Guido Ceronetti e l’ italian language

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LANTERNA ROSSA

di Guido Ceronetti

Qua si tratta di italian language.

E forse, sì, gli Italiani non sono soltanto una gigantesca piramide pallonista. La lingua che parlano, da un incerto , ma spero consistente numero di loro è amata, e il piccolo scandalo dell’esclusione bruxellese di grandi idiomi europei ha fatto emergere una passione diversa, finalmente nobile e non coatta, in quanto un immaginario disprezzo estero ha provocato l’angoscia del contar poco, madre di panico da smarrita carta segreta dell’identità nazionale, sofferenza psichica contagiosa.

In antico-antico l’identità di un popolo era fatta dalla divinità tutelare, vedi il salmo 37, quello sui fiumi di Babilonia. L’abbandono del Dio sanzionava la schiavitù di un popolo come la perdizione di un uomo. Oggi essere lingua minore, analogamente allo sloveno o al magiaro, è per gli italiani perdita di divinità psichica, una larga ferita nei padri. Ma sloveni, magiari e gli altri non patiscono la stessa vertiginosa perdita degli italiani: un’ingessatura di orgoglio nazionale a lungo conculcati li sostiene, di essere lingue bisognose di appoggiarsi ad una più diffusa gli importa molto meno.

La verità è che questa non è certo una lingua in buone condizioni fisiche, largamente bastante a sé stessa. È, sempre più, una lingua arresa al predominio non tanto dell’Inglese insulare quanto del nordamericano, la prima lingua universale moderna che va unificando inesorabilmente nei suoni, nelle vocali l’intero pianeta fabulante. Oggi lo strumento decisivo per comunicare è quello, e tutto si va passivamente sottomettendo, come a una Lulù con la frusta che schiocca, a questo obesissimo ospite invisibile che deforma le nostre care bocche neolatine. Avanza senza contrasto nelle città italiane un osceno bilinguismo scritto, sono già bilingui le fatture importanti, i contratti, le prefazioni ai cataloghi; molti messaggi da Enti pubblici e da privati ti arrivano addirittura in monolingua anglica, la banca è bilingue, la scuola – dico la scuola italiana! – si bilinguizza, anche per stoltezza governativa, fin dai primi anni. Sarà pratico, ma le vertebre di un popolo di questo passo che accelera vanno in fonduta.

Neppure i grandi idiomi ammessi fra i più rappresentativi, come Francese e Tedesco

( il Castigliano resta sotto, come l’Italiano) si salvano. L’Europa della ricerca, dei congressi, della politica, dell’elettronica, degli armamenti, della moda, non è neppure bilingue: parla esclusivamente angloamericano, con pronuncia più texana che oxoniense.

E il blocco geopolitico che fatalmente si va coagulando, che necessariamente dovrà farsi via via più solido per fronteggiare minacce enormi di ogni genere, non può che parlare la lingua del forte, del dominante: nei parlanti è ormai Euroamerica.

A me, mi dico, vecchio scriba italòfono è andata bene, a questa rete sono sfuggito….. L’Inglese, nella zucca refrattaria, non mi è entrato, lo pronuncio come le jene, come la povera Cassandra pronunciava il Greco, come il barbaro galileo Gesù citava i versetti dei profeti di Giuda.

(Da La Stampa, 28/2/2005).

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