I “furbetti” del Politecnico di Milano.

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La sentenza aggirata dai singoli corsi di laurea. «Non sono i giudici a decidere come si forma un ingegnere».

La «resistenza» dei corsi in inglese.

Il Politecnico disobbedisce al Tar che imponeva la lingua italiana.

di GIANNA FREGONARA

La battaglia è persa ma la guerra è (quasi) vinta: il Politecnico di Milano non può decidere di tenere tutti i corsi in inglese perché viola la Costituzione, il regio decreto del 1933, la libertà di
insegnamento, il primato della lingua italiana e contravviene alle indicazioni della Crusca. Ma se a decidere di insegnare in inglese sono i professori di ogni singolo corso di laurea, invece dell’ateneo,
allora si può fare: l’inglese, o forse meglio il «globish» (quell’inglese ormai semplificato che sta diventando la lingua franca dell’insegnamento scientifico), può diventare la lingua madre anche in una università italiana. Perché il Tar non potrà nulla contro le singole decisioni. La delibera
del Senato accademico del 2011, quella in cui si stabiliva che «almeno 100 insegnamenti
fossero tenuti da docenti stranieri» e che le lauree magistrali e i dottorati di ricerca a partire dall’anno scolastico 2014-2015 si tenessero «esclusivamente» in inglese, è stata invece cancellata
dai giudici amministrativi un anno fa e il Consiglio di Stato ha rinviato la sua decisione
a novembre quando i corsi saranno già iniziati e dunque anche se cambierà il verdetto del Tribunale amministrativo di primo grado sarà comunque troppo tardi per impostare la didattica e i
corsi per il prossimo anno scolastico.
  Ma dal prossimo autunno, come da tabella di marcia stabilita due anni fa, al Politecnico
di Milano si potrà frequentare il corso di laurea magistrale esclusivamente in inglese. Solo sei corsi su 34 saranno in italiano, 21 saranno esclusivamente in inglese e 8 a scelta o in italiano
o in inglese. Abbastanza per parlare di internazionalizzazione.
  «Noi speriamo ancora che il Consiglio di Stato ci dia ragione – spiega il rettore Giovanni Azzone – ma intanto quattro studenti su 5 potranno vivere in un ambiente internazionale, studiare
in inglese e confrontarsi anche con ragazzi che vengono da altri Paesi e altre realtà».
Così come del resto sta avvenendo nelle università francesi e tedesche che ormai organizzano molti corsi di laurea magistrale e/o master esclusivamente in inglese.
  La decisione del Senato accademico del Politecnico, certo molto netta, aveva provocato la rivolta di una parte (minoritaria) dei docenti che avevano fatto ricorso. La Crusca aveva pubblicato un
appello – firmato anche dal ministro Giannini allora «soltanto» glottologa, con due figli al Politecnico di Milano – contro l’abbandono della lingua italiana. Il Tar ha giudicato «irragionevole»
voler pensare di spingere verso l’internazionalizzazione usando l’inglese, perché «non si tiene conto dell’ampio respiro sotteso all’esigenza di internazionalizzazione che comporta un’apertura
verso il pluralismo culturale… e non un’apertura selettiva, limitata ad una particolare lingua», l’inglese appunto.
  «Ma noi non vogliamo fare una crociata contro l’italiano – insiste Azzone -. Avevamo proposto uno sforzo dei nostri professori per dare più opportunità agli studenti: molti docenti italiani
hanno accettato di insegnare in inglese, non è scontato. Siamo la terza università per la qualità dei laureati secondo le classifiche dei cacciatori di teste, sapremo ben come si forma un ingegnere
per il ventunesimo secolo? I laureati che possono lavorare in lingua inglese hanno cinque volte le offerte di lavoro di chi non sa l’inglese. Invece come si forma un ingegnere oggi lo decide
il Tare diventa una questione di protezione o meno della lingua italiana: non è questo
il punto».
  Del resto i corsi in inglese ormai sono presenti in tutte le facoltà scientifiche da Milano
a Lecce, che addirittura da quest’anno nella facoltà di ingegneria ha le quote per i
cinesi: cinque posti riservati a cittadini dell’estremo Oriente per l’anno prossimo
nei corsi di laurea magistrale.
  Lo sforzo di creare un ambiente di studio internazionale e di aprire alle iscrizioni
degli studenti stranieri continua in tutte le università italiane, anche se i dati di afflusso
dall’estero – complice anche la lingua – non sono competitivi. Al Politecnico di Milano, mentre per la laurea triennale gli studenti sono esclusivamente italiani, solo il 6 per cento viene dall’estero,
nelle lauree magistrali uno studente su 5 (il 18 per cento, circa) è ormai in arrivo da altri Paesi, nel 2010 era uno su sei. La politica dell’internazionalizzazione, degli scambi, da ormai dieci
anni è infatti tutta puntata sulla seconda parte del corso di studi, sulla laurea magistrale.
Tar permettendo.
(Dal Corriere della Sera, 26/7/2014).

 




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