I GOVERNI CAMBIANO MA L’EUROPA È FERMA

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EUROINTELLIGENCE

DIEGO VALIANTE*

I GOVERNI CAMBIANO MA L’EUROPA È FERMA

LE ELEZIONI in Francia e in Grecia hanno ravvivato il dibattito sull’instabilità politica e sulle sue conseguenze economiche.
Negli ultimi dodici mesi, a seguito di elezioni odi crisi politiche, è cambiato il governo anche in Slovacchia, Italia, Paesi Bassi, Slovenia, Belgio, Portogallo e Spagna. Ciò potrebbe ripetersi
in altri paesi, soprattutto se il blocco avverso all’austerity raccoglierà un ulteriore e diffuso sostegno politico. La rimonta dei partiti estremistici non può che esacerbare una situazione economica e finanziaria già fragile.
Nonostante la protesta espressa nelle urne, però, le decisioni politiche continuerà a prenderle un gruppo ristretto di persone. Questa discordanza acuirà le tensioni e porterà a una richiesta
di revisione dell`impalcatura politico-istituzionale dell’Europa, immutata dal 2002. L’integrazione economica e finanziaria è invece progredita con il mercato comune e l’unione monetaria, creando difatti uno Stato semi-federale con trasferimenti interregionali. E mentre la crisi del debito sovrano
spingeva i governi nazionali a ritirare o a rivedere queste garanzie, la sovranità sulle politiche monetarie e parzialmente anche su quelli fiscali era trasferita irreversibilmente all’area
euro o alla Ue.
Le decisioni politiche importanti sono il risultato di compromessi politici, che celano spesso il tentativo di proteggere quelli che i governi percepiscono come interessi nazionali. E il caso del Consiglio, concepito per rappresentare i governi nazionali, e del Parlamento europeo sulle cui decisioni chiave il controllo dei cittadini è limitato. Nell’insieme, si tratta di una architettura istituzionale non
soggetta al controllo democratico e che dunque non è in grado di costruire una direzione politica a lungo termine, tanto meno in tempi di crisi.
I paesi membri hanno palesemente sottostimato lo spostamento verificatosi sul piano economico verso uno Stato sempre più federale, che ha costretto i vari establishment politici nazionali a rinunciare a parti importanti dei loro progetti politici e a cedere quindi terreno alle visioni politiche nazionali ristrette dei partiti estremistici.
Ora viviamo un paradosso: la Commissione Europea, che è guidata da tecnocrati, influenza fortemente le decisioni politiche a lungo termine, mentre gli establishment politici nazionali devono occuparsi di applicare le normative e di fare accettare ai cittadini progetti ispirati da contesti sovrannazionali.
Se dal punto di vista dell’eurozona le decisioni economiche da prendere per superare la crisi sono chiare – e includono una liquidità abbondante e gli eurobond – dall’altra, la deframmentazione e l`incertezza politica negli Stati membri condannano l`Europa a una persistente incertezza economica.
Per creare una politica europea – ed evitare che l’attuale architettura istituzionale, concepita per proteggere gli interessi nazionali, lasci collassare prima l` eurozona e poi il mercato unico-occorre più potere decisionale a livello nazionale e una maggiore partecipazione democratica alle istituzioni
dell’Unione.
Il lancio di una nuova convenzione europea per riformare le istituzioni della Ue e dell’eurozona costituirebbe oggi una decisione politica coraggiosa: la politica riprenderebbe il suo ruolo guida in una riforma delle istituzioni che le metta in grado riaffrontare i cambiamenti della società. Proprio da una crisi può emergere la volontà politica per realizzare cambiamenti fondamentali nelle istituzioni e può sorgere un più ampio e diffuso interesse per rinnovare l’idea di Europa.
*Ricercatore del think tank CEPS a Bruxelles
(Traduzione di Guiomar Parada)
(Da La Repubblica, 17/5/2012).




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