I popoli indigeni entrano in contatto con l’opinione pubblica..e con la soia.

I popoli indigeni entrano in contatto con l’opinione pubblica. Nell’ultimo periodo, sulle reti RAI, specialmente su RaiTre, sono stati messi in onda servizi che sempre più evidenziano l’esistenza dei nativi in un contesto globale che sembra aver dimenticato l’esistenza dei particolarismi e inneggiato ad un modello comune al quale chiunque deve adeguarsi. Si promette la salvaguardia delle identità ma con questo concetto, nell’ottica occidentale, può essere equiparato all’identità nazionale. Chi si riconosce nello Stato è cittadino del mondo. Ma chi lo Stato lo vede come “altro”? I popoli indigeni soffrono la discriminazione che nasce da un equivoco. L’equivoco è che per nazione (o stato) i nativi intendono il loro territorio che viene vissuto non con normative ma con lo spirito di coesione e di coesistenza. L’indigeno vive la natura in comunità. E la comunità nella quale si identifica è quella del suo popolo che si definisce tale nel momento in cui possiede un luogo dove vivere. Il luogo è identificabile con la terra madre, la terra ancestrale. Un popolo indigeno costretto in luoghi marginalizzati e inospitali, scelti dalle autorità governative del paese del quale si trovano a far parte, non si identifica più. Riconosce la propria esistenza ma senza radici. E’ un’operazione di svilimento di una identità che in tal modo viene discriminata.

I servizi mandati in onda si sono focalizzati sulla problematica del contatto. Il contatto, quello diretto, con l’uomo bianco che ha prodotto lo sgretolamento delle certezze identificative dei popoli indigeni.

Il popolo Zoè dell’Amazzonia del Nord (Stato del Parà) è uno degli ultimi popoli amazzonici a non essere entrati totalmente in contatto con l’esterno. Il FUNAI (Fondazione Nazionale dell’Indio) divulgò le prime immagini di questo popolo solamente nel 1989. Un popolo che allora era composto da 178 individui. Dopo i primi contatti con l’esterno, 45 di loro morirono per una epidemia di malaria e febbre. Nel 1994 ne erano rimasi 133 (http://www.socioambiental.org/pib/epi/zoe/zoe.shtm). Da allora il contatto rimase comunque sporadico e oggi è in corso un processo di recupero demografico che ha fatto si che gli Zoè arrivassero ad essere oltre 250. Un numero esiguo ma salvaguardabile; sempre che il contatto con l’esterno non si incrementi. L’esempio del popolo Zoè è emblematico. Ma la distruzione della foresta amazzonica da parte delle multinazionali che commerciano soia sta lambendo anche il loro territorio esponendoli al rischio estinzione.

Oramai la coltivazione della soia, di cui il Brasile è il maggiore esportatore, è diventata la “giustificazione” alla distruzione della foresta. Lo Stato del Mato Grosso ha visto l’incenerimento di vaste aree di foresta che confinano con esso. Servono terre ampie e libere da intralci. E maggiore è la richiesta del prodotto soia, minori sono gli scrupoli che le imprese si fanno. Il governatore dello Stato del Mato Grosso, Blairo Maggi, è anche il proprietario del Maggi Group, il più grosso produttore privato di soia al mondo (http://italy.peacelink.org/ecologia/articles/art_8900.html).

Non c’è foresta che regga di fronte alle logiche del commercio e la grande Conferenza di Rio sull’Ambiente (giugno 1992) sembra essere diventata un sogno nel dimenticatoio.

Le logiche economiche prevalgono su quelle ambientali. E la minaccia agli abitanti originari non viene considerata. In fondo sono “trasferibili” e quel che conta, per le autorità governative, è dimostrare di operare attentamente per la loro sopravvivenza anche se lontani dai luoghi nativi. Ma come possono sopravvivere popoli che vedono la natura dei loro luoghi strettamente connessa al concetto di identità e che sono detentori di linguaggi inimitabili e fondamentali per la salvaguardia dell’ambiente? C’è da domandarselo. Fino a che le logiche usate per valutare ciò che è meglio sono quelle occidentali, quelle del consumismo e delle politiche economiche che incombono su quelle sociali e culturali, le domande trovano risposta nelle decine di esempi di popoliche sono stati inseriti nella realtà occidentale (volenti o nolenti) e che stanno perdendo o hanno già perso l’uso della propria lingua e la conoscenza della natura.

Tra il commercio di legame e il conseguente utilizzo di quei territori, resi liberi e ideali per la coltivazione di soia, distribuita in tutto il mondo e dunque risorsa economica per il Brasile (la soia è l’oro verde per eccellenza), il polmone verde del nostro pianeta ci farà respirare sempre meno e metterà a rischio l’ecosistema linguistico e identitario di centinaia di popoli indigeni anche di coloro che stanno ancora tentando di resistere.

Questo messaggio è stato modificato da: giovanna_gnerre, 18 Lug 2007 – 02:18 [addsig]




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