I popoli indigeni.
CHI SONO I POPOLI INDIGENI?POPOLI INDIGENI IN EUROPA: i SaamiDEFINIZIONI UFFICIALI DI “POPOLI INDIGENI”QUESTIONI PRINCIPALI:Diritto all’autodeterminazione
Diritto all’autoidentificazione
Diritti individuali e collettivi
Posizione di non dominanza
Le violazioni più frequenti
Una comunicazione difficile
Diritto alla propria lingua
Non dimenticare l’etereogeneità

SŰKASHIYAIN TŰ TAASHIIKAA

Waneejetü iiwakaa tü
ko’uyaajanasü joutai wattaje’ewolü.
Waneejetü anüikiikaa tü
outajuushi süka shii’irain wuchiirüa.
Waneejetü nasira na tepichikana
sünain a’atapajaa wanee kashi sükashiyain tü taashiikaa.

LUNA DELLA LIBERTA’.
Strana questa primavera
accompagnata dai venti lontani.
Strana questa voce
congiura per il canto degli uccelli.
Strano il sorriso dei bambini
che aspettano una luna
la luna della libertà.

Poesia in wayuu,
lingua indigena delle coste nord-occidentali del Venezuela.

 

CHI SONO I POPOLI INDIGENI?Ad oggi sul nostro Pianeta si contano circa 5000 comunità indigene per un totale di 370 milioni di individui. I paesi coinvolti dalla loro presenza sono più di 70 e tutti membri dell’Organizzazione delle Nazioni Unite. 
Il 75% dei più poveri sono indicati come individui indigeni delle zone rurali.
Spesso i popoli indigeni vengono definiti “minoranze etniche”. Questa coincidenza può essere opinabile. Certamente, dal punto di vista numerico, la similitudine tra le due realtà è evidenziabile a tutti gli effetti; le comunità indigene infatti compongono il 4% di tutta la popolazione mondiale e a livello nazionale è possibile trovarsi di fronte a gruppi che non contano più di qualche centinaia di componenti. Ma la questione quantitativa perde di valore quando valutiamo la realtà indigena nel contesto regionale che si sta trattando; una presenza minimale su un territorio molto esteso porta subito a ritenere che quella presenza sia in minoranza rispetto al resto della popolazione di quel determinato paese. In realtà la presenza indigena in alcuni territori vasti ma disabitati  è la presenza maggioritaria.
Popoli “indigeni” e popoli “tribali” sono caratterizzati da elementi comuni ma una distinzione formale venne operata già nel 1957 nella Convenzione no.107 dell’ILO (International Labour Organization, http://www.ilo.org). Entrambe le realtà si distinguono dal resto della società economicamente, politicamente, socialmente, legalmente e soprattutto culturalmente; sono inoltre accomunate dall’atteggiamento discriminatorio e oppressivo che la società maggioritaria ha avuto nel tempo nei loro confronti.
Se è possibile asserire che tutte realtà indigene sono tribali, questa relazione diretta non vale nel senso contrario.  Tra i gruppi tribali sono infatti contemplate anche le minoranze.
La differenza sostanziale che definisce chiaramente le collettività indigene sta nella storia che esse hanno vissuto prima della colonizzazione e da una immediata trasformazione di quest’ultima in una conquista di territori geografici e territori della mente.
POPOLI INDIGENI IN EUROPA: I Saami
L’Europa è interessata dalla questione indigena in maniera marginale: sono riconosciuti come “indigeni” i circa 50.000 i saami presenti nelle terre norvegesi, svedesi, finlandesi e russe.
Per il resto l’Europa è caratterizzata soprattutto dalla presenza di minoranze che vengono però sottoposte ad un “trattamento” giuridico differente rispetto alle collettività indigene. Le minoranze infatti hanno “pretese” differenti, più gestibili da parte delle giurisdizioni interne. 
I Saami
I Saami sono conosciuti in Italia come “lapponi”. Ma lappone è un termine dispregiativo; esso infatti significa “vestito di pezze”. La storia del popolo saami è una storia ricca di tradizioni. Popolo caratterizzato dal nomadismo, i 17.000 saami che vivono in Svezia sono stati riconosciuti come “indigeni” dal parlamento svedese (il Riskdag). 
La maggioranza dei saami vivono nelle foreste anche se circa 2500 di loro sono dediti all’allevamento delle renne.
Il disastro di Cernobyl (26 aprile 1986) uccise gli ultimi saami norvegesi e le contaminazioni di renne e di piante ha continuato (e oggi ancora) a decimare il popolo saami.
http://www.saamicouncil.net
DEFINIZIONI UFFICIALI DI “POPOLI INDIGENI”.
 José Martínez Cobo
L’Organizzazione delle Nazioni Unite ha fatto propria, rendendola ufficiale, la definizione di “popoli indigeni” promossa in uno studio del 1981-1983 dall’ambasciatore ecuadoriano Martinez Cobo in quello che oggi viene ricordato come Rapporto Cobo: “Le comunità, i popoli e le nazioni indigene sono coloro che, avendo una continuità storica con le società esistenti prima delle invasioni e del processo di colonizzazione che si sono sviluppati sui loro territori, si considerano distinti dagli altri settori delle società che oggi sono prevalenti in quei territori o parte di essi. Essi compongono ad oggi i settori non dominanti della società e sono determinati a preservare, sviluppare e trasmettere alle generazioni future i loro territori ancestrali e la loro identità etnica come base della loro esistenza come popoli in accordo con le loro tradizioni culturali, le istituzioni sociali e i sistemi legali (…)”. 
Cobo, allora membro della SottoCommissione di Prevenzione contro la Discriminazione delle Minoranze, continua sostenendo l’importanza del riconoscimento dell’individuo indigeno come componente una collettività.
http://www.iwgia.org/sw310.asp
Edmund J. Osmanczyk
Facendo riferimento alla definizione di Edmund. J. Osmanczyk, presente sull’Enciclopedia  ufficiale delle Nazioni Unite, i popoli indigeni sono quei popoli che, presenti al momento dell’arrivo dei conquistatori, cominciarono ad essere dominati in tutti gli aspetti della vita, soprattutto nel modo di pensare.
UNDP
L’UNDP (Programma delle Nazioni Unite per lo Sviluppo) applica quattro criteri per distinguere i popoli indigeni dalle minoranze, ricavandoli dalle definizioni dell’ILO, della Banca Mondiale e dalla teoria del diritto internazionale:
1)   I popoli indigeni vivono solitamente in territori ancestrali geograficamente distinti;
2)  Tendono a mantenere distinte le loro istituzioni sociali, economiche e politiche all’interno dei loro territori;
3) I popoli indigeni aspirano in particolar modo a rimanere distinti culturalmente, geograficamente e istituzionalmente piuttosto che essere assimilati totalmente nella società nazionale;
4)   I popoli indigeni si autoidentificano come indigeni o tribali.
QUESTIONI PRINCIPALIDiritto all’autodeterminazione
Il sistema delle collettività indigene è sostanzialmente differente da quello che identifica le società nazionali. Sempre più spesso si discute della relazione tra il diritto all’autodeterminazione e le identità indigene; la problematicità si evidenzia nel momento in cui ci si trova a pensare in che modo debba esplicitarsi tale diritto facendo riferimento ai diritti principali che i popoli indigeni rivendicano: il diritto alla terra ancestrale e alle risorse; il diritto all’autoidentificazione; il diritto all’espressione; il diritto alla proprie lingue e culture. Tali diritti sono intrinsecamente legati da un filo comune: quello del riconoscimento non solo degli individui indigeni ma anche delle collettività che essi compongono.
Il diritto all’autodeterminazione è un principio democratico e inalienabile che permette a tutti gli individui di essere riconosciuti come parte di un territorio, definito “stato” o “nazione”; il diritto a poter esprimere a pieno la propria identità affidando tale espressione alla responsabilità degli stati. 
L’autodeterminazione deve dunque garantire agli individui libertà e integrità e la responsabilità dell’applicazione di tale diritto è propria degli stati garanti della partecipazione e del coinvolgimento di tutti i componenti di uno territorio nazionale.
Il diritto all’autodeterminazione però appare estremamente limitativo se a richiederlo sono collettività che non necessariamente si riconoscono nell’immediato con lo stato. Esso infatti deve essere affiancato da altri diritti da riconoscere e che possano supportare il valore del diritto ad autodeterminarsi piuttosto che ad essere determinati; ciò deve avvenire soprattutto quando ci si riferisce a differenti gruppi etnici. 
Il diritto alla terra e il diritto alla cultura devono essere visti come uniti da un legame imprescindibile: la terra rappresenta il luogo nel quale il valore della cultura e della lingua si esplicitano in maniera totale. La terra è “materna” e il legame di natura che congiunge gli indigeni alle risorse che la terra offre loro deve essere interpretato come irrevocabile: non esiterebbero popoli indigeni senza i luoghi ancestrali nei quali la tradizione si tramanda di generazione in generazione. L’attaccamento al luogo di nascita e la ritualizzazione di tale condizione viene spesso interpretata come fenomeno folcloristico da parte di chi non riesce a comprendere quell’unione spirituale la quale, se compromessa, rischia di far perdere la percezione della condizione di “indigenismo” sia all’interno del gruppo sia all’esterno. Non si può pensare di rispettare i diritti dei popoli indigeni nel momento in cui si decide di riservare loro dei luoghi scelti per la loro esistenza. Le riserve infatti esistono come luoghi di raggruppamento ma certamente non come luoghi di identificazione.
Esiste una richiesta insistente da parte dei popoli indigeni di una “autodeterminazione linguistica” che possa garantire loro le origini culturali e identitarie che li identificano. 
E’ a questo punto che sarebbe utile introdurre una breve definizione del diritto all’autoidentificazione. 
Diritto all’autoidentificazione
Cosa significa autoidentificarsi? Innanzitutto l’identificazione è un processo sociale che porta un individuo a riconoscersi come componente di un segmento sociale specifico, indipendentemente dalla caratterizzazione che lo connota. Focalizzando l’attenzione sulla sfera culturale (e identitaria) ci si deve riferire a tale diritto.
Nel caso dei popoli indigeni il legame tra il diritto all’autodeterminazione e il diritto all’autoidentificazione è sequenziale. 
Il diritto all’autoidentificazione infatti permette di congiungere i diritti garantiti dall’autodeterminazione (diritti individuali) e quei diritti che sono visti come peculiari delle collettività: il diritto alla terra infatti viene visto come un diritto collettivo. L’identificazione nel proprio contesto territoriale e culturale deve avvenire senza discriminazioni e costrizioni. I popoli indigeni vedono nel gruppo il loro riferimento primario.
Diritti individuali e diritti collettivi
Per collettività si devono intendere gruppi composti da individui. Tale processo logico permette di sottolineare l’aspetto composito del gruppo senza perderne cognizione nel momento in cui l’attenzione del diritto umano viene incentrata su un individuo specifico (soggetto primo di diritto). Nella Convenzione no.169 dell’ILO (International Labour Organization) viene evidenziato il principio dell’autoidentificazione legato al diritto collettivo.
http://www.unhchr.ch/html/menu3/b/62.htm
Posizione di non dominanza
I popoli indigeni sono caratterizzati dalla posizione di non dominanza. Tale posizione compromette la resistenza dell’identità indigena la quale si scontra quotidianamente con una oppressione intellettuale diretta e indiretta che rischia sempre più di nullificare tradizioni millenarie uniche nel loro genere e di estrema importanza per la sopravvivenza di culture inimitabili e non ripetibili.
Le violazioni più frequenti
E’ possibile sintetizzare quelle che sono le violazioni più frequenti nei confronti dei popoli indigeni: dalla repressione delle proprie manifestazioni alla violazione dei loro diritti territoriali, dallo sfruttamento delle risorse naturali presenti nel loro habitat alla negazione di una autonomia. 
L’imposizione di un tipo di educazione che danneggia le identità culturali e la forzata integrazione nella società maggioritaria del paese di appartenenza sono due delle violazioni sulle quali la nostra associazione sta concentrando i propri sforzi teorici e pratici.
Una comunicazione difficile
Nell’approccio all’insieme dei diritti rivendicati dai popoli indigeni ci si può rendere conto della complessità nella comunicazione: la ricerca di una dimensione interculturale che permetta un dialogo paritario senza porre uno dei due interlocutori in una posizione di svantaggio. Ci domandiamo se sia possibile riuscire ad arrivare a una soluzione solida se si continuano ad utilizzare le categorie concettuali e verbali che appartengono alle nostre società nazionali e che devono essere comprese dai popoli indigeni che vivono una realtà sociale e culturale distaccata. Ancora oggi lo sforzo deve venire da parte delle comunità autoctone che, nel caso dell’utilizzo di parametri espressamente occidentali, devono fare i conti con la mancanza di riferimenti locali e l’introduzione di strumenti idonei che possano sostenere l’attuazione di politiche di sviluppo.
Siamo convinti invece che la verità debba essere trovata a metà strada, a metà del percorso interattivo tra “noi” e “loro” per evitare una operazione di assistenzialismo paternalistico. 
La cooperazione sta nel tentativo di avvicinarsi ad un compromesso che sostenga le rivendicazioni indigene senza percepirle come lontane dai nostri parametri valutativi.
La condivisione di una cultura e di una lingua riporta la questione sul bisogno di un riconoscimento del diritto collettivo affiancato a quello individuale; il diritto collettivo, riconosciuto, permetterebbe ai popoli indigeni di sentire un avvicinamento dei paradigmi ed una maggiore comprensione delle loro necessità. 
Diritto alla propria lingua
L’UNESCO ha previsto che entro la fine di questo secolo, più del 70% delle 6000 lingue esistenti ad oggi sul nostro pianeta scompariranno. Il fenomeno di annichilimento delle lingue e della dimenticanza delle identità culturali sta provocando la distruzione di un sistema culturale e linguistico eterogeneo e multiespressivo. Esiste un diritto naturale a non perdere la cognizione delle proprie origini.
Secondo l’UNESCO la lingua è “l’aspetto più vulnerabile del nostro patrimonio culturale”. All’inizio del 2006 le lingue in estinzione erano 417. Si è rilevata la necessità di formalizzare la ricerca di una garanzia di sopravvivenza delle lingue, di popoli.
Tramandare la propria cultura attraverso il proprio linguaggio è un bisogno primario per l’intergrità di un individuo e del suo popolo. 
Non dimenticare l’eterogeneità
Un’altra importante questione, da non tralasciare, è quella relativa alla eterogenità che nutre la realtà indigena. Se è vero che, all’interno di uno stato, sono evidenti le differenze tra i popoli indigeni e le società maggioritarie, è altrettanto vero che l’approccio alle problematiche  indigene attraverso una standardizzazione della “tipologia” porta a delle elaborazioni contestabili. Lo sbaglio sta nel pensare tutti i popoli indigeni come “sovrapponibili”. Non è così perchè ognuno porta con sé elaborazioni e simbologie che li differenzia. Non è un caso che una delle discussioni più imponenti nella stesura di documenti relativi alle collettività indigene sia quella della definizione e della scelta della denominazione. 
Popolo, popoli, popolazioni? (People, Peoples o Populations?) 
La variazione nell’utilizzo di una definizione rispetto alle altre modifica l’intensità della denominazione. Popolazione è un termine che riporta alla mente l’idea di una massa informe, senza eccessive specificazioni; popolo è più ristretto ma omologa la varietà che insita nell’identità indigena. Popoli invece permette di identificare l’eterogeneità presente nella compagine indigena e allo stesso tempo sostiene il valore  giuridico dell’identità indigena.




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