I radicali hanno chiesto addirittura…

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I don’t speak inglese
Dicono no al bilinguismo. Contestano la dittatura del lessico globale. Parte da Parigi “l’obiezione di coscienza” all’idioma di Shakespeare. E da noi c’è chi lancia l’allarme: impariamo prima l’italiano!
di Giovanni Ciullo

Essere o non essere bilingue: questo è il dilemma. E il riferimento a Shakespeare non è casuale, visto che è soprattutto la sua lingua (l’inglese, “of course”) a scatenare il dubbio amletico. Si può vivere oggi – nel villaggio globale – senza parlare (almeno) un idioma straniero? C’è chi sostiene di sì. Rifiutandosi di studiarne uno. Lanciando una crociata contro il bilinguismo obbligatorio. Schierandosi contro la dittatura della “superlingua”.
Ex grandeur. I più “integralisti” in questo campo sono, naturalmente, i francesi. Per lo sciovinismo da (passata) “grandeur”, per la concorrenza con la lingua della perfida Albione (che ha tolto al francese il ruolo di “dizionario” della diplomazia e degli affari). O perché, come disse Eugène Ionesco: “I francesi parlano inglese meglio di un cavallo, ma corrono meno”. Nulla di strano in un Paese in cui si ostinano a chiamare “ordinateur” il computer, dove le radio trasmettono almeno il 50 per cento di musica nazionale e nessuna azienda entra in Borsa senza tradurre i bilanci in francese. Dove nella riforma scolastica la lingua inglese è definita: la “dominante”. Non sorprende quindi il successo dell’associazione “Le droit de comprendre”: la sua battaglia contro il bilinguismo, le adesioni dei tanti che si rifiutano di imparare l’inglese. In buona compagnia, visto che il presidente Chirac ha invocato “un’alleanza dei Paesi latini contro l’inglese”; l’ex ministro della Cultura Catherine Tasca ha lottato contro il master universitario: “Chiamiamolo almeno ‘mastaire’ ”; il filosofo Marc Fumaroli si è scagliato contro “ l’ 'inglese-globale’: lingua che consente solo di fare acquisti”.
E in Italia? Anche da noi è così? Qual è il rapporto fra i nostri connazionali e le lingue straniere? Siamo partiti dai dati più recenti, quelli di Eurobarometro 2004 che dicono che il 18 per cento degli italiani si definisce sostanzialmente “bilingue”. In particolare il 20 per cento è in grado di scrivere e parlare in inglese (peggio solo gli spagnoli e portoghesi), il 19 per cento in francese (dove invece siamo i più forti dell’Unione). Mentre solo tre italiani su cento se la cavano in spagnolo (ancora meno in tedesco e nelle altre lingue). Detto questo, molti italiani pronunciano ogni giorno alcune parole straniere. Altri si rifiutano di farlo. Per capirne di più abbiamo raggiunto il massimo esperto italiano in “scienza delle lingue”: il presidente dell’Accademia della Crusca, Francesco Sabatini.
Parola della Crusca. “La “resistenza” all’invasione dell’inglese è comprensibile”, spiega Sabatini. “Ma non è la soluzione giusta. Il nemico dell’italiano siamo noi stessi. L’esibizionismo da “cittadini del mondo” che ci fa riempire le frasi di angloamericano, dire “coffee” invece di caffè, “customer services” invece di servizi al cliente. Dimenticando la bellezza della nostra lingua”. Cosa che hanno capito gli stranieri, visto che negli ultimi cinque anni quelli che studiano l’italiano sono aumentati del 60 per cento (come ha registrato la “Settimana della lingua italiana del mondo”, appena conclusa). Lei condivide la crociata anti-bilinguismo? “Imparare le lingue straniere fa parte della formazione culturale, parlarle è spesso indispensabile per comunicare. Ma trovo patetici gli esterofili a ogni costo”. Ha un’idea? “Vi ricordate lo slogan governativo sulla scuola delle “tre I”: inglese, informatica, impresa? Bene, io propongo di aggiungere una quarta “i”. Prima di diventare bilingue i nostri ragazzi dovrebbero imparare, bene, proprio l’italiano”.
Resistenza attiva. Partiamo quindi alla scoperta dei casi di resistenza al bilinguismo nel nostro Paese: seri, divertenti, surreali. L’ultima scesa in campo è l’associazione “La bella lingua”, nata su iniziativa di intellettuali bipartisan per salvarci dall’invasione del “pidgin english”: l’inglese gergale, corrotto (fra i vari aderenti Sergio Romano e Francesco De Gregari). Per passare alla madre delle associazioni che da anni si battono contro il monopolio dell’inglese: l’ “Unione Esperanto” (che vuole mettere la lingua di Zamenhof al posto di quella di Shakespeare). E se da tempo le associazioni dei consumatori invitano a non firmare alcun contratto commerciale scritto in inglese, I RADICALI HANNO CHIESTO ADDIRITTURA AL PRESIDENTE CIAMPI DI SCHIERARSI CONTRO “L'ALFABETIZZAZIONE OBBLIGATORIA IN UNA LINGUA DELL’UNIONE EUROPEA”, CHE SI TRASFORMEREBBE IN UNO “JUS PRIMAE LINGUAE” A FAVORE DELL’INGLESE. Tante, infine le interrogazioni parlamentari (a Roma e Bruxelles) contro le discriminazioni verso gli italiani non-anglofoni. E’ dal web, però, che arrivano gli spunti più surreali. Da quelli che rivendicano l’ “obiezione di coscienza al bilinguismo”, come Luca, 26 anni: “Mi sono sempre rifiutato, non mi interessa. Nel cv ho messo: italiano madrelingua, inglese “no grazie!”. A quelli che se la prendono con il “provincialismo anglomane” (“Sapete chi sono gli europei meno bilingui?, scrive Laura, 35 anni. “I sudditi di Sua Maestà, che si permettono di dire ‘Niente seconda lingua, siamo inglesi’”). Per finire con il comitato “Allarme lingua”. Che si scaglia contro il bilinguismo, contro le mutilazioni inferte all’italiano dai traduttori infingardi (testuale!), contro i termini della tv anglofoba. (“Il “no problem!” ha cancellato parole come inghippo e intoppo”, scrivono). Addirittura contro i soggiorni di studio all’estero. Francamente troppo. Il rischio è di finire tutti come Totti, quando un giornalista gli disse: “Francesco, “carpe diem”…”. E lui: “No dai… Lo sai che non parlo inglese”.(Da Grazia n. 44, novembre-2004, pp 127-128).
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Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

<DIV id=RTEmultiCSSID style="POSITION:Relative; FONT-FAMILY:Arial"><DIV align=left><STRONG>I don’t speak inglese<BR></STRONG><EM>Dicono no al bilinguismo. Contestano la dittatura del lessico globale. Parte da Parigi “l’obiezione di coscienza” all’idioma di Shakespeare. E da noi c’è chi lancia l’allarme: impariamo prima l’italiano!</EM> <BR> di Giovanni Ciullo<BR><BR>Essere o non essere bilingue: questo è il dilemma. E il riferimento a Shakespeare non è casuale, visto che è soprattutto la sua lingua (l’inglese, “of course”) a scatenare il dubbio amletico. Si può vivere oggi – nel villaggio globale – senza parlare (almeno) un idioma straniero? C’è chi sostiene di sì. Rifiutandosi di studiarne uno. Lanciando una crociata contro il bilinguismo obbligatorio. Schierandosi contro la dittatura della “superlingua”. <BR><STRONG>Ex grandeur.</STRONG> I più “integralisti” in questo campo sono, naturalmente, i francesi. Per lo sciovinismo da (passata) “grandeur”, per la concorrenza con la lingua della perfida Albione (che ha tolto al francese il ruolo di “dizionario” della diplomazia e degli affari). O perché, come disse Eugène Ionesco: “I francesi parlano inglese meglio di un cavallo, ma corrono meno”. Nulla di strano in un Paese in cui si ostinano a chiamare “ordinateur” il computer, dove le radio trasmettono almeno il 50 per cento di musica nazionale e nessuna azienda entra in Borsa senza tradurre i bilanci in francese. Dove nella riforma scolastica la lingua inglese è definita: la “dominante”. Non sorprende quindi il successo dell’associazione “Le droit de comprendre”: la sua battaglia contro il bilinguismo, le adesioni dei tanti che si rifiutano di imparare l’inglese. In buona compagnia, visto che il presidente Chirac ha invocato “un’alleanza dei Paesi latini contro l’inglese”; l’ex ministro della Cultura Catherine Tasca ha lottato contro il master universitario: “Chiamiamolo almeno ‘mastaire’ ”; il filosofo Marc Fumaroli si è scagliato contro “ l’ 'inglese-globale’: lingua che consente solo di fare acquisti”.<BR><STRONG>E in Italia? </STRONG>Anche da noi è così? Qual è il rapporto fra i nostri connazionali e le lingue straniere? Siamo partiti dai dati più recenti, quelli di Eurobarometro 2004 che dicono che il 18 per cento degli italiani si definisce sostanzialmente “bilingue”. In particolare il 20 per cento è in grado di scrivere e parlare in inglese (peggio solo gli spagnoli e portoghesi), il 19 per cento in francese (dove invece siamo i più forti dell’Unione). Mentre solo tre italiani su cento se la cavano in spagnolo (ancora meno in tedesco e nelle altre lingue). Detto questo, molti italiani pronunciano ogni giorno alcune parole straniere. Altri si rifiutano di farlo. Per capirne di più abbiamo raggiunto il massimo esperto italiano in “scienza delle lingue”: il presidente dell’Accademia della Crusca, Francesco Sabatini.<BR><STRONG>Parola della Crusca.</STRONG> “La “resistenza” all’invasione dell’inglese è comprensibile”, spiega Sabatini. “Ma non è la soluzione giusta. Il nemico dell’italiano siamo noi stessi. L’esibizionismo da “cittadini del mondo” che ci fa riempire le frasi di angloamericano, dire “coffee” invece di caffè, “customer services” invece di servizi al cliente. Dimenticando la bellezza della nostra lingua”. Cosa che hanno capito gli stranieri, visto che negli ultimi cinque anni quelli che studiano l’italiano sono aumentati del 60 per cento (come ha registrato la “Settimana della lingua italiana del mondo”, appena conclusa). Lei condivide la crociata anti-bilinguismo? “Imparare le lingue straniere fa parte della formazione culturale, parlarle è spesso indispensabile per comunicare. Ma trovo patetici gli esterofili a ogni costo”. Ha un’idea? “Vi ricordate lo slogan governativo sulla scuola delle “tre I”: inglese, informatica, impresa? Bene, io propongo di aggiungere una quarta “i”. Prima di diventare bilingue i nostri ragazzi dovrebbero imparare, bene, proprio l’italiano”.<BR><STRONG>Resistenza attiva.</STRONG> Partiamo quindi alla scoperta dei casi di resistenza al bilinguismo nel nostro Paese: seri, divertenti, surreali. L’ultima scesa in campo è l’associazione “La bella lingua”, nata su iniziativa di intellettuali bipartisan per salvarci dall’invasione del “pidgin english”: l’inglese gergale, corrotto (fra i vari aderenti Sergio Romano e Francesco De Gregari). Per passare alla madre delle associazioni che da anni si battono contro il monopolio dell’inglese: l’ “Unione Esperanto” (che vuole mettere la lingua di Zamenhof al posto di quella di Shakespeare). E se da tempo le associazioni dei consumatori invitano a non firmare alcun contratto commerciale scritto in inglese, I RADICALI HANNO CHIESTO ADDIRITTURA AL PRESIDENTE CIAMPI DI SCHIERARSI CONTRO “L'ALFABETIZZAZIONE OBBLIGATORIA IN UNA LINGUA DELL’UNIONE EUROPEA”, CHE SI TRASFORMEREBBE IN UNO “JUS PRIMAE LINGUAE” A FAVORE DELL’INGLESE. Tante, infine le interrogazioni parlamentari (a Roma e Bruxelles) contro le discriminazioni verso gli italiani non-anglofoni. E’ dal web, però, che arrivano gli spunti più surreali. Da quelli che rivendicano l’ “obiezione di coscienza al bilinguismo”, come Luca, 26 anni: “Mi sono sempre rifiutato, non mi interessa. Nel cv ho messo: italiano madrelingua, inglese “no grazie!”. A quelli che se la prendono con il “provincialismo anglomane” (“Sapete chi sono gli europei meno bilingui?, scrive Laura, 35 anni. “I sudditi di Sua Maestà, che si permettono di dire ‘Niente seconda lingua, siamo inglesi’”). Per finire con il comitato “Allarme lingua”. Che si scaglia contro il bilinguismo, contro le mutilazioni inferte all’italiano dai traduttori infingardi (testuale!), contro i termini della tv anglofoba. (“Il “no problem!” ha cancellato parole come inghippo e intoppo”, scrivono). Addirittura contro i soggiorni di studio all’estero. Francamente troppo. Il rischio è di finire tutti come Totti, quando un giornalista gli disse: “Francesco, “carpe diem”…”. E lui: “No dai… Lo sai che non parlo inglese”.(Da Grazia n. 44, novembre-2004, pp 127-128). </DIV></DIV>[addsig]

felis
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<DIV id=RTEmultiCSSID style="POSITION:Relative; FONT-FAMILY:Arial"><DIV align=left><STRONG>I don’t speak inglese<BR></STRONG><EM>Dicono no al bilinguismo. Contestano la dittatura del lessico globale. Parte da Parigi “l’obiezione di coscienza” all’idioma di Shakespeare. E da noi c’è chi lancia l’allarme: impariamo prima l’italiano!</EM> <BR> di Giovanni Ciullo<BR><BR>Essere o non essere bilingue: questo è il dilemma. E il riferimento a Shakespeare non è casuale, visto che è soprattutto la sua lingua (l’inglese, “of course”) a scatenare il dubbio amletico. Si può vivere oggi – nel villaggio globale – senza parlare (almeno) un idioma straniero? C’è chi sostiene di sì. Rifiutandosi di studiarne uno. Lanciando una crociata contro il bilinguismo obbligatorio. Schierandosi contro la dittatura della “superlingua”. <BR><STRONG>Ex grandeur.</STRONG> I più “integralisti” in questo campo sono, naturalmente, i francesi. Per lo sciovinismo da (passata) “grandeur”, per la concorrenza con la lingua della perfida Albione (che ha tolto al francese il ruolo di “dizionario” della diplomazia e degli affari). O perché, come disse Eugène Ionesco: “I francesi parlano inglese meglio di un cavallo, ma corrono meno”. Nulla di strano in un Paese in cui si ostinano a chiamare “ordinateur” il computer, dove le radio trasmettono almeno il 50 per cento di musica nazionale e nessuna azienda entra in Borsa senza tradurre i bilanci in francese. Dove nella riforma scolastica la lingua inglese è definita: la “dominante”. Non sorprende quindi il successo dell’associazione “Le droit de comprendre”: la sua battaglia contro il bilinguismo, le adesioni dei tanti che si rifiutano di imparare l’inglese. In buona compagnia, visto che il presidente Chirac ha invocato “un’alleanza dei Paesi latini contro l’inglese”; l’ex ministro della Cultura Catherine Tasca ha lottato contro il master universitario: “Chiamiamolo almeno ‘mastaire’ ”; il filosofo Marc Fumaroli si è scagliato contro “ l’ 'inglese-globale’: lingua che consente solo di fare acquisti”.<BR><STRONG>E in Italia? </STRONG>Anche da noi è così? Qual è il rapporto fra i nostri connazionali e le lingue straniere? Siamo partiti dai dati più recenti, quelli di Eurobarometro 2004 che dicono che il 18 per cento degli italiani si definisce sostanzialmente “bilingue”. In particolare il 20 per cento è in grado di scrivere e parlare in inglese (peggio solo gli spagnoli e portoghesi), il 19 per cento in francese (dove invece siamo i più forti dell’Unione). Mentre solo tre italiani su cento se la cavano in spagnolo (ancora meno in tedesco e nelle altre lingue). Detto questo, molti italiani pronunciano ogni giorno alcune parole straniere. Altri si rifiutano di farlo. Per capirne di più abbiamo raggiunto il massimo esperto italiano in “scienza delle lingue”: il presidente dell’Accademia della Crusca, Francesco Sabatini.<BR><STRONG>Parola della Crusca.</STRONG> “La “resistenza” all’invasione dell’inglese è comprensibile”, spiega Sabatini. “Ma non è la soluzione giusta. Il nemico dell’italiano siamo noi stessi. L’esibizionismo da “cittadini del mondo” che ci fa riempire le frasi di angloamericano, dire “coffee” invece di caffè, “customer services” invece di servizi al cliente. Dimenticando la bellezza della nostra lingua”. Cosa che hanno capito gli stranieri, visto che negli ultimi cinque anni quelli che studiano l’italiano sono aumentati del 60 per cento (come ha registrato la “Settimana della lingua italiana del mondo”, appena conclusa). Lei condivide la crociata anti-bilinguismo? “Imparare le lingue straniere fa parte della formazione culturale, parlarle è spesso indispensabile per comunicare. Ma trovo patetici gli esterofili a ogni costo”. Ha un’idea? “Vi ricordate lo slogan governativo sulla scuola delle “tre I”: inglese, informatica, impresa? Bene, io propongo di aggiungere una quarta “i”. Prima di diventare bilingue i nostri ragazzi dovrebbero imparare, bene, proprio l’italiano”.<BR><STRONG>Resistenza attiva.</STRONG> Partiamo quindi alla scoperta dei casi di resistenza al bilinguismo nel nostro Paese: seri, divertenti, surreali. L’ultima scesa in campo è l’associazione “La bella lingua”, nata su iniziativa di intellettuali bipartisan per salvarci dall’invasione del “pidgin english”: l’inglese gergale, corrotto (fra i vari aderenti Sergio Romano e Francesco De Gregari). Per passare alla madre delle associazioni che da anni si battono contro il monopolio dell’inglese: l’ “Unione Esperanto” (che vuole mettere la lingua di Zamenhof al posto di quella di Shakespeare). E se da tempo le associazioni dei consumatori invitano a non firmare alcun contratto commerciale scritto in inglese, I RADICALI HANNO CHIESTO ADDIRITTURA AL PRESIDENTE CIAMPI DI SCHIERARSI CONTRO “L'ALFABETIZZAZIONE OBBLIGATORIA IN UNA LINGUA DELL’UNIONE EUROPEA”, CHE SI TRASFORMEREBBE IN UNO “JUS PRIMAE LINGUAE” A FAVORE DELL’INGLESE. Tante, infine le interrogazioni parlamentari (a Roma e Bruxelles) contro le discriminazioni verso gli italiani non-anglofoni. E’ dal web, però, che arrivano gli spunti più surreali. Da quelli che rivendicano l’ “obiezione di coscienza al bilinguismo”, come Luca, 26 anni: “Mi sono sempre rifiutato, non mi interessa. Nel cv ho messo: italiano madrelingua, inglese “no grazie!”. A quelli che se la prendono con il “provincialismo anglomane” (“Sapete chi sono gli europei meno bilingui?, scrive Laura, 35 anni. “I sudditi di Sua Maestà, che si permettono di dire ‘Niente seconda lingua, siamo inglesi’”). Per finire con il comitato “Allarme lingua”. Che si scaglia contro il bilinguismo, contro le mutilazioni inferte all’italiano dai traduttori infingardi (testuale!), contro i termini della tv anglofoba. (“Il “no problem!” ha cancellato parole come inghippo e intoppo”, scrivono). Addirittura contro i soggiorni di studio all’estero. Francamente troppo. Il rischio è di finire tutti come Totti, quando un giornalista gli disse: “Francesco, “carpe diem”…”. E lui: “No dai… Lo sai che non parlo inglese”.(Da Grazia n. 44, novembre-2004, pp 127-128). </DIV></DIV>[addsig]

E.R.A.
E.R.A.

<DIV id=RTEmultiCSSID style="POSITION:Relative; FONT-FAMILY:Arial"><DIV align=left><STRONG>I don’t speak inglese<BR></STRONG><EM>Dicono no al bilinguismo. Contestano la dittatura del lessico globale. Parte da Parigi “l’obiezione di coscienza” all’idioma di Shakespeare. E da noi c’è chi lancia l’allarme: impariamo prima l’italiano!</EM> <BR> di Giovanni Ciullo<BR><BR>Essere o non essere bilingue: questo è il dilemma. E il riferimento a Shakespeare non è casuale, visto che è soprattutto la sua lingua (l’inglese, “of course”) a scatenare il dubbio amletico. Si può vivere oggi – nel villaggio globale – senza parlare (almeno) un idioma straniero? C’è chi sostiene di sì. Rifiutandosi di studiarne uno. Lanciando una crociata contro il bilinguismo obbligatorio. Schierandosi contro la dittatura della “superlingua”. <BR><STRONG>Ex grandeur.</STRONG> I più “integralisti” in questo campo sono, naturalmente, i francesi. Per lo sciovinismo da (passata) “grandeur”, per la concorrenza con la lingua della perfida Albione (che ha tolto al francese il ruolo di “dizionario” della diplomazia e degli affari). O perché, come disse Eugène Ionesco: “I francesi parlano inglese meglio di un cavallo, ma corrono meno”. Nulla di strano in un Paese in cui si ostinano a chiamare “ordinateur” il computer, dove le radio trasmettono almeno il 50 per cento di musica nazionale e nessuna azienda entra in Borsa senza tradurre i bilanci in francese. Dove nella riforma scolastica la lingua inglese è definita: la “dominante”. Non sorprende quindi il successo dell’associazione “Le droit de comprendre”: la sua battaglia contro il bilinguismo, le adesioni dei tanti che si rifiutano di imparare l’inglese. In buona compagnia, visto che il presidente Chirac ha invocato “un’alleanza dei Paesi latini contro l’inglese”; l’ex ministro della Cultura Catherine Tasca ha lottato contro il master universitario: “Chiamiamolo almeno ‘mastaire’ ”; il filosofo Marc Fumaroli si è scagliato contro “ l’ 'inglese-globale’: lingua che consente solo di fare acquisti”.<BR><STRONG>E in Italia? </STRONG>Anche da noi è così? Qual è il rapporto fra i nostri connazionali e le lingue straniere? Siamo partiti dai dati più recenti, quelli di Eurobarometro 2004 che dicono che il 18 per cento degli italiani si definisce sostanzialmente “bilingue”. In particolare il 20 per cento è in grado di scrivere e parlare in inglese (peggio solo gli spagnoli e portoghesi), il 19 per cento in francese (dove invece siamo i più forti dell’Unione). Mentre solo tre italiani su cento se la cavano in spagnolo (ancora meno in tedesco e nelle altre lingue). Detto questo, molti italiani pronunciano ogni giorno alcune parole straniere. Altri si rifiutano di farlo. Per capirne di più abbiamo raggiunto il massimo esperto italiano in “scienza delle lingue”: il presidente dell’Accademia della Crusca, Francesco Sabatini.<BR><STRONG>Parola della Crusca.</STRONG> “La “resistenza” all’invasione dell’inglese è comprensibile”, spiega Sabatini. “Ma non è la soluzione giusta. Il nemico dell’italiano siamo noi stessi. L’esibizionismo da “cittadini del mondo” che ci fa riempire le frasi di angloamericano, dire “coffee” invece di caffè, “customer services” invece di servizi al cliente. Dimenticando la bellezza della nostra lingua”. Cosa che hanno capito gli stranieri, visto che negli ultimi cinque anni quelli che studiano l’italiano sono aumentati del 60 per cento (come ha registrato la “Settimana della lingua italiana del mondo”, appena conclusa). Lei condivide la crociata anti-bilinguismo? “Imparare le lingue straniere fa parte della formazione culturale, parlarle è spesso indispensabile per comunicare. Ma trovo patetici gli esterofili a ogni costo”. Ha un’idea? “Vi ricordate lo slogan governativo sulla scuola delle “tre I”: inglese, informatica, impresa? Bene, io propongo di aggiungere una quarta “i”. Prima di diventare bilingue i nostri ragazzi dovrebbero imparare, bene, proprio l’italiano”.<BR><STRONG>Resistenza attiva.</STRONG> Partiamo quindi alla scoperta dei casi di resistenza al bilinguismo nel nostro Paese: seri, divertenti, surreali. L’ultima scesa in campo è l’associazione “La bella lingua”, nata su iniziativa di intellettuali bipartisan per salvarci dall’invasione del “pidgin english”: l’inglese gergale, corrotto (fra i vari aderenti Sergio Romano e Francesco De Gregari). Per passare alla madre delle associazioni che da anni si battono contro il monopolio dell’inglese: l’ “Unione Esperanto” (che vuole mettere la lingua di Zamenhof al posto di quella di Shakespeare). E se da tempo le associazioni dei consumatori invitano a non firmare alcun contratto commerciale scritto in inglese, I RADICALI HANNO CHIESTO ADDIRITTURA AL PRESIDENTE CIAMPI DI SCHIERARSI CONTRO “L'ALFABETIZZAZIONE OBBLIGATORIA IN UNA LINGUA DELL’UNIONE EUROPEA”, CHE SI TRASFORMEREBBE IN UNO “JUS PRIMAE LINGUAE” A FAVORE DELL’INGLESE. Tante, infine le interrogazioni parlamentari (a Roma e Bruxelles) contro le discriminazioni verso gli italiani non-anglofoni. E’ dal web, però, che arrivano gli spunti più surreali. Da quelli che rivendicano l’ “obiezione di coscienza al bilinguismo”, come Luca, 26 anni: “Mi sono sempre rifiutato, non mi interessa. Nel cv ho messo: italiano madrelingua, inglese “no grazie!”. A quelli che se la prendono con il “provincialismo anglomane” (“Sapete chi sono gli europei meno bilingui?, scrive Laura, 35 anni. “I sudditi di Sua Maestà, che si permettono di dire ‘Niente seconda lingua, siamo inglesi’”). Per finire con il comitato “Allarme lingua”. Che si scaglia contro il bilinguismo, contro le mutilazioni inferte all’italiano dai traduttori infingardi (testuale!), contro i termini della tv anglofoba. (“Il “no problem!” ha cancellato parole come inghippo e intoppo”, scrivono). Addirittura contro i soggiorni di studio all’estero. Francamente troppo. Il rischio è di finire tutti come Totti, quando un giornalista gli disse: “Francesco, “carpe diem”…”. E lui: “No dai… Lo sai che non parlo inglese”.(Da Grazia n. 44, novembre-2004, pp 127-128). </DIV></DIV>[addsig]

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