GUATEMALA Protesta pacifica, bagno di sangue

GUATEMALA • Protesta pacifica, bagno di sangue

I militari sparano sui contadini maya

di Paola Desal

La notizia riporta la memoria agli anni della dittatura militare in Guatemala. Nel pomeriggio del 4 ottobre agenti della polizia nazionale e militari dell’esercito hanno aperto il fuoco contro una pacifica dimostrazione di contadini e abitanti del distretto di Totonicapan, nella regione del Quiché popolata in prevalenza da comunità indigene maya. II bilancio è di 4 (ma forse sono 7) morti, una quarantina di feriti, molte persone intossicate dai lacrimogeni, e una scia di lutti nelle comunità indigene, di tensione, e di proteste da parte di forze sociali e gruppi per i diritti umani.
Il massacro è avvenuto al chilometro 170 della Carretera Panamericana, l’asse stradale che attraversa l’intero Centroamerica. Quel giorno si teneva una manifestazione convocata dal Comitato dei 48 cantoni, la struttura tradizionale delle comunità indigene maya, per protestare contro una riforma costituzionale avviata dal presidente della repubblica Otto Perez Molina (che eliminerebbe tra l’altro il riconoscimento alle autorità tradizionali indigene, e così anche il diritto delle popolazioni native sulle terre comuni, quindi faciliterà le concessioni per investimenti minerari, centrali energetiche, piantagioni).
Protestavano inoltre contro gli aumenti esorbitanti delle bollette della luce, e contro una riforma delle scuole magistrali. La manifestazione popolare avveniva in concomitanza con un colloquio tra i rappresentanti dei 48 cantoni con il responsabile del Sistema nazionale di dialogo, Miguel Angel Balcarcel – dunque un rappresentante del presidente Perez Molina, che era pure atteso ma poi ha declinato.
Insomma: i rappresentanti delle comunità erano riuniti nel municipio, in attesa di poter esprimere le proprie, critiche alla riforma costituzionale, quando la polizia e l’esercito hanno aperto il fuoco sui manifestanti. Quello stesso pomeriggio il presidente Perez Molina ha così commentato i primi resoconti: «Bisogna vedere se í soldati sono stati provocati». Qualche agenzia stampa ha riferito poi la versione ufficiale: un veicolo dell’esercito è stato attaccato dai manifestanti e ha risposto. Versione smentita da testimonianze e foto raccolte dai cronisti là presenti; la tv Guatevision ad esempio riferisce che polizia e soldati hanno usato armi da fuoco di grosso calibro per reprimere una manifestazione pacifica è disarmata.
La presenza dell’esercito «per proteggere la polizia» durante una azione civica di protesta è ormai cosa usuale in Guatemala: ed «è una dimostrazione di violenza da parte dello stato», scrivono numerose organizzazioni sociali e per i diritti umani del paese che hanno firmato un comunicato di denuncia del massacro di Totonicapam. Denunciano inoltre la criminalizzazione delle comunità rurali e indigene.
Il ministro degli interni ad esempio ha dichiarato, in una conferenza stampa dopo il massacro, che bloccare una strada o impedire la circolazione con dimostrazioni e assembramenti è illegale, è il governo ha l’obbligo: parole minacciose, in un paese che ha una terribile storia di forze speciali addestrate a reprimere con ferocia.
Il governo di Perez Molina ha accelerato le concessioni per l’estrazione mineraria, idroelettrica, o di terre per grandi piantagioni, senza affrontare il problema della redistribuzione della terra (anzi, in Guatemala la concentrazione fondiaria nelle mani di pochi grandi latifondisti è particolarmente acuta).
Così i conflitti si moltiplicano – inevitabile ricordare quello del municipio di Palo Viejo, nel Quiché, attorno a una centrale idroelettrica che sta costruendo l’Enel. In una intervista alla radio-web latinoamericana Radio Mundo Real, un rappresentante del «Consiglio dei popoli dell’occidente» (cioè delle popolazioni native in Guatemala) spiegava che la riforma costituzionale in questione sancirà l’intervento dell’esercito per garantire la «sicurezza pubblica»: per questo si sono moltiplicate negli ultimi mesi le proteste e campagne di mobilitazione di forze sociali e comunità native. «In questo quadro le autorità dei 48 cantoni, organizzazione di riferimento ancestrale del popolo maya, hanno convocato la manifestazione del 4 ottobre, a cui partecipavano migliaia di persone», ha detto Francisco Mateo Morales (in diretta da Huehuetenango, altro distretto della regione indigena guatemalteca).
Riecheggia una dichiarazione recente del presidente Perez Molina, ex generale dell’esercito accusato di genocidio per le azioni compiute durante il conflitto civile degli anni ‘80 contro le popolazioni indigene: «Che torni la pace, o la imporremo noi».
(Da Il Manifesto, 7/10/2012).




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