Guido Ceronetti e la lingua francese

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L’ALTROPARLANTE QUANDO LA FILOLOGIA È SOGNO

EVVIVA IL FRANCESE LINGUA CHE LIBERA

di Guido Ceronetti

Sono grato alla lingua francese per il contributo di sogno che mi ha dato. Se vogliamo capirla, la filologia è sogno. Nell’uso pratico il francese mi ha accompagnato, dal primo apprendimento – più di sessant’anni fa – a oggi, costantemente. La francofonia europea è stato per me l’Estero; ho davvero viaggiato poco; ma dove non avevo il sostegno della lingua, temevo di avventurarmi. In Paesi tedeschi ho viaggiato pochissimo, mancando del sussidio linguistico, e ho molto invidiato gli amici colti (Magris, Calasso, Luigi Emery, Fausto Codino, Volpi, Marina Verna, Renata Colorni, Barbara Spinelli) per il loro superiore disinvolto maneggio del tedesco. Ininterrottamente, per più decenni, ho preso lezioni di lingue (perfino di zingaro), e anche di tedesco, e ostinandomi a tradurre qualche verso: non mi sono rimasti che un po’ di quaderni di esercitazioni, la testa non mi rimanda che a una scarsa nomenclatura, buona per citazioni. Col francese invece andò bene; ma l’infame vecchiaia mi fa perdere parole (un mezzo dizionario ne detenevo) come ciuffi di capelli, ritrovarle è fatica. Ma quel che osservo sempre più è l’enorme ignoranza dei parlanti in Italia per la sorellissima venerata neolatina! Non fa neppure scandalo che si facciano viaggi a Parigi con la miserabile munizione di un basic English, valido, si ritiene, per ogni luogo del pianeta! E i suoni, mio Dio! Le pronunce! Nelle redazioni mediatiche tutte le pronunce di parole e nomi stranieri sono uniformate all’inglese: francese, tedesco, latino subiscono lo stupro del branco, assunto a parlare da microfoni e schermi, evidentemente, senza prove d’esame né controlli di direttori impotenti a cacciar via i malparlanti. Capillare, straziante la corruzione linguistica: un fenomeno che mura le anime in una insidiosa, progressiva disperazione da solitudine. Vediamo, ravvicinato all’eloquio, il centocinquantenario dell’unità italiana. Per governare il resto d’Italia, il Piemonte dovette convertirsi bruciando tappe al parlare italiano. Nobiltà, magistrature, ufficiali, commerci e moda parlavano francese e il dialetto, quasi tutto composto di franco-provenzale. La letteratura dava i fratelli De Maistre, una buona parte delle canzoni erano francesi. Nelle valli valdesi i barbett erano francofoni e franco-provenzali. Nel secolo XVII qualcuno dotò le comunità eretiche di uno straordinario Vangelo dialettale, oggi certamente di difficilissima lettura; in buona parte il dialetto piemontese si è italianizzato (p. es. bouleverser è stato sostituito da scômbüssolé). La vallée d’ Aosta ha ottenuto il bilinguismo regionale e ufficialmente il francese resiste ed è insegnato, ma i valdostani, se non hanno studiato o lavorato in Francia o in Svizzera romanda, parlano un francese raccapricciante e perfino privo di nasali. Un francese impoverito di nasali e di sincopi della e interna – come dappertutto in Italia – è immangiabile. La pronuncia della u francese (la stessa in piemontese e nei dialetti lombardi) è inaccessibile al favellare italiano. Eccetto in chi abbia conservato il dialetto in Piemonte, soltanto un francofono riuscirebbe in Italia a dire correttamente, con la ü, «il traforo del Frejus»; e perfino i nomi, come Camus, Dullin, Musette, pigliano u italofone. La lingua francese, se non studiata a sufficienza, è ostica per gli italiani – questa è la verità. E un pessimo, malfamato e schiavizzante inglese occupa un posto da principe scoronato nella conoscenza media, pur multiviaggiante. Quasi sempre, provando giovani attori su grandi testi di poesia, li ho trovati col francese crudelmente incapaci di pronuncia esatta (e quasi sempre bravi nella dizione inglese). Chi voglia pensare avrà molto meno arco senza il francese; e anche meno libertà di movimento. Il francese è una lingua che scioglie i nodi e che libera. Quanta libertà e quanta conoscenza devo a un pensatore come Cornelius Castoriadis, che greco di origine e con forte retroterra d’Ellade sacra, ha insegnato, scritto, fatto dibattiti e interviste memorabili in francese lasciando una collezione di saggi, Les carrefours du labyrinthe, che è una splendente guida, meditabile tutta, nelle giungle di tutto il pensiero politico, storico, psicologico contemporaneo! (Che ci lascino un segno, è tutto quanto possiamo chiedere a chi fa il mestiere del pensare, del denken autentico, in questo spaventoso vuoto che sono i fatti, le prediche, le pressioni smisurate che ci sommergono). Se mai qualcuno si darà la pena di andarne in cerca, vengono di là, dalle radici messe in tanti anni di lavoro di scrittura e di teatro nella lingua transalpina, le mie influenze più forti, più consolidate. Imparare il francese, leggerlo, adoperarlo, viverlo. Perché no?
(Dal Corriere della Sera, 6/6/2011).




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