I veri rischi per la moneta

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I veri rischi per la moneta

di Federico Fubini

Da quando la vicenda di Cipro è finita fuori controllo, tutto è andato all’opposto di ciò a cui
questa crisi dovrebbe aver abituato. Un Paese è a un passo dall’uscita dall’euro, ma ai mercati sembra
non interessi. Nell’ultima settimana il rendimento dei titoli di Stato italiani a dieci anni è sceso del 2,5%; il principale listino di Milano, il Ftse Mib, è salito delli,6%. Gli investitori non hanno l’aria di prepararsi a uno choc, semmai a un taglio dei tassi della Banca centrale europea.
Non tutti sono così tranquilli, anche se il pacchetto di misure per Nicosia pesa appena lo 0,06% del Pil dell’area euro. Non lo è Saumil Parikh del comitato investimenti di Pinico, il più grande fondo obbligazionario al mondo. «L’impressione diffusa è che Cipro sia un Paese troppo piccolo e insignificante per creare un impatto sui bond o sulle Borse – dice Parikh -. A noi sembra che gli investitori non stiano cogliendo il senso del precedente che Cipro rappresenta».
Il tentativo di prelievo forzoso sui conti correnti, che alla fine si faccia o no, resterà nella memoria dei risparmiatori ovunque. La chiusura delle banche per dieci giorni e il controllo sui movimenti di capitali hanno anch’essi piantato il seme della sfiducia altrove nel resto d’Europa. Ma l’evento di cui resta difficile calcolare i contraccolpi è quello definitivo: la possibilità che un Paese esca davvero dall’euro. Secondo Parikh di Pimco, quest’ipotesi oggi è realistica: «Più le banche restano chiuse, più gli incentivi dei ciprioti a restare nell’euro calano», dice. Impossibile calcolare le probabilità che la rottura si consumi. Eppure le forze che stanno agendo su entrambi i fronti – quello di chi dovrebbe salvare e di chi dev’essere salvato – iniziano a emergere con chiarezza.
Da mesi gli europei stanno assistendo a Nicosia a dinamiche che molti in Germania non ritengono compatibili con l’euro. L’Eurogruppo dei ministri finanziari e la Bce discutono in segreto di un piano per Cipro almeno da settembre scorso, forse troppo perché le misure siano ancora efficaci. Ma da allora le analisi riservate dimostrano che certi grandi conti a Cipro sono stati suddivisi in tanti depositi sotto i 100 mila euro, la soglia su cui (in teoria) esiste un’assicurazione sul risparmio. Altri fondi invece sono usciti verso la Russia, per vari miliardi. Ciò dimostra quanto l’eurogruppo sospettava da tempo: la casta di governo greco-cipriota, più quella degli avvocati e dei faccendieri che le girano attorno, sono legate finanziariamente agli stessi oligarchi russi che ora dovrebbero espropriare per tenere il Paese nell’euro. Non è un caso se al parlamento di Nicosia, al primo tentativo, non uno abbia votato per la patrimoniale. Ora l’élite cipriota deve decidere se salvare i propri interessi, inclusi quelli più opachi, oppure la nazione che pretende di guidare: non una scelta dall’esito scontato.
Sul fronte opposto l’intransigenza è forse anche maggiore. Il governo tedesco in questo momento non esita all’idea che Cipro possa lasciare l’euro. Quasi tutti i responsabili a Berlino si sono convinti che un’economia del genere non avrebbe dovuto mai entrare, basata com’è sul riciclaggio.
La cancelliera Angela Merkel e il suo ministro delle Finanze Wolfgang Schàuble non faranno sconti: le ultime voci di ieri indicavano che la quota del piano da finanziare con i depositi ciprioti è persino salita da 5,8 a 6,7 miliardi di euro. Berlino ritiene che la Bce avrebbe le forze per contenere il contraccolpo della prima frattura nella storia dell’area monetaria.
Un accordo può ancora essere trovato e ieri sera la bozza era pronta: l’intesa è probabile visto il prezzo di una rottura. Ma se la dissuasione nucleare funziona, di solito, è perché la minaccia è reale.
(Dal Corriere della Sera, 23/3/2013).




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