Ma guarda: la cultura veneta è già «autarchica».

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Da Vivaldi a Goldoni.

Letteratura e cinema, negli ultimi anni, ci hanno raccontato un Veneto chiuso nel suo egoismo, ignorante, addirittura primitivo. Culto del lavoro e spirito d’impresa sono regolarmente interpretati in chiave (…) negativa, riassumibile nell’orrore provato dall’artista medio (e quindi mediocre) davanti ai «capannoni» industriali. In realtà, il Veneto ha sempre avuto una forte identità culturale, certamente intrecciata alla storia d’Italia ma dalle caratteristiche così peculiari da poterla descrivere come… «autonoma». In questo il Veneto è molto simile a una Regione che sta dall’altra parte del Paese: la Sicilia. Tra parentesi, il fatto che, in Lombardia, le percentuali di partecipazione al referendum autonomista siano alte proprio nelle valli bresciane e bergamasche, zone a lungo «veneziane», suggerisce che gli italiani abbiano conservato una nascosta memoria degli Stati anteriori al 1859. Una memoria culturale, appunto. Ma torniamo al Veneto. L’industria tipografica si sviluppa a Venezia. Il primo editore moderno, Aldo Manuzio, era nato a Bassiano (Latina) ma aprì bottega nella Serenissima. L’università di Padova brillava in Europa. Incalcolabile l’influenza veneta sul Rinascimento delle arti. Per limitarsi alla pittura, si va da Giovanni Bellini ad Andrea Mantegna, Giorgione e Tiziano. La questione della lingua, di cruciale importanza in una penisola politicamente divisa, fu affrontata innanzi tutto da veneti. Fu il veneziano Pietro Bembo a scrivere Le prose della volgar lingua (1525), la prima grammatica storica nella quale si proponeva l’imitazione di Petrarca e Boccaccio, due toscani. Fu il vicentino Gian Giorgio Trissino a propugnare la necessità di creare una lingua italiana dalla fusione delle varie lingue regionali. Ebbe successo il Bembo. Il petrarchismo, che dominerà la poesia italiana, è figlio suo. Nei secoli successivi, il Veneto resterà luogo di esperimenti plurilinguistici: è sufficiente pensare al teatro «pavano» di Angelo Beolco detto il Ruzante. Carlo Dionisotti, il più autorevole studioso dell’Umanesimo, ha avanzato l’ipotesi che anche il Barocco abbia origine veneziana. La Repubblica «aveva acquistato fin dal primo Cinquecento, e mantenne per tutto il secolo, una posizione di primo piano nella nuova letteratura italiana». La vittoria contro i turchi a Lepanto (1571) portò a una ulteriore fioritura eccezionale di componimenti poetici nella città più direttamente interessata: Venezia, appunto. Erano opere in latino, in veneziano, in volgare. Fu un fenomeno quantitativamente senza precedenti e dagli esiti da accertare. Scrive Dionisotti: «Non è da escludere l’ipotesi che proprio allora si verificasse, a Venezia e in Italia, la decisiva precipitazione barocca dello stile poetico e rinascimentale». Se dici Barocco, non puoi non pensare alla musica di Antonio Vivaldi. Se dici Illuminismo, non
puoi non pensare al suo precursore (in Italia) Carlo Goldoni, senza il quale non esisterebbe il teatro moderno. Nel Novecento, l’industria editoriale (milanese con appendici torinesi e romane) ha sviluppato la tendenza a uniformare la proposta ed emarginare le voci meno addomesticate. Gli scrittori veneti hanno opposto resistenza all’omologazione: le ragioni del luogo, della storia e della lingua determinano un certo respiro nella scrittura che è soltanto veneto. Esiste un canone secolare, come mostra un semplice elenco per difetto dei nomi più noti. Ai «capostipiti» già citati possiamo aggiungere Marco Polo, Ugo Foscolo e Casanova. Molti poeti e narratori: Ippolito Nievo, Emilio Salgari, Dino Buzzati, Guido Piovene, Luigi Meneghello, Giuseppe Berto, Goffredo Parise, Giovanni Comisso, Andrea Zanzotto. Non mancano i contemporanei: Ferdinando Camon, Francesco Permunian, Giulio Mozzi, Vitaliano Trevisan, Tiziano Scarpa, Andrea Molesini. Questa sommaria lista, tra l’altro, potrebbe forse essere estesa a molti scrittori friulani. Altro che primitivismo…
(Alessandro Gnocchi, Il Giornale, 24|10|2017).