Hagège e Phillipson recensiti da Chiti Batelli

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Robert Phillipson, English-Only Europe? Challenging Language Policy, Londra, Routledge, 2003, 240 pp.
Claude Hagège, Le Souffle de la langue, Parigi, Odile Jacob, 2000, 288 pp.

Questi due volumi – dovuti a due illustri linguisti che in vario modo analizzano dottamente la complessa struttura linguistica dell’Europa e la possibile sorte futura dei suoi molteplici idiomi – sono accomunati dalla convinzione, propria dei due autori, che la diffusione del bilinguismo, o meglio ancora del plurilinguismo – imposto dall’educazione scolastica a livello di massa – possa scongiurare, per il Vecchio Continente, la minaccia, su di esso incombente, di anglolalia universale.
Il più deludente fra i due è il Phillipson – inglese, e docente nel Dipartimento di inglese all’Università di Copenhagen – il quale in un recente passato aveva almeno denunziato il carattere necessariamente «imperialistico» della sua lingua materna, e ciò non solo nel suo volume Linguistic imperialism (Oxford University Press, 1992), ma soprattutto in un lungo articolo, di particolare acume, apparso in «Applied Linguistics», Oxford University Press, 1999, n. 2 (Voice in global English): seguito in questo dalla moglie danese, anch’essa specialista di problemi linguistici e autrice tra l’altro, sull’argomento che qui c’interessa, di un poderoso volume di quasi 800 pagine (Tove Skuttnab Kangas, Linguistic genocide in education, New York, Erlbaum, 2000).
Individuare e denunziare una grave e galoppante epidemia non significa ancora aver trovato la terapia appropriata, ma costituisce pur sempre un merito e una denunzia utile. Nulla di tutto questo traspare ora dall’ultimo volume del Phillipson, che, come dicevo, sembra essersi ormai adattato anche lui ad accettar l’egemonia dell’inglese, illusoriamente corretto dal multilinguismo di massa. E che tale pseudo-rimedio sia solo un’illusione, destinato, al più, a ritardare, ma non certo a prevenire la galoppante anglicizzazione incombente, è provato dallo stesso Phillipson, che nell’ampia bibliografia che conclude il suo volume cita quasi esclusivamente autori in lingua inglese, con qualche rara eccezione di autori tradotti in questa lingua. (Quando si tratta di opere non tradotte, come l’importante volume di Louis-Jean Calvet, Linguistique et colonialisme, Parigi, Payot, 1974, il Phillipson non si prende neppure la briga di indicarne data, luogo ed editore: ciò che non è in inglese è di serie B e non mette conto citarlo più esattamente).
Se sono, nel fatto, monoglotti anche gl’intellettuali (il difetto bibliografico sopra denunziato nel Phillipson è proprio di tutta la letteratura in inglese su qualsiasi ramo dello scibile), anzi gli stessi linguisti e glottodidatti, come sperar di render plurilingui le masse? Alla proposta, evidentemente, non crede neppure chi la formula.
Non diverse considerazioni suscita il volume dell’Hagège: anch’egli nel suo precedente volume L’enfant aux deux langues (Parigi, Odile Jacob, 1996) pur sostenendo, anche lì, il bilinguismo (anzi meglio, egli precisa ora, il trilinguismo, aggiungendo una lingua slava) prospettava, sia pur occasionalmente e di straforo, il rischio rappresentato dall’inglese, ora pressoché dimenticato (inutile dire che anche Hagège cita opere in grandissima maggioranza francesi).
Quel rischio di anglofagia sarebbe secondo lui evitato dalla fortunata presenza i lingue «a vocazione federatrice» (così egli si esprime), e cioè – se vogliamo parlar con franchezza – di lingue che hanno la stessa «vocazione» egemonica dell’inglese (e fra queste, in primo piano, il francese, e anche il tedesco o il russo): e il preteso «equilibrio», a cui la diffusione della loro conoscenza darebbe vita, eviterebbe i rischi di egemonia dell’inglese e renderebbe superfluo anche l’esperanto. (Un’illusione dettata solo dalla piccola albagia francese, che non sa rassegnarsi a riconoscere che, stante l’attuale squilibrio di potenza a favore degli Stati Uniti, la vittoria dell’inglese è fatale e le varie proposte di plurilinguismo – oltre tutto irrealizzabili a livello di massa – sono solo un’utile tappa intermedia per mascherare, e quindi favorire, quella progressiva vittoria: senz’alternative, se quel profondo squilibrio politico non viene prima modificato).
Da notare, concludendo, che un giudizio appena più favorevole dà, sull’esperanto, il Phillipson: l’idea è buona, egli dice, e potrebbe esser attraente per l’U.E.: ma esiste la volontà politica per realizzarla? (p. 174). Un lucido intervallo di un momento, per ripiombare subito dopo nell’illusione multilinguistica.

Andrea CHITI-BATELLI

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