Il “benaltrismo” e la facile ironia di Littizzetto.

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Il pensiero debole.

di Luciana Littizzetto.

Parliamo di donne. Qualche giorno fa c’è stato un incontro a Montecitorio organizzato dalla presidente della Camera Boldrini con i responsabili dell’Accademia della Crusca che non è un’associazione vegana che si occupa del transito intestinale, ma l’Istituto per la salvaguardia e lo studio della lingua italiana. Si sono incontrati per parlare di questo tema pressantissimo: il sessismo nella lingua italiana. Loro dicono che c’è una discriminazione della donna nella lingua italiana. La lingua italiana non rispetta la parità perché ci sono delle parole declinate al femminile e altre no. Per esempio: perché si dice magistrato, chirurgo, sindaco e non magistrata, chirurga, sindaca? Posso rispondere con bel modo? Mi cascano un po’ le balle. Anzi rettifico. “I balli”. Perché “balle” è femminile e invece gli amici di Maria sono quanto di più tipicamente maschile mi venga in mente. Ma entrando nel merito. O nella merita. Fa lo stesso.

Beh, intanto io credo che ci sia un motivo pratico. Fino a qualche anno fa le professioni dove non è in uso il femminile erano soprattutto maschili mentre adesso li fanno anche le donne. C’è stato un cambiamento grosso nella società e piano piano cambierà anche la lingua. La nostra lingua è fichissima, mobile, ci fa stare dentro un sacco di roba, anche tante parole straniere, piano piano ci metterà anche i femminili… non mi farei venire tutta sta para, Boldrini. Non mettiamoci a contare i peli della spazzola. Il punto per cui battersi è un altro, è che la signora che fa il chirurgo non venga discriminata e venga pagata uguale. Poi che la chiamino come cacchio vogliono. Anche Facocero, va bene lo stesso… Io non credo che si debba agire sulla lingua per colmare le diseguaglianze. Le fatiche delle donne si risolvono in un altro modo. E poi certe parole al femminile ci suonano strane. Sembrano messe lì apposta. Come sarebbe il femminile di rettore? Rettoressa? Rettora? Cioè, mi vuoi dire che tu rettore femmina stai meglio, ti senti più donna, se ti chiamano rettora? Che poi questo è anche un problema molto italiano, per esempio in inglese non esiste il genere, quindi doctor o minister sono uomini o donne nella più totale indifferenza.

Non so in Francia come facciano, ma essendo gente pratica che decapita re e cambia la storia del mondo, non penso che si accapiglino su queste cose. A me non me ne frega niente che mettano la versione femminile del mio mestiere. A me interessa che ci sia posto per me donna per fare quel mestiere. In Italia c’è un divario economico tra uomini e donne del 45%. Che significa, in soldi, che se un maschio italiano ogni mese guadagna 1000 euro, una donna ne guadagna solo 550. Tutto questo per un pirillo. Capito? Ma davvero vale così tanto? Ha lo stesso valore dell’oro, 34 euro al grammo. Un tubetto di carne in più fa così tanta differenza? Nota, un tubo corto, perché l’asino, che ne ha ben ben di più, viene pagato ancora meno della donna. Io penso che sarebbe tanto bello lottare, e fare convegni, e incazzarsi, per la sostanza, non per la forma. Stesse possibilità di lavoro, stessi stipendi, e rispetto – invece che annullamento – delle differenze. Io che sono donna voglio essere rispettata perché sono DIVERSA da te, non UGUALE a te. So che mi sono attirata le ire dell’Accademia della Crusca. Che però per parità di genere dovrebbe essere chiamata l’Accademia della crusca e del germe di grano.
(Da lastampa.it, 27/3/2015).

 




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