I 150 anni – e oltre – della lingua italiana

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martedì, 22 marzo 2011 ore 09:58

I 150 anni – e oltre – della lingua italiana

La lingua da strumento politico ad accessorio trascurabile
di Serena Rosati
È passata da poco la festa per i 150 anni dell’unità d’Italia e, in un accesso di amor di patria che solitamente rimane sopito nella nostra coscienza nazionale, si è parlato tanto e bene dei partigiani e di chi ha versato sangue e lacrime affinché da nord a sud il nostro paese potesse essere considerato un’Italia unita, uno stato vero e proprio come la Francia o la Germania erano già molto prima del 1861. Con la loro opera e con il loro coraggio, questi uomini hanno unificato territori profondamente diversi tra loro, dando al nostro paese la giusta dignità di nazione che mancava già da troppo tempo.

E così l’Italia unita compie 150 anni. Cifra tonda, un conteggio ufficiale e comodo, ma un po’ approssimativo. Non a tutti, infatti, è noto, che con parecchio anticipo sui partigiani, altri uomini avevano speso le loro energie nel tentativo di unificare l’Italia. Sono gli intellettuali, gli eruditi, i letterati, che da molto prima della seconda metà dell’800 avevano avvertito con chiarezza la necessità di livellare le radicatissime differenze tra staterelli attraverso uno strumento potentissimo: la cultura. L’unificazione linguistica è stata, infatti, il primo nonché fondamentale passo per l’unificazione politica e territoriale italiana.

Già nel periodo a cavallo tra il ‘400 e il ‘500, genericamente chiamato Umanesimo, la riflessione degli intellettuali si soffermò molto sulla questione linguistica, spinta da un nuovo senso di cosmopolitismo e di filantropia che faceva a pugni con le tendenze campanilistiche della politica del tempo. In questo periodo, nella corte di Lorenzo De’ Medici, il fiore dei letterati toscani cercava di individuare modelli linguistici universali, sia per la prosa che per la poesia, attingendo soprattutto dagli autori “classici” del ‘300 quali Dante, Petrarca e Boccaccio, che per primi avevano tentato di riformare la lingua attraverso un nuovo uso del latino e una rivalutazione del volgare a lingua letteraria. Dal ‘500 in poi la questione della lingua divenne uno dei punti più caldi della riflessione intellettuale italiana. Nel periodo manierista del ‘600 la lingua divenne, nella maggior parte dei casi, uno strumento puramente decorativo quasi privo della sua funzione attiva di collante culturale e politico, che cadeva troppo spesso nell’esagerazione barocca.

La reazione degli intellettuali sette-ottocenteschi al manierismo fu senz’altro durissima. Nonostante l’acceso dibattito tra correnti illuministiche e romantiche, tutti gli intellettuali condividevano l’idea che una nuova lingua, una lingua unica, fosse necessaria. Un codice comprensibile a tutti che escludeva le esasperazioni regionalistiche, con un lessico che attingeva dalle saldissime radici latine ma aperto alle influenze culturali europee. Una lingua, insomma, che facesse dell’Italia intera un vero paese in cui era possibile non solo capirsi, ma anche far circolare la cultura e, insieme ad essa, le nuove idee politiche e di spirito nazionale. Senza dubbio, la cura certosina per la lingua di Alessandro Manzoni fu determinante. Infatti, il suo capolavoro, “I promessi sposi”, fu il primo romanzo italiano capace di suscitare un interesse clamoroso in un pubblico decisamente più vasto e meno elitario rispetto a tutta la tradizione letteraria precedente. Ormai gli italiani si capivano, il fiorentino era considerato una lingua nazionale, un volgare nobilissimo e complesso che era motivo di orgoglio per l’Italia intera.

Oggi si assiste a una tendenza inversa e anche abbastanza inquietante. L’italiano, una delle lingue più belle del mondo, subisce ogni giorno un processo di scarnificazione, una de-grammatizzazione costante che si fonda sulla necessità di comunicare in modo sempre più veloce. Il linguaggio degli sms e delle chat deve essere svelto, immediato. E allora, a chi importa della grammatica?! Su internet, sui social network, si consumano quotidianamente stragi di “H” che precedono le terze persone del verbo avere, la “C” è irrimediabilmente diventata una “K” usata di continuo e a sproposito. Le vocali sembrano essere un accessorio non indispensabile, per non parlare dei condizionali quasi dimenticati e dei congiuntivi scambiati per una malattia. Il lessico si è impoverito, i gergalismi sono di moda e la punteggiatura è un vezzo. Coniugare i verbi nel tempo nel modo giusto sembra un’impresa titanica. Persino i docenti universitari delle facoltà di Lettere impallidiscono sconsolati di fronte a questi orrori grammaticali che proliferano anche su compiti di dottorato.

La cosa peggiore, però, è che sembra che a nessuno importi degli oltraggi perpetrati alla lingua italiana. A un depauperamento così lampante della forma consegue inevitabilmente una scarsezza di contenuto. Se non si sa parlare è quasi impossibile raccontare qualcosa di interessante. Se la lingua è uno strumento di unificazione nazionale, che Italia ne può venir fuori? Un’Italia che dimentica apostrofi e accenti, che non sa coniugare verbi alla terza persona. Che non è in grado di esprimersi correttamente e a cui non importa nulla di quello che dice, purché lo dica. Ignoranza, disinformazione e piattume culturale. Ecco cosa ci resta. Gli editori ci propinano sempre più spesso romanzetti non solo banali, ma per di più scritti battendo a casaccio sulle tastiere dei PC, dove i puntini di sospensione si moltiplicano senza controllo e dove le frasi a effetto sono le onomatopee che rappresentano il trillo di un cellulare. E a noi partigiani del congiuntivo non resta che frugare bene tra gli scaffali delle librerie, per rifugiarci nelle parole di chi scrive ancora libri in italiano che vale la pena leggere. Anche questa è una forma di patriottismo.




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