Hollande: il rigore è indispensabile

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Bersagliato da ogni parte con un coro di critiche, il presidente va alla riscossa

ALBERTO MATTIOLI
CORRISPONDENTE DA PARIGI

Sì, il Presidente c'è. La prima conferenza-stampa di Francois Hollande all'Eliseo sembra la risposta alla copertina dell'«Express», che riassume quel che molti si chiedono: «C'è davvero un Président in Francia?». Bene: Hollande ha cercato di far passare il messaggio che un Presidente «normale» non è un Presidente fantasma. Il senso del confronto sostenuto ieri da Hollande è tutto qui. Dopo sei mesi, il Président è già diventato una specie di punching ball. L'economia va male, i dati sono uno peggio dell'altro, i sondaggi in caduta libera e di Hollande si critica tutto: le decisioni quando le prende, l'indecisione se non le prende, le gaffe di comunicazione del governo, lo stile non abbastanza presidenziale e la presidenza non abbastanza stilosa. Fin nelle frivolezze: popola un sito, www.francois-tacravate.fr, dove un matto pignolo ma spiritoso infierisce sulla cravatta presidenziale: 144 volte di traverso su 247 apparizioni pubbliche.

Così, ieri, gran rituale nel rutilante salone delle feste dell'Eliseo, un incrocio fra l'Opéra e un cinque stelle di Dubai: davanti a 400 giornalisti e al governo al gran completo, 40 minuti di discorso e un'ora e tre quarti di domande per un Hollande in forma. Novità di contenuto, nessuna. Di stile, sì: Hollande si è «ripresidenzializzato». Non diventerà un «iperpresidente» come Sarkozy, ma nemmeno vuol passare per quel «budino» descritto dai cari compagni socialisti. Quindi ha rivendicato con puntiglio quanto fatto finora. Ha criticato Sarkò senza nominarlo, ha rinnovato la fiducia al primo ministro JeanMarc Ayrault, ancora più bersagliato di lui, ha fatto sapere che i sondaggi li legge però non li commissiona, ha ammesso che qualche errore c'è stato senza dire quali ma ha assicurato un'opinione pubblica impaurita che «il declino non è il nostro destino». La direzione non cambia e resta ancorata su tre priorità: «riorientare» l'Europa dalla sola austerità alla crescita; ridurre il colossale debito pubblico; rilanciare la competitività con un «patto per la crescita», invocando dalle parti sociali «un compromesso storico» (questa l'abbiamo già sentita) per «rendere sicuro l'impiego». E poi la Grecia va aiutata e il matrimonio gay approvato, pur «rispettando tutte le credenze e tutte le sensibilità».

La politica estera è praticamente assente. I dossier caldi sono sempre i soliti due. In Mali, Parigi interverrà direttamente ma appoggerà gli africani; in Siria, riconoscerà l'opposizione e si riserva quindi di armarla. Ma lo sforzo è tutto a uso interno. E' il tentativo di trasformarsi da uomo politico in statista, di ragionare su tempi lunghi, di far capire che «la situazione è grave» ma che tagli e stangate servono. Fra le tanti frasi a effetto, una è familiare: «Non preparo le sorti delle prossime elezioni, ma delle prossime generazioni». Lunedì, e proprio a Parigi, Mario Monti aveva citato De Gasperi: «Il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni». L'ennesima «identità di vedute» franco-italiana?

La Stampa, 14-12-2012




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