Il Burocratese italiano

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La polemica

La rivincita del burocratese

di FRANCESCO MERLO

"All’uopo" e "obliterare" così il burocratese torna nella vita degli italiani
Uffici pubblici: la lingua chiara non è più un obbligo

HANNO abolito l’obbligo della chiarezza e dunque uno sfrattato non può più protestare quando lo chiamano «cittadino passivo di provvedimenti esecutivi di rilascio». Ma forse è l’ora di reagire. Darebbe certamente il via alla rivolta linguistica quel cameriere di bar che segnasse l’ordinazione dell`ex ministro Patroni Griffi usando il burocratese che gli piace tanto.
E che consiste nello scrivere caffè senza mai chiamarlo caffè, ma «altresì assumendo che il liquido in oggetto non sia da iniettare e tenendo conto che trattasi di connubio tra acqua e
piccoli semi tropicali».
Conosco una signora che ha due codici fiscali. Le hanno chiesto «la cerzioriazione» per stabilire «la anteriorità al fallimento di formazione del documento di garanzia» e ovviamente con riferimento «al diritto ex adverso azionato». Ebbene, i funzionari che (non) le hanno spiegato come uscire dalla doppia identità da due giorni non violano più il codice di comportamento dei dipendenti pubblici. Dopo dodici anni infatti è stata cancellata la norma che li obbligava «ad adottare un linguaggio chiaro e comprensibile».
Non che mai siano stati chiari e comprensibili, ma c’è una grande differenza tra una norma disattesa e una norma cancellata che diventa – oggettivamente, si diceva una volta – un incoraggiamento all’oscurità e all’incomprensibilità, virtù spagnolesche e bizantine che in Italia ammorbano il Diritto. E non solo nei testi legislativi che costringono il cittadino a navigare nell’incertezza e nella confusione e ad affidarsi sempre di più ai tecnici del cavillo, ma anche nelle sentenze dei magistrati che, pure, in base all’articolo 546 del Codice di procedura penale, già dovrebbero essere sempre «concise».
È almeno da sperare che Patroni Griffi, che firmò da ministro il provvedimento ora promulgato, abbia abrogato la norma sulla chiarezza cedendo alla rassegnazione e non alla restaurazione. Di sicuro infatti era in burocratese lo stesso codice che conteneva la norma contro il burocratese. Ed è in burocratese il codice che la cancella, e non solo perché frastagliato di formule e di commi, riferimenti, eccezioni e rimandi.
Ieri sul "Piccolo" di Trieste il linguista Michele Cortelazzo ha scritto che «si tratta di un vergognoso passo indietro» e ha fatto il seguente esempio di burocratese che vela, e dunque svela, l’ignoranza: «In una situazione economica così difficile può accadere che l’azione di vigilanza venga reputata dal datore di lavoro "inopinata" e inutilmente punitiva. Ma legittime doglianze non possono divenire congetture o, ancor più, critiche "inopinate" al rigore sanzionatorio…» Commenta il professore: «…chi ha usato, due volte, l’aggettivo inopinato, sapeva cosa scriveva?
Non credo, perché il testo non ha proprio senso. Probabilmente la dirigente (di Cremona ndr) intendeva dire «infondata» ma inopinato significa un’altra cosa: «imprevisto, inatteso».
Il burocratese però non è roba da ignoranti. C’è una logica esatta, anche se diagonale e sfasata, nell’uso di «regolamento recante norme», «ai sensi dell’articolo», «disposizioni concernenti». Ed è una logica che diventa comica e assurda solo quando viene applicata alla vita normale: è possibile ordinare un caffè senza pronunciare la parola caffè?
La prima regola del burocratese è di non usare mai una sola parola quando al suo posto se ne possono usare almeno due, e meno chiare: non decisioni dunque ma «processi decisionali», i documenti sono «supporto documentale», le azioni «il compimento di attività», il biglietto è «il titolo di viaggio». La seconda regola è mai seguire una strada dritta e breve quando se ne possono seguire almeno quattro storte e lunghe: «La norma su esposta è preordinata al fine di evitare la eccessiva incidenza della pendenza dei procedimenti amministrativi sulla esplicabilità delle posizioni di vantaggio degli amministrati».
E sarebbe troppo facile dire chiaramente che il dipendente non deve accettare regali in cambio del suo lavoro quando si può dire oscuramente che «non deve accettare regali o altre utilità da soggetti che possano trarre benefici da decisioni o attività inerenti all’ufficio, né da soggetti nei cui confronti è o sta per essere chiamato a svolgere o a esercitare attività o potestà proprie dell’ufficio ricoperto».
Giustamente la "norma Bassanini", che prende il nome dal Don Chisciotte che contro tutte le evidenze la voleva, quando fu promulgata dal ministro Frattini (2001) fu salutata da una festa linguistica. Sul nostro giornale, il collega Giancarlo Mola scrisse: «La "reversale" ha i giorni contati, presto diventerà una semplice ricevuta. I "pieghi" torneranno ad essere normali buste da lettera. Il denaro non sarà più "ripetuto ", ma banalmente restituito.
Quanto all’"orario antimeridiano" sarà soppiantato dalla più sobria mattinata».
Così non è stato, malgrado fossero stati promessi una task force di esperti con un numero di telefono "sos lingua" e la predisposizione di modelli prestampati di chiarezza. Per la verità nessuno ci aveva creduto sino in fondo. Ma solo ora l’operazione "parlare chiaro" è davvero una bruciante sconfitta. Il burocratese ha vinto. Non ci resta che aspettare nell’oscurità quel cameriere che, «dopo avere comunicato nella sede competente il suo personale favore all’accoglimento della richiesta e considerando acquisito il liquido sopraindicato», dica «ecco» posando un calamaio sul tavolo del ministro. E Patroni Griffi: «Ma io avevo chiesto un caffè». E quello, scappando via: «Appunto».
(Da La Repubblica, 28/6/2013).




1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

lingUE – come parla l’Europa: Il problema del Burocratese italiano visto dall’Unione Europea<br />
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di Antonio Marvasi<br />
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IL BUROCRATESE: Secondo la definizione della Treccani, dicesi burocratese “il linguaggio inutilmente complicato ed ermetico in uso nella pubblica amministrazione”. Tutti, in Italia, abbiamo avuto a che fare più o meno quotidianamente con questa vera e propria piaga sociale. Da sempre i linguisti e letterati italiani cercano di tamponare il problema: già nel 1830 Giuseppe Dembsher pubblicò a Milano un “Manuale, o sia la guida per migliorare lo stile di cancelleria”. Da qui parte la lunga battaglia che, passando per il famoso articolo di Calvino “l’antilingua”, arriva fino ai giorni nostri.<br />
Di recente, due notizie praticamente uscite in contemporanea, hanno dato bene la misura di una vera e propria guerra in atto: da un lato, ha fatto scalpore l’abrogazione, da parte dell’ex ministro Patroni Griffi, della cosiddetta “norma Bassanini”, promulgata nel 2001, che obbligava i dipendenti pubblici ad usare un linguaggio chiaro e sintetico. Dall’altro lato, ad opera del dizionario Zanichelli, è uscito “l’antiburocratese”, ovvero un “Un dizionario del parlar chiaro, rubrica in rete diretta da Massimo Arcangeli, dell’Osservatorio della lingua Italiana Zanichelli”; uno strumento, insomma, che vuole aiutare innanzitutto gli italiani a capire cosa diavolo vorrà mai il direttore delle poste; e magari anche i dipendenti pubblici a usare una lingua più chiara (ma potrebbero tranquillamente farcela: basta scrivere la lingua quotidiana).<br />
Il linguaggio oscuro della burocrazia rappresenta un problema serio di democrazia, dopo la possibilità di accesso all’informazione, viene il problema della comprensibilità: deve essere chiara per tutti, se no siamo punto e a capo. Il problema esiste anche nell’opera-monumento della lingua italiana moderna: i Promessi Sposi. Quando Renzo va dall’Azzeccagarbugli, questo tira fuori formule latine e non, in modo che Renzo non capisca. Lo stesso fa Don Abbondio per rifiutarsi di celebrare il matrimonio. insomma, questo problema, che tutti conosciamo bene in patria, si ripresenta, moltiplicato, a livello dell’Unione Europea, dove traduttori e giuristi italiani tentano di far passare nella nostra lingua i documenti originali scritti, il più delle volte, in inglese.<br />
LA REI: La Rete di Eccellenza dell’italiano Istituzionale è nata nel 2005 a Bruxelles grazie ai traduttori italiani della Commissione Europea. L’idea che li ha spinti a creare questo ente è semplice: essendo i documenti europei scritti in altre lingue, già la traduzione in sé crea dei problemi di chiarezza; se a questo aggiungiamo la tendenza italiana al burocratese diventa impossibile per i cittadini italiani comprendere e partecipare. I membri della REI, italiani e svizzeri, si propongono di<br />
• promuovere l’armonizzazione dei linguaggi specialistici, in particolare in ambito istituzionale<br />
• favorire la convalida incrociata di terminologia e di neologia<br />
• condividere banche dati terminologiche<br />
• attivare una linea diretta tra esperti e rappresentanti di tutte le istanze.<br />
Nel “Manifesto per un italiano istituzionale di qualità” sono elencate le intenzioni e i metodi da utilizzare secondo la REI per arrivare a questo nobile obbiettivo. Ma l’italiano non è parlato solo in Svizzera e in Italia; vi sono realtà trascurabili, come San Marino, e vi sono paesi come la Repubblica di Croazia e la Repubblica di Slovenia, dove l’italiano è tra le lingua più parlate e riconosciute. I traduttori sloveni e croati hanno dichiarato di sentirsi isolati nel loro quotidiano lavoro di trasposizione in italiano delle normative delle rispettive amministrazioni.<br />
INGRESSO DELLA CROAZIA IN UE: Ora che anche la Croazia fa parte dell’unione europea, però, la cooperazione tra professionisti nel campo della redazione e della traduzione di testi istituzionali può includere anche loro. Ecco perché, nei giorni scorsi la Rei ha dedicato una giornata di studi sul tema “L’italiano oltre confine. Lingua istituzionale e di comunicazione in altri paesi europei”, nelle sede della Rappresentanza della Commissione Europea a Roma.<br />
Della Slovenia si sono occupati Metka Malcic e Natale Vadori dell’Università del Litorale e Nada Zajc, traduttrice del Comune di Pirano; della Croazia Tea Batel, collaboratrice dell’Assessorato Comunità italiana e altri gruppi etnici della Regione istriana, Ivana Lalli Pacelat, dell’Università di Pola, Silvio Forza, direttore editoriale della Edit. Nel pubblico anche il noto giornalista, nativo di Spalato, Enzo Bettiza. L’iniziativa ha attirato l’attenzione dei rappresentanti ufficiali dei due Paesi: per la Slovenia era presente il Primo segretario dell’Ambasciata, Gregor Pelicon, per la Croazia, l’ambasciatore in persona, Damir Grubiša.<br />
Sono emersi molti problemi pratici posti dalla standardizzazione dell’italiano per le istituzioni croate e slovene: spesso, mancano scelte unitarie. Per esempio, quello che in Italia è il “consiglio comunale”, a Pola, Rovigno e Umago è il “Consiglio municipale”, mentre a Buie è il “Consiglio cittadino”. Vi è dunque la necessità impellente disviluppare un processo di continuità con le formulazioni in uso nelle altre istituzioni dei paesi nei quali l’italiano è lingua istituzionale, a cominciare dall’Italia.<br />
Ma non è possibile, né sarebbe intelligente, trasporre automaticamente denominazioni e abitudini linguistiche da un Paese all’altro. L’obiettivo è, quindi, certamente quello di portare l’italiano istituzionale a un elevato livello qualitativo,ma anche quello di preservare le specificità strutturali slovene e croate, cioè le specificità della realtà che anche i cittadini italofoni di quelle regioni vivono quotidianamente. In altre parole: quei cittadini italofoni hanno un uso linguistico consolidato differente dagli italiani e dagli svizzeri: imporre loro un uso “straniero” non porta certo a una maggiore chiarezza.<br />
Insomma il problema del burocratese è sentito profondamente anche a livello sovranazionale, e anzi, proprio per quel che riguarda i documenti europei diventa ancora più preoccupante, e con più forza va combattuto. Ovviamente, però, come lo Stato italiano non agisce nei suoi confini – anzi come abbiamo visto sembra incoraggiare la distanza linguistica tra popolo e istituzioni – tantomeno agisce al di fuori. Fortunatamente il prestigio, l’intelligenza e la relativa indipendenza dei traduttori italiani nella Commissione Europea hanno preso le contromisure, dal basso. Si potrebbe forse arrivare al paradosso che per leggere un verbale dei carabinieri a Roma, serva un Notaio, mentre sarà del tutto accessibile il linguaggio di documenti europei di ben altra importanza politica, sociale e economica…<br />
(Da newnotizie.it, 9/7/2013).

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