Monti che cosa pensa dei problemi ancora aperti nel nostro Paese in tema di diritti civili: il riconoscimento delle unioni familiari senza matrimonio, eterosessuali o omosessuali, il cosiddetto testamento biologico, o il riconoscimento della cittadinanza ai figli di migranti nati e cresciuti in Italia (per fare soltanto qualche esempio).
Il fatto di non essersi – ancora – pronunciato espressamente in merito è del tutto contingente? Oppure è un segnale di intesa con una parte cospicua dei suoi sostenitori che considerano fuori luogo una sua presa di posizione, anzi una «uscita fuori dal campo» tacita- mente riservatogli, come contropartita al sostegno alla sua politica.
Detto in termini espliciti, la questione dei diritti civili è un terreno minato per un possibile governo Monti, sinché appare tanto dipendente dal mondo cattolico, sia esso organizzato in forma partitica o di movimento. Certo, sappiamo che il mondo cattolico è molto variegato, ha sensibilità e ragionevolezze diverse, ma a livello di discorso pubblico e politico la voce che conta sui temi sopra evocati è soltanto quella della gerarchia e della sue agenzie mediatiche. Deve quindi essere un incubo per un possibile governo Monti la prospettiva di finire nella tagliola dei «valori non negoziabili» – una formula cara alla gerarchia cattolica che mette sullo stesso piano problemi etici molto differenti, che dovrebbero essere trattati in modo differente. Ho il sospetto invece che il professore – qualunque siano le sue convinzioni personali – non voglia entrare in questo tipo di dibattito. Che ne è allora del riferimento all`Europa come modello che è sempre sulle sue labbra? Monti dovrebbe sapere quanto è progredita l`Europa – pur nelle sue differenze – proprio sulla tematica dei diritti civili, a prescindere dai parametri economico-finanziari da lui sempre evocati. Forse è il caso che ci rifletta.

(Da "La Stampa", 04/01/2013)




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