I PADRONI DELL`EUROPA

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Per le indicazioni molto dettagliate che contiene, la lettera che Trichet e Draghi hanno inviato al governo italiano conferma quel che alcuni hanno detto: l’Italia di fatto è governata da autorità sovranazionali non elette, che non devono render conto davanti ai cittadini. Pur non appartenendo a un partito, non sono autorità tecniche: fanno politica in senso pieno, governano i conflitti della pòlis constatando che è malgovernata. È un rapporto feudale che viene instaurato: il vassallo inadempiente è salvato dal vero sovrano, e in cambio gli giura obbedienza e restringe le proprie libertà.

Di primo acchito sembrerebbe che solo così possa nascere un’Europa politica, potente mondialmente. Ma le cose sono più ambigue, torbide. Uno Stato corroso come il nostro, manomesso da un premier che lo scardina privatizzando il bene pubblico, non fa nascere l’Europa ma la snatura. A nulla serve che gridi contro il duopolio franco-tedesco; non lo udranno. Il caso Italia dovrebbe far riflettere l’Unione, perché crea un precedente grave: se un organo federale di natura tecnica interviene con pesantezza inusitata su un paese membro, è perché ha di fronte a sé un non-governo, un non-premier. Non è prepotenza la sua, ma il diritto naturale all’interferenza che la Bce acquisisce comprando il nostro debito a colpi di miliardi e risparmiandoci la bancarotta. Il governo sovranazionale ci tiene in piedi, e il potere che acquisisce è la risposta a un’inettitudine, un’impotenza. La crisi dell’euro rimette in questione le sovranità nazionali, svelandone l’illusorietà, e al tempo stesso ridisegna a caldo le loro democrazie, non senza insidie e squilibri fra Stati iper-sovrani e Stati non più sovrani. Il modo in cui le ridisegna è la questione del momento.

Rileggere la lettera della Bce, simile a quelle inviate a Atene e Madrid, Lisbona e Dublino, è istruttivo. Il presidente della Banca centrale non si limita a indicare parametri. Entra negli anfratti della legislazione, decide il suo farsi. Il punto saliente è quello in cui, dopo aver elencato le misure per evitare il default, raccomanda perentorio: “Vista la gravità dell’attuale situazione sui mercati finanziari, consideriamo cruciale che tutte le azioni elencate (…) siano prese il prima possibile per decreto legge, seguito da ratifica parlamentare entro la fine di settembre 2011”. Quello che si prescrive è un metodo decisionale (il decreto) che mina la democrazia rappresentativa sin qui conosciuta.

Il decreto è un provvedimento adottato “in casi straordinari di necessità e d’urgenza” (articolo 77 della Costituzione). L’abuso che Berlusconi ne fa è stato più volte criticato dal Capo dello Stato, che della Carta è custode. D’un tratto siamo intimati di aumentarne l’abuso. Le lunghe discussioni parlamentari vanno scavalcate, in nome dell’emergenza. È quanto accade in guerra, quando saltano le procedure ordinarie e predomina un gruppo di esperti (i militari). Qui sono i banchieri centrali a prevalere, anche se operano in rappresentanza di tutta l’eurozona (Italia compresa). Per forza giocano un ruolo politico che sulla carta non hanno, quando i governi da sé non ce la fanno. Per forza la Bce impone la stretta decisionista, a un governo che per anni ha negato la crisi, temendo scelte difficili. La crisi delle democrazie è causa ed effetto di questo prevalere della necessità su una libertà che è fittizia, della tecnica su una politica non meno fittizia. Per questo l’Italia è, in Europa, un precursore in negativo: l’opposizione, quando tornerà al governo, dovrà riconoscere che queste necessità ti vengono imposte, se non le assumi. Altrimenti avrà ragione la Bbc: “Una delle prime vittime della crisi dell’Eurozona sarà la democrazia”.

L’elusione del dibattito democratico classico è evidente in altri passi della lettera. Tra questi: i paragrafi riguardanti la “privatizzazione su larga scala” dei servizi pubblici (nonostante un referendum italiano ostile a tali privatizzazioni); la riforma salariale collettiva (gli accordi al livello di impresa devono essere “più rilevanti rispetto ad altri livelli di negoziazione”); le norme sul licenziamento; la riduzione di stipendi per i dipendenti pubblici. Perfino su una questione delicata (l’introduzione nelle aziende pubbliche degli indicatori di performance) la Bce interviene senza curarsi della discussione che il tema suscita in Europa. Gli indicatori di prestazione – è scritto in numerosi rapporti di medici e psicologi francesi – vanno maneggiati con prudenza perché ledono la tenuta della società, specie in recessione. L’ondata di suicidi avvenuta nel 2009 in aziende come Telecom-Francia e Renault è legata all’introduzione, nel management, di queste forme di controllo.

I conflitti non vengono superati, sospendendo procedure democratiche tradizionali. Si acuiscono, perché non più rappresentati né governati democraticamente. Quel che rischia di scomparire, quando uno Stato impotente è messo in riga, è lo spazio politico dentro il quale più visioni del mondo possono contrapporsi, misurarsi. L’alternativa, sale della speranza, è sostituita da alternanze formali destra-sinistra. Un’unica linea sembra imporsi, respinta ciecamente da cittadini che la vedono decretata e non discussa.

Naturalmente la lettera non ha quest’unico significato, di restringimento dello spazio democratico. Nel governo tecnico di Francoforte è incorporata anche l’Italia, e paradossalmente il restringimento è dovuto al fatto che l’organo sovranazionale agisce in nome di uno spazio ben più vasto, che i politici nazionali tendono sistematicamente a ignorare. Lorenzo Bini Smaghi, membro dell’esecutivo Bce, è stato chiaro, in un discorso a Poros dell’8 luglio: “L’unione monetaria implica un grado di unione politica molto più ampio di quanto abbiano mai pensato molti commentatori, politici, accademici, e anche cittadini. Questo perché in un’unione monetaria, le decisioni prese in una singola parte coinvolgono le altre parti, in modo diretto e a volte drammatico”. Quel che i popoli faticano a capire è che “già c’è un’unione politica, anche se l’intelaiatura istituzionale non garantisce un processo decisionale pienamente compatibile con essa”.

Resta che un’Unione siffatta non è vista come democratica dai popoli; e non essendolo, inasprisce le loro chiusure nazionali: non solo in Italia ma anche in Germania. I suoi organi danno l’impressione che l’unica preoccupazione sia la tenuta dei conti: non della società, delle regole, della giustizia, dell’etica pubblica. A prima vista è allarmante, ad esempio, che nella lettera della Bce manchi ogni accenno alla sostanza del modello europeo: giustizia sociale, tasse ripartite con equità e senza evasione, correzione delle disuguaglianze abnormi createsi dagli anni ’80 fra generazioni, classi, regioni.

Dietro queste apparenze, tuttavia, c’è una realtà meno semplice, che vale la pena esplorare. Prendiamo il caso greco, che illumina molte oscurità. Se nelle sue raccomandazioni la Bce non insiste sul modello europeo, è perché in alcuni Stati il modello è proclamato, non praticato. È l’accusa lanciata dall’economista Yanis Varoufakis, ex consigliere di Papandreou: è vero, Atene è stata costretta a misure socialmente devastanti, ma perché non ha avuto il fegato di imporre una tassa sui ricchi, che da decenni godono di vaste immunità: “È a questo punto che Bce e Fmi hanno detto: ok, se rinunciate alle tasse allora tagliate pensioni e salari dei meno abbienti”. Gli organi europei “sono class-indifferent”, indifferenti a come gli Stati sanano, equamente o no, i conti.

Altro è il loro difetto. Nei confronti degli Stati più potenti, le istituzioni europee non hanno la stessa imparzialità: non sono nation-indifferent. Il Fondo salva-Stati, che Merkel e Sarkozy vogliono dominare non rendendolo federale ma preservando il diritto di veto di ciascuna nazione, nasce imbelle. Nel 2003, Berlino e Parigi trasgredirono il Patto di stabilità: invocarono l’impunità con una sfacciataggine che ancor oggi pesa. Pesa come un masso, nel mezzo della crisi economica e democratica che gli europei stanno vivendo.

BARBARA SPINELLI | la Repubblica |12 ottobre 2011




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