Ha usato l’Europa aiutando gli amici e preparandosi alla rivincita in Italia

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ANATOMIA DI UNA GESTIONE CONTESTATA

Ha usato l'Europa aiutando gli amici e preparandosi alla rivincitab in Italia
da Roma
Ma davvero Romano Prodi ha operato per il «bene» dell'Europa? Stando a molti commentatori che hanno seguito il cammino del Professore a Bruxelles, specie negli ultimi tempi ha soprattutto lavorato per se stesso. I1 tatto che nelI' Ulivo si sia rimesso in sella, per sfidare nuovamente Berlusconi, non è che abbia sorpreso più di tanto. «E un anno a meno che il presidente della commissione s'interessa più dei fatti di casa sua che di quelli della Ue» confida un alto funzionario di palazzo Breydel.L'antipasto del resto era stato proprio il Professore a servirlo freddo, verso la fine dell'anno scorso, quando dette alle stampe quel Manifesto per la politica europea che scandalizzò mezzo Europarlamento per l'entrata a gamba tesa che fece nella politica italiana. E con l'ammissione a mezza bocca sulla sua volontà di creare un «suo» partito davvero europeista. «Chiederemo chiarimenti la prossima settimana» annunciò il portavoce del presidente dell'assemblea, l'irlandese David Harley, a metà dello scorso novembre, facendo presente che «il dibattito sulle questioni europee può anche far parte delle funzioni del presidente della commissione, ma allora avrebbe dovuto lanciare il dibattito in Europa, e non solo in Italia». Le spiegazioni, se vennero, furono, al solito, un pannicello caldo.Pat Cox s'accontentò, anche perché forse, nel frattempo si era sparsa la voce che i prodiani eletti sarebbero confluiti nel suo partito, quello liberal-democratico. Non così il capogruppo dei popolari Poettering: «O Prodi si ferma o ci saranno conseguenze gravi». Anche il suo predecessore Santer ebbe parole di fuoco: «C'è un codice di condotta dei commissari europei che precisa come un membro della commissione deve essere neutrale e astenersi dall'inserirsi in vicende politiche interne o di prendere parte attiva in un movimento politico».Romano Prodi, sempre più cupo in volto, fece il sordo. Ha continuato imperterrito a marciare verso la formazione di un ,Isuo» partito. E in Europa ha perso il credito – già a livello minimale – che gli rimaneva. Del resto, quello che la stampa britannica aveva battezzato all'ingresso come Mr. Clean, aveva già avuto qualche Caporetto personale. Chris Heaton Harris, capogruppo dei conservatori inglesi, ad esetnpio, lo ha pizzicato a lungo sulla sua attività. Su un piano politico («era chiaro fin dal suo insediamento che Prodi avrebbe avuto i piedi in due scarpe, e la cosa ha assunto aspetti farseschi quando c'è stato il semestre di guida italiana»), ma anche personale. Sua infatti la rivelazione sui 15 milioni di curo – 30 miliardi delle vecchie lire – versati dall'ufficio della cooperazione Ue a Italtrend, una società di Reggio Emilia che si occupa della sicurezza delle centrali nucleari ex-Urss e di assistenza ai palestinesi in cui lavora Silvia Prodi. nipote del Professore. Per carità: nulla di malee ma per l'esponente conservatore era abbastauva strano che su 75 appalti vinti dall'Italtrend solo 2 avessero avuto un normale bando di gara. Altri veleni, più corposi, per lo scandalo Eurostat, che ha avvelenato gli ultimi due anni del mandato: Prodi si chiamò fuori asserendo di non sapeme nulla.E ancora, fa discutere in questi giorni che quello che si era presentato con la ramazza, deciso a far pulizia, abbia lavorato per sistemare al meglio la sua squadra di collaboratori. Stefano Mansenisi, capo di gabinetto del Professore, già finito nelle cronache per aver offeso Marco Pannella nel corso di un dibattito in aula, è volato si f a poltrona di direttore generale dello sviluppo. Prima di lui anche l'irlandese David O'Sullivan era stato paracadutato su una direzione (segreteria generale), così come Michel Petit (servizi giuridici); Jonathan Faul pure lui si ritrova promosso direttore generale alla giustizia, mentre il francese Serge Abou è divenuto capo-delegazione Ue a Pechino. Senza troppo rumore e senza imbarazzi sono disseminati da un mare di nomine gli ultimi mesi del Professore a palazzo Breydel. Una poltrona per i fedelissimi, uno strapuntino per gli altri, temendo che Durao Barroso volesse fare piazza pulita dei suoi collaboratori. Così Prodi lascia Bruxelles tra mille mugugni, pochissimi arrivederci, una fama incrinata, il gelo dei capi di Stato e di governo che pure lo avevano nominato speranzosi. Avrebbe voluto essere la guida del cambiamento europeo. Non è andata così.
Il Giornale p, 7
13/10/2004


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