I tedeschi non si rendono conto che affossare la crescita nei paesi più deboli della Ue significa far ammalare anche la Germania

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I tedeschi non si rendono conto che affossare la crescita nei paesi più deboli della Ue significa far ammalare anche la Germania

Nel 1995, dopo gli scandali di Tangentopoli e il primo governo Berlusconi, uno storico tedesco, Jens Petersen, pubblicò in Germania un libro intitolato Quo vadis Italia? Anche a noi piacerebbe sapere in questi giorni dove stia andando la Germania di Angela Merkel. Il cancelliere dichiara di volere difendere l`euro e sembra consapevole della necessità di impedire la bancarotta della Grecia. Ma chiede ai suoi partner più vulnerabili una politica finanziaria che rischia d`imprigionarli per molti anni in una delle più gravi fasi recessive della loro storia economica. Alcune delle sue pretese, come quella che coinvolge i privati nella ristrutturazione dei debiti sovrani, hanno avuto l`effetto di spaventare le banche e aggravare la crisi. Non vuole che la Banca centrale europea diventi, come la Federal reserve e la Banca d`Inghilterra, prestatore d`ultima istanza. Respinge gli eurobond perché creerebbero un debito europeo di cui la Germania diventerebbe inevitabilmente il principale garante. Accetta la Tobin tax sulle transazioni finanziarie, ma a condizione che venga applicata da tutti i 27 paesi dell`Unione Europea: una prospettiva che il veto della Gran Bretagna rende impossibile.
Che cosa vuole in realtà la Germania? Salvare e rafforzare il processo d`integrazione europea? O condannarlo a morte?
Una necessaria precisazione. Parliamo molto di Merkel e dimentichiamo che il cancelliere è soltanto il sacerdote di una ortodossia finanziaria diventata ormai la religione della Repubblica federale. Dopo il fallimento di due grandi progetti egemonici, la Germania è ancora una volta grande potenza ed è comprensibilmente orgogliosa dei suoi successi. Per riscattare se stessa dagli orrori del nazismo è stata severa, rigorosa, disciplinata, laboriosa. Si considera, giustamente, esemplare e ne ha dato una ulteriore dimostrazione, nel 2009, adottando una norma costituzionale che prevede il pareggio del bilancio entro il 2016. Quando predica il rigore, la Germania chiede agli altri di imitarla. Quando sostiene che il risanamento dei conti pubblici è una condizione indispensabile, da perseguire senza attenuazioni e tentennamenti, la Germania lascia trapelare un sospetto (probabilmente fondato) sulla coerenza e sulla fermezza dei «peccatori».
Questa non è soltanto l`opinione di Angela Merkel e dei suoi consiglieri economici. Peer Steinbruck, possibile candidato socialdemocratico alla cancelleria nelle prossime elezioni, ha detto che occorre aiutare gli stati che ne hanno bisogno. Ma devono accettare alcune condizioni anche a costo di lasciare che l`Europa gestisca i loro affari domestici. «So che è doloroso, ma soltanto così gli aiuti sono giustificati». In questo quadro, paradossalmente, Merkel potrebbe essere più flessibile di molti fra i suoi consiglieri. Il cancelliere non può ignorare che la Germania ha largamente e approfittato dell`euro, che l`eurozona acquista più della metà delle sue esportazioni, che il collasso della moneta unica avrebbe ricadute europee e internazionali di cui la maggiore economia del continente sarebbe la prima a fare le spese. Voltare le spalle al problema della crescita nei paesi dell`Ue maggiormente colpiti dalla crisi significa pregiudicare la stabilità della piattaforma su cui la Germania ha costruito il suo successo. Sul Corriere della sera dell`8 gennaio Lucrezia Reichlin ha osservato che gli ultimi dati sull`economia tedesca non sono incoraggianti e che la crescita del prodotto interno lordo della Repubblica federale nel 2012 potrebbe essere inferiore al mezzo punto percentuale. In altre parole: o troviamo la strada che ci consenta di crescere insieme o anche la Germania rischia di finire in corsia con gli altri malati dell`eurozona.

di SERGIO ROMANO

Panorama, pag 19
12/01/12




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