i due pilastri dell’impero

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Lo scrittore indiano riflette su analogie differenze tra dominazione britannica e ruolo globale dell'America.

I DUE PILASTRI DELL'IMPERO
Il primo è la potenza delle armi, il seconde la persuasione. Nei paesi conquistati, gli ingelsi non portavano solo l'esercito, ma anche scuole, laboratori, giornali e case editrici. Riproporre questo modello nell'Irak di oggi è molto difficile.
Di Amitav Ghosh

Nei mesi scorsi, molto si è detto e scritto in merito a un “nuovo impero americano”. Io credo che questa definizione sia impropria. Se la guerra in Irak dev'essere vista come un'avventura imperiale, allora il progetto non è né nuovo né esclusivamente americano, o meglio, statunitense. Quella che il presidente Bush ama chiamare “coalizione dei volonterosi” è dominata dopotutto da Stati Uniti, Gran Bretagna e Australia: tre Paesi anglofoni le cui reciproche fedeltà hanno radici non solo in una cultura condivisa e istituzioni comuni ma anche in una storia condivisa di espansione territoriale. In questa luce, l'alleanza costituisce solo l'ultima fase nell'evoluzione della più potente forza politica degli ultimi due secoli: l'impero anglofono.
Io sono indiano, e la storia per me si è andata configurando sia attraverso le istituzioni di tale impero sia attraverso la lunga tradizione di lotta contro di esso. Ora vivo a New York e , per me, gli attacchi dell'11 settembre e ciò che ne è segujito hanno avuto inquietanti risonanze storiche. Hanno vividamente risvegliato, ad esempio, il ricordo della rivolta indiana del 1857, quelle che per gli inglesi fu l'Ammutinamento del 1857. Quell'anno , a Kapur, un attivissimo snodo commerciale sulle rive del Gange, parecchie centinaia di civili inglesi indifesi, tra cui donne e bambini, furono massacrate da indiani fedeli a un signorotto locale, Nana Sahib. Molti degli indiani coinvolti nell'insurrezione erano ex soldati dell'impero sedotti da ideali nichilisti. Di fronte ai metodi incredibilmente violenti degli insorti, gli indiani moderati si trovarono a dibattersi tra simpatia, repulsione e timore. Molti scelsero di prendere le distanze dalla rivolta. Altri arrivarono al punto di unirsi agli inglesi. Un analogo processo è chiaramente in corso in Medio Oriente, dove il fondamentalismo islamico ha infiammato una parte degli arabi, mentre ne ha allontanati altri.
Lo slogan “shock and awe” colpisci e terrorizza, usato dalle forze armate degli Stati Uniti per descrivere l'attacco aereo iniziale su Baghdad, ha risvegliato in me un altro ricordo della rivolta del 1857. Anche allora gli inglese orchestrarono una campagna di “Shock and awe” tra i sostenitori dei ribelli. Lungo la strada tra Kanpur e Allahabad fu innalzata una fila ininstterrotta di pali da cui pendevano i cadaveri dei soldati indiani impiccati; i corpi dei ribelli colpiti dai cannoni vennero esposti nelle pubbliche piazze. Soldati inglesi saccheggiarono le città in tutta l'India del nord. Si applicarono gli strumenti legali in modo tale da premiare gli alleati e punire le aree del Paese e le popolazioni che avevano sostenuto i ribelli. Gli effetti di questa politica si sono fatti sentire per generazioni e se ne possono tuttora osservare le consegienze, per esempio, nella disparità tra la relativa ricchezza del Punjab e la povertà del Bihar.

Non intendo, in questa sede, discutere ragioni e torti del comportamento degli Inglesi. E non voglio neppure esagerare l'analogia con le circostanze attuali: la “coalizione dei volonterosi” non ha certo intenzione di usare metodi ottocenteschi in Irak. Mi interessa, piuttosto, porre una domanda che non ci si pone abbastanza spesso: queste azioni di forza raggiungono lo scopo? Molti ritengono che ogni dispiegamento di potenza militare sia destinato a essere azzerato o vanificato da una resistenza equivalente. Ma coloro che hanno dimistichezza con l'esercizio del potere la pensano diversamente. Sanno che il potere può talvolta essere usato per far cambiare rotta alle forze della resistenza.

Nel caso della rivolta del 1857, la verità è che la brutale risposta del potere in carica ebbe come risultato alcuni significativi cambiamenti della vita politica indiana. La travolgente vittoria britannica fu decisiva nel convincere una maggioranza di indiani dell'inutilità di opporsi all'impero con la forza delle armi. Un consenso che spinse molti della successiva generazione di militanti anticolonialisti a imboccare una strada più parlamentare e costituzionale, creando il necessario sfondo alle tattiche di resistenza non-violenta del Mahatma Gandhi.
Alcuni degli attuali sostenitori dell'impero vedono nella democrazia indiana una prova del ruolo benefico che può esercitare una presenza coloniale, contribuendo a costruire una stabile società civile. Per contraddire questa argomentazione, d'altra parte, basta dare un'occhiata ai luoghi in cui hanno trovato rifugio i leader di al-Quaeda in fuga: Aden, Rawalpindi; Peshawar, Quetta, Lahore, Karachi. Città che hanno visto gli inglesi in sella per secoli, e dove pure l'ostilità verso l'Occidente è oggi maggiore che nel 1857.
In un mondo di esseri umani, anche la sconfitta è una transazione. Se una lezione dobbiamo ricavare dall'esperienza dell'impero nel subcontinente è che la sconfitta può essere negoziata in tanti modi diversi. In India la democrazia prospera, mentre in Pakistan c'è stata una sempre più accentuata involuzione autoritaria. Perché l'Irak imbocchi la via dell'India, l'attuale variante dell'impero anglofono dovrà riuscire a creare, nel giro di pochi anni, ciò che le precedenti reincarnazioni non sono riuscite a fare per decenni.
Le possibilità di successo sono vicine allo zero. Il maggior elemento a sfavore va ravvisato, paradossalmente, proprio nello squilibrio di potenza militare che ha portato al rovesciamenti del regime di Saddam Hussein. La potenza militare degli Stati Uniti è così superiore che ha spinto i fautori americani dell'impero a dimenticare che un progetto imperiale deve poggiare su due pilastri. Di cui le armi sono solo il primo e più ovvio; l'altro è la forza di persuasione. Quando l'impero era in mani inglesi, coloro che ne tenevano le redini prestavano al secondo pilastro quasi altrettanta attenzione che al primo. I suoi eserciti erano il più delle volte accompagnati da n apparato di persuasione straordinariamente attivo, che includeva istituzioni educative, laboratori, organi di stampa, case editrice e così via.
Molti falchi statunitensi ammettono oggi apertamente la propria venerazione per gli imperi del passato, eppure si direbbe che dell'esperienza imperiale abbiano assimilato soltanto la lezione militare, tralasciando tutto il resto. E io sospetto che sia questa la ragione per ci molti dell'establishment politico inglese erano così sbigottiti del modo in cui si è preparata la guerra in Irak. Sanno fin troppo bene che un'aura di legittimità e consenso è essenziale per un impero.
Legittimità e tattiche di persuasione non sono evidentemente delle priorità per l'amministrazione Bush. Ma l'impresa sarà comunque difficile. Nel XIX secolo, l'apparato di persuasione funzionò in parte perché la potenza coloniale era in grado die esercitare uno stretto controllo sul flusso delle informazioni. In Irak, ogni sforzo di persuasione sarà contrastato da dosi quotidiane di controinformazione, diffuse via Internet e attraverso i canali satellitari. L'efficacia persuasiva degli imperi ottocenteschi poggiava in buona parte anche sul ruolo talismanico della scienza. Oggi le tecnologie sofisticate sono troppo diffuse per stupire. Per quanto siano terrificanti le bombe intelligenti, non hanno l'alone mistico che poteva vere una mitragliatrice Gatling.

Anche le moderne connotazioni della parola “impero” dimostrano che il contesto dell'imperialismo è cambiato. Per molti, soprattutto negli Stati Uniti, ric hiama alla mente un'immagine che ha giocato un ruolo significativo nello screditare l'unione Sovietica: l'impero del male”. Non si tratta di ansia puramente retorica, il disagio scava più in profondità. Una percentuale rilevante di cittadini statunitensi non è comunque convita di assumersi l'onere di una nuova versione della “missione civilizzatrice”. Questo è ciò che distingue gli Stati Uniti dalle nazioni imperiali del passato.
Come George Orwell e molti altri osservatori hanno rilevato, gli imperi imprigionano i loro capi insieme ai sudditi. Negli Stati Uniti di oggi, la cui popolazioni è sempre meno incline ad avventarsi oltre i propri confini, questo è già successo, Ma forse, in quest'epoca di grandi accelerazioni, non passerà molto tempo prima che a maggior parte di loro cominci a sognare di fuggire dalle prigioni del potere assoluto.

(traduzione di Anna Nadotti, originariamente pubblicato sul giornale “The New Yorker”)
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