Guido Ceronetti accusa: … Alto Tradimento della lingua italiana, prostituita all’angloamericano…

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Così le parole uccidono la democrazia 
di Guido Ceronetti

… tutto il presente era da loro sacrificato
a un futuro che a sua volta sarebbe diventato
presente e sacrificato a sua volta
a un altro futuro e così fino all’ultimo
presente, fino alla morte.
Giovanni Papini, Antologia -1975

Chi ha orecchie intenda. Il maleamato e disusato congiuntivo mi suggerisce: «Chi avesse orecchie intenderebbe».
Metto in evidenza questo pensiero di un autore dimenticato perché è sufficiente a dissolvere con la forza di un acido tutto il mostruoso dispendio di parole futili ricorrenti in questa vigilia elettorale di penuria. I corrispondenti stranieri se ne saranno già, spero, resi conto: la politica in Italia è ormai arrivata alla frontiera del Nulla. A me pare, e aggiunge dolore e pietà, più grave, più distruttivo per la democrazia reggente, l’incapacità di comprendere specifica e generale – della pervasività del crimine, lasciato libero più lui di fare che noi scribi di dire.
C’è qualcosa da decifrare. Ci sarà un senso in questa ruggente insensatezza? Un collirio per questi occhi opachi?
La faccia in ombra si svela lentamente. Posso presumere, data l’importanza dell’Italia nella realtà spirituale, che la faccia d’ombra che vedo incombere, e rivelarsi a noi peninsulari apatridi, mera vigna di tassazioni, dalle cime più alte delle Alpi, sia un’Energia misteriosa e accanita, una specie di Entità tutt’altro che benevola, che non si può né rimuovere né placare. Ne deriva, per me, una valutazione radicalmente diversa dei fatti politici e tecnologici, e di tutti gli enormi mutamenti in corso connessi con quella Cosa genericamente detta e creduta crisi policefala dell’economia liberale (mettici di tutto, poiché tutto è ”crisi globale”, dunque “mendacium”). In un certo senso, una visione di capovolgimento, adorabilmente pessimistica, frantumatrice del luogo comune, pensiero unico dominante – è molto meno fatta per generare allarme.
Sarà tuttavia da rimpiangere sempre la perdita di una figura del pensiero come Sergio Ricossa. Non fu soltanto un esperto e un maestro di economia: vedeva ben oltre, anche quando ne trattava. Un altro che potrebbe farci scudo contro la stupro continuo della verità in questo fracasso di politica avvilente in una democrazia umiliata, è Piero Martinetti. Altri ancora: Nicola Chiaromonte, Leonardo Sciascia, Anna Maria Ortese, Luigi Pareyson, Angelo Sylos Labini. Ma ci hanno lasciati soli, e la faccia d’ombra è sospesa nel cielo sporco su tutte le creste e i campanili.
Chissà perché, l’Italia… Chissà perché e da chi è stata scelta per questa prova da “fin de partie”…
Nell’umile riflesso personale, l’Italia mi dà dolore; qualcosa che emana dalla faccia d’ombra mi provoca fitte interne e il mio carcame di vecchio patisce uno stress funesto, come quando ciò che è fisico è sottoposto a una pressione costrittiva da una invisibile mano che flagella “ex alto”, da un metafisico Nonluogo. Tutti questi personaggi in varia misura sinistri che incrostano una inverosimile campagna elettorale con la pretesa di un buonopremio nelle urne del prossimo 24, avrei voglia di imputarli di un’accusa per me formidabile: di Alto Tradimento della lingua italiana, prostituita all’angloamericano, abbandonata come un’infanzia sventurata di bordello asiatico a tutti gli scempi possibili, a tutte le brutture di un parlato e di una subscrittura degenerante di illetterati cronici con e senza lauree, che imbrattano la mole dei dizionari bene aggiornati di neologismi da giungla. Non mi aspetto da quelle supermummie resipiscenze: so che emetto accuse e condanne a vuoto. Ma il mio pensiero è di mettere in acqua, su barchette di carta, pensieri che forse, contro ogni ragione, potrebbero arrivare lontano.
Ecco, una voce autorevole, da una radio, sta parlando di «superamento del porcellum». C’è invece chi, tra questi benefattori, preferirebbe un «ritorno al mattarellum». Mi allontano prima che arrivino, immancabili, “spread”, “spending review”, riforme urgenti, ripresa certa ma debole, aumenti… riduzione… Qualcuno, che lavora di cesello, si esprime così: «Noi ce lo auspichiamo!»; altri; perfezionisti, «si chiamano fuori». Promessa di buon futuro è nel dare seggi a quanto più si può di «quote rosa». Ma cosa saranno queste “quote rosa”? Petali sparsi? Si sa che appassiscono presto. Tralascio “il baratro” e “l’orlo del”; mi attira di più il sinonimo meno logoro “voragine”.
Di «derivati» conosco appena paraffine, benzine, plastiche, zucchine fuori stagione, Chinina Migone…
Con le prese di nausea non la finiamo più.
Il pronome più esecrabile in tutti i linguaggi è io. In quello politico è “noi”.
Pensare, latinamente, casa dei miei padri: “Fata viam invenient” (Virgilio, Eneide III, 395) mi dà un certo conforto. Da intendere: i Fati, i divini decreti, troveranno la giusta via. Più seri dei nostri Bulldozer-Decreti-Legge, i Fati! E anche l’inquietante faccia d’ombra sospesa è Fatum. Conforta la consapevolezza che destini, futuri, economie, lavoro, nessuno li tiene in pugno, e che il balletto delle toghe dei candidati malparlanti è un effetto di cui è inutile ricercare la causa.
Saint-Just, nelle “Istituzioni repubblicane”, dava il premio di eloquenza a chi parlasse di meno. Una gara elettorale veramente illuminata si fa soltanto tacendo.
(Da La Stampa, 9/2/2013).




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