I primi testi di letteratura italiana in America

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DOCUMENTI

Dagli archivi della Columbia University emerge la vera storia di quali furono i primi testi della nostra letteratura conosciuti in America

1823, Tasso a Manhattan

Lorenzo Da Ponte portò tremila classici italiani C’era la «Gerusalemme», ma anche Gianfaldone

di Pierluigi Panza

I neonati Stati Uniti erano ancora impegnati in conflitti contro l’Inghilterra, mentre la guerra di Secessione e le lotte tra i pellerossa e il generale Custer erano ancora molto di là da venire, quando, nel 1805, un poeta italiano in fuga da Londra perché assediato dai creditori giunse su un piroscafo a «Nova Jorca». Un secolo prima della grande immigrazione degli analfabeti italiani che sbarcavano ad Ellis Island, l’ex poeta cesareo dell’imperatore Giuseppe II d’Asburgo – che aveva scritto i libretti delle più belle opere di Mozart (Le nozze di Figaro, Don Giovanni, Così fan tutte) -, ebreo convertito diventato abate, ex libertino e giocatore d’azzardo a Venezia, professore a Treviso, stampatore a Londra, droghiere a Filadelfia, produttore di liquori a Sunbury, farmacista a Elisabethtown e molto altro ancora, Lorenzo Da Ponte (1749-1838), aprì la prima libreria di testi italiani a New York, facendo conoscere la nostra letteratura in America. Nel dipartimento Rare books and manuscripts della Butler Library alla Columbia University di New York – che lo stesso Da Ponte contribuì a sviluppare con la prima cattedra di cultura italiana – sono conservate lettere manoscritte e un catalogo a stampa della tipografia Gray & Brunce del giugno 1823 che documentano, con maggiore attendibilità delle Memorie dello stesso Da Ponte e della sua Storia della lingua e letteratura italiana in New York, quali furono i primi libri che l’abate-poeta fece conoscere in una Manhattan ancora senza grattacieli e che fine fece questa collezione di forse tremila volumi. In una lettera del 27 marzo del 1819 Da Ponte scrive al reverendo Nathaniel Moore, presidente del Columbia College, di essere entrato in possesso di un gran numero di libri italiani «da un viaggiatore che era in procinto di portarli all’Avana». Tre mesi dopo l’acquisto, non sapendo come onorare le cambiali firmate, Da Ponte si rivolse ai direttori della biblioteca di Filadelfia, che gli risposero con un secco «we do not buy the books» (non compriamo i libri italiani), quindi a Moore (che lui chiama Nataniello), che lo aiutò a sostenere l’impegno. Di certo, nel 1823 quei testi si trovano nella libreria aperta da Da Ponte in una «Nova Jorca bramosa di sapere», dove tutti credono «che tutta la Letteratura Italiana consista solo in sei o sette autori»: Dante, Petrarca, Ariosto, Tasso, Machiavelli e Galileo. Il compito che il già anziano (era nato a Ceneda-Vittorio Veneto nel 1749) poeta-libraio si dà è allora quello di estendere le conoscenze della nostra letteratura, indirizzandole secondo i propri gusti. Lo scrittore sul quale punta è «l’incomparabile poeta» Torquato Tasso, del quale ha in libreria l’intera produzione, che mette a disposizione dei suoi primi studenti di italiano al Columbia College. Ma dal catalogo del 1823 si comprende quali generi e autori vennero per primi proposti in America. Il genere prediletto risulta la scrittura teatrale, sia comica (Goldoni) che tragica (Ariosto), di cui Da Ponte ha in scaffale tutta la produzione. Naturalmente ci sono Boccaccio, «principe della prosa», Poliziano e Guicciardini. Ma tra i primi testi italiani di cui gli americani vengono a conoscenza ci sono anche poemetti come Il Ricciardetto di Niccolò Fortiguerra («tra le più belle cose di cui possa far pompa la nostra lingua», scrive lui), raccolte di novelle sparite dalle antologie come Il Pecorone di Giovanni Fiorentino (XIV secolo), le Satire del Menzioni (1646-1705) un consigliere del re di Prussia «multiforme campione delle muse», dice, nonché la Nautica del Baldi, un poema didascalico. L’altro filone a cui viene dato peso è la letteratura artistica. C’ è il Della Pittura di Alberti (del quale, sul catalogo, sbaglia la data di nascita anticipandola al 1398), i trattati sull’oreficeria di Benvenuto Cellini, la Storia pittorica del Lanzi e molti testi sulle «vite» degli artisti. Sulla prosa italiana non c’ è molto da dire, afferma: «Gli italiani non hanno molto da gloriarsi pe’ loro romanzi in prosa, e pochissimi sono quelli che meritano d’esser letti»; tra questi nella libreria tiene anche il Guerino detto Meschino e Gli amori di Teresa e Gianfaldone. I manuali tecnici hanno uno spazio ridotto: c’ è il Trattato sulla febbre tifoide del Tommasini, l’Onanismo di Tissot tradotto, i trattati Sugli occhi e Sui piedi dello Scarpa. Poco si sa di cosa apprezzarono gli studenti. Ma Tasso piacque, tanto che dal 1845 incominciò a essere più volte stampato (in inglese) spesso con il titolo Godfrey of Bulloigne, che meglio esaltava lo spirito guerriero. E anche Machiavelli, il cui Principe dal 1815 circolava con il titolo The Art of War. In Seven Books. Lo straordinario successo editoriale di Dante in America arriverà solo più tardi. Nei nascenti Stati Uniti c’erano altre librerie che contenevano testi italiani a Filadelfia, Nashville, Baltimora e Boston; ma non in questa misura. Tuttavia, a partire dal 1825 questa raccolta venne dispersa. L’8 ottobre 1825 Da Ponte, che vive con il ricavato delle lezioni a 23 studenti, scrive infatti a Clement Clarke Moore del Columbia College, presentandogli una lista di libri che «formano il più bel fiore della nostra letteratura» (tutte queste lettere sono conservate manoscritte alla Butler Library) proponendogli l’acquisto: la valutazione dei volumi è di 840 piastre. Il 2 gennaio 1826 il Committee on Books del Columbia valuta i libri offerti e ne acquista 263 (tutte le opere di Alfieri, Beccaria, Castiglione, Galileo e Machiavelli) per 364,05 dollari. Il 3 dicembre 1828 Henry James Anderson approva una successiva richiesta di pagamento a Da Ponte di 118,53 dollari (che comprende la vendita di altri libri). Il 1° novembre del 1830 Da Ponte offre al presidente del Columbia College altri 700 titoli della sua collezione a 1200 dollari (lezioni comprese). Gliene restano circa duemila, che decide di mettere all’asta nell’anno successivo. Lo sappiamo da un’ode anacreontica manoscritta intitolata Un doloroso addio, composta da Da Ponte in occasione di questa asta: «Mi toglie ahimé la sorte / il sol tesoro mio / ben aspra fia la morte / di questo estremo addio». Ma perché, dopo aver faticosamente messo insieme questa collezione, Da Ponte la cedette in blocchi? I soldi ricavati gli servivano per finanziare la costruzione di un teatro a Richmond, inaugurato nel 1832, nel quale riuscì a mettere in scena opere di musicisti italiani come Rossini e Cimarosa e anche Mozart, i libretti delle cui opere erano stati scritti decenni prima da un certo poeta di corte italiano chiamato Da Ponte. Qualcuno, nell’America dei padri fondatori, credette fosse un omonimo del farmacista-libraio-professore che conoscevano lì a «Nova Jorca».

(Dal Corriere della Sera, 1/9/2007).

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