Grande sfida francese per difendere la cultura dagli Usa

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Europa, la grande sfida francese per difendere la cultura dagli Usa

In Lussemburgo stallo della trattativa sul libero scambio

di ANDREA BONANNI

L’eccezione culturale non è negoziabile. Così la ministra francese del commercio Nicole Bricq ha tenuto ieri in scacco per ore i suoi ventisei colleghi e la Commissione europea bloccando di fatto l’apertura dei negoziati per "l’accordo del secolo", cioè la creazione ci una zona di libero scambio tra Europa e Stati Uniti.
I ministri europei del commercio erano riuniti ieri a Lussemburgo per definire le grandi linee del mandato negoziale da affidare alla Commissione europea, che tratterà poi con i delegati americani in nome di tutta la Ue. Un accordo tra i Ventisette è necessario per permettere ai leader del G8, che ritrovano all’inizio della settimana prossima a Belfast di annunciare l’apertura dei negoziati per la creazione di un "partenariato transatlantico del commercio e degli investimenti". L’obiettivo di Obama e dei leader europei è creare una zona di libero scambio tra le due economie, che insieme rappresentano circa la metà della ricchezza mondiale. Secondo le previsioni degli economisti, la liberalizzazione degli scambi tra Europa e Stati Uniti potrebbe portare una crescita addizionale di 100 miliardi di dollari per ciascuna sponda dell’Atlantico. In gioco ci sono interessi enormi, dall’industria alla finanza, dall’agroalimentare ai servizi e alle telecomunicazioni. Ma tutto questo si è bloccato di fronte al veto della Francia.
La posizione di Parigi è estremamente radicale: il settore dell’industria culturale, e in particolare quello audiovisivo, deve essere completamente escluso dal negoziato commerciale Ue-Usa. E’ un veto su cui la Francia si trova di fatto sostanzialmente isolata. Ma i trattati europei prevedono che, in materia culturale, le posizioni negoziali debbano essere decise all’unanimità. E dunque i francesi dispongono di un diritto di bloccaggio che non hanno esitato ad impugnare. Il settore audiovisivo in Europa vale circa 17 miliardi di euro all’anno. In alcuni Paesi, come la Francia, è fortemente sovvenzionato con soldi pubblici. Sul fronte dell’interscambio con gli Stati Uniti, l’Europa registra un deficit commerciale di circa un miliardo e mezzo di euro.
Naturalmente sono molti i Paesi, tra cui l’Italia, che condividono il timore francese che la cultura europea non possa reggere, senza un sostegno, al confronto con le major di Hollywood e soprattutto al predominio dei colossi della rete, i "big data" che controllano sempre più la distribuzione del materiale audiovisivo sul Pianeta. Tredici ministri della cultura europei, tra cui quello italiano, hanno sottoscritto una lettera della loro collega francese in difesa dell’eccezione culturale. La stessa Commissione propone, nel mandato negoziale, di considerare intoccabili sia il sistema delle quote televisive riservate alla produzione europea, sia le sovvenzioni pubbliche all’industria culturale e qualsiasi altro futuro sistema di aiuti. Ma questo a Parigi non basta: la Francia chiede che l’industria culturale sia completamente esclusa dal negoziato con Washington.
La posizione francese si spiega con il timore che il fronte europeo, già disunito in partenza, possa ulteriormente sfilacciarsi nel corso delle trattative sotto la pressione americana e che il partito dei liberisti, capitanato dai britannici e dai paesi del Nord, finisca per gettare a mare l’eccezione culturale, magari in cambio di vantaggi in altri settori.
Tuttavia il rifiuto europeo di mettere sul tavolo del negoziato l’industria audiovisiva potrebbe avere come conseguenza che gli americani escludano altri settori in cui si sentono minacciati, a cominciare da quello finanziario, quello degli appalti pubblici e quello dell’industria navale e del trasporto aereo: tutti comparti economicamente più rilevanti di quello culturale. Da qui la proposta della Commissione di accettare la discussione sull’audiovisivo pur considerando intoccabili gli aiuti pubblici europei. Bruxelles si è detta addirittura disposta a rinunciare in questo campo al monopolio della trattativa con Washington e dice di essere pronta a farsi guidare dai governi.
Ma fino a tarda sera, ieri, nessuno era riuscito a smuovere la ministra francese dalla sua posizione. Se nella notte non si dovesse trovare un’intesa, la palla passerebbe al vertice dei capi di governo europei a fine mese. E il prossimo G8 dovrà rinunciare a tenere a battesimo l’avvio del negoziato del secolo.
(Da repubblica.it,15/6/2013).




4 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

La cultura non è «merce» <br />
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L’ANALISI <br />
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di ENRICO MENDUNI <br />
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L'«eccezione culturale», ormai lo sappiamo bene, è l’impostazione che nega che la libertà di commercio - un dogma dei nostri tempi - possa estendersi all’infinito, comprendendo anche la cultura. <br />
La cultura non è una merce come il gelato <br />
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IL COMMENTO <br />
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Gli artefatti culturali (libri, audiovisivi, musica, opere d’arte) non sarebbero dunque da considerarsi una merce, o soltanto una merce, da scambiare e vendere senza frontiere al prezzo più basso per il consumatore, ma un elemento che identifica le culture nazionali ed è protetto dalla totale invasione dei prodotti dei mercati più forti perché serve alla crescita (qualche volta alla sopravvivenza) di una comunità. <br />
Se invece si considerano tali prodotti soltanto generi dell’intrattenimento, come i gelati o le racchette da tennis, allora è applicabile il libero scambio, e presumibilmente le industrie più forti invaderanno i mercati minori, come avviene nel mercato dei computer o delle automobili. <br />
Dal 1995 è stata costituita la Wto, acronimo anglosassone per la Organizzazione mondiale del commercio, che ha lo scopo di aprire - grazie a complessi negoziati bilaterali - tutti i mercati al libero scambio, abbattendo le barriere doganali, in nome del vantaggio del consumatore che troverebbe così la disponibilità di prodotti al prezzo più basso: anche se per andare al mercato dovrà fiancheggiare tante fabbriche vuote e chiuse perché messe fuori mercato dai prodotti delle imprese di nazioni più forti. Una ideologia e un negoziato internazionale che si è ampiamente diffuso: l’Europa oggi cerca di resistere ma al suo interno il libero scambio è la regola. <br />
Fin dall’inizio il Paese più acceso sostenitore del libero scambio sono stati gli Usa; i francesi da allora sono sostenitori - e l’Italia li ha sostenuti - della necessità di fare un’eccezione per la cultura. <br />
Grazie a questa eccezione, all’interno dell’Europa, ciascun Paese può finanziare il proprio servizio pubblico televisivo (la Rai, la televisione pubblica tedesca o polacca o, con minore successo, la Tv greca) in deroga alla liberalizzazione dei mercati e alla libera conoscenza. Finanziare il servizio pubblico con aiuti di Stato fa parte dell’eccezione culturale e non è una forma di concorrenza sleale come hanno sempre sostenuto i grandi network privati e i loro rappresentanti a Bruxelles. Ma l’Europa non è tutto il mondo e i mercati culturali più aggressivi sono oggi gli Stati Uniti e domani l’Asia. <br />
Il problema arriva puntualmente adesso nel negoziato a Lussemburgo tra i ministri del Commercio estero dei Paesi europei e gli Stati Uniti, perché si devono stabilire le aree oggetto dei negoziati di libero scambio. La Francia come sempre si oppone, altri Paesi sono più morbidi, l’Italia è tendenzialmente per l’eccezione culturale con alcune eccezioni: per esempio il ministro Emma Bonino. Gli Stati Uniti mettono sempre sul tavolo la quantità di posti di lavoro (si parla di 400 mila) che l’estensione del libero scambio porterebbe in Europa: argomenti molto concreti che assumono talvolta il tono del ricatto, ma oggi le esportazioni degli Usa per film e altri prodotti culturali verso l’Europa sono quasi 10 volte le esportazioni europee. <br />
Il rischio è che l’Italia abbia una posizione debole, sfumata, dove la difesa dell’eccezione culturale è limitata agli operatori culturali o ad alcuni ministri, come il titolare dei Beni culturali Bray e altri (Antonio Catricalà) con il sostegno del presidente Napolitano. La Francia sarebbe lasciata sola per non pregiudicare le trattative commerciali con gli Usa, smentendo la posizione che fu del Governo Prodi nel 1996. Faremmo una brutta figura ma soprattutto sarebbe compromessa la sopravvivenza di un settore portante della nostra cultura, e della nostra industria, di fronte a quella americana. Un pessimo comportamento che siamo ancora in tempo ad evitare. <br />
(Da L’Unità, 16/6/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

INTERVISTA <br />
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Carlo Calenda Viceministro allo Sviluppo <br />
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«Libero scambio transatlantico Rischio di ritorsioni dagli Usa» <br />
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di Carmine Fotina <br />
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«Adesso il primo obiettivo è tenere la guardia altissima per evitare ritorsioni da parte degli Stati Uniti che penalizzino settori industriali strategici». Sull’accordo di libero scambio tra Usa ed Europa Carlo Calenda, viceministro allo Sviluppo economico con delega agli affari internazionali, ha sostenuto fino all’ultimo la linea di perseguire l’esclusione per l’audiovisivo ma lasciando comunque il tema all’interno del mandato, pur con limiti rigidi al negoziatore. La minaccia di veto della Francia però alla fine è stata determinante per una scelta più radicale. <br />
Quale rischio si configura in vista del mandato degli Usa? <br />
Gli Stati Uniti ci hanno già preannunciato l’intenzione di escludere dal loro mandato alcuni settori chiave. Per l’Italia, in particolare, temiamo possibili ripercussioni sulle indicazioni geografiche, che per noi rappresentano un argomento strategico. <br />
Che effetti potrà avere per l’Italia un accordo di libero scambio ad ampio raggio? <br />
Saremmo il primo Paese beneficiario. Ne deriverebbe una grande spinta per settori come tessile, oreficeria, pelletteria, macchinari che oggi sono molto colpiti dalle barriere tariffarie e ancora di più da quelle non tariffarie. <br />
Oltre all’accordo con gli Usa, sta emergendo il bisogno di scelte chiare nei confronti della Cina. Qual è la posizione dell’Italia? <br />
Ieri al Consiglio europeo ho chiesto che ci sia un confronto tra tutti i Paesi su come affrontare le relazioni con la Cina. Non possiamo andare ognuno per conto proprio. La vicenda delle misure antidumping sui pannelli fotovoltaici prima richieste dalle aziende tedesche e poi sconfessate dalla Germania in occasione della visita del premier cinese la dice lunga sulla capacità dell’Europa di confrontarsi in maniera coesa con la Cina. In un quadro del genere il nostro obiettivo è la crescita del commercio italiano in un regime di fermezza sulle regole e reciprocità anche con i Paesi emergenti. Ho votato a favore dei dazi temporanei sul fotovoltaico cinese per questo motivo. <br />
Veniamo alle strategie italiane per l’internazionalizzazione. Il piano dell’Agenzia Ice prevede il superamento di 600 miliardi di euro di export nel 2015: lo ritiene un obiettivo raggiungibile? <br />
Solo se vi sarà uno sforzo collettivo. Oggi in Italia ci sono 70mila aziende che esportano saltuariamente, che sono piccole e medie e hanno necessità di un supporto all’export iniziale. Ed a questo proposito è molto importante la disponibilità manifestata dal presidente Letta e dal ministro Bonino di riprendere l’attività delle Missioni di sistema, che ripartiranno in autunno con gli Emirati Arabi. Stiamo poi programmando un "roadshow" in Italia, per l’autunno, in cui incontreremo migliaia di aziende per spingerle ad esportare, spiegando loro cosa possiamo fare - tutti assieme gli attori pubblici - per accompagnarle. <br />
La governance per le politiche di promozione potrà essere migliorata? <br />
Deve esserlo. In questo mese abbiamo deciso di concentrare la gestione dei fondi, anche quelli per il made in Italy prima a disposizione del ministero, sull’Ice. Stiamo rivedendo le convenzioni con gli istituti finanziari di sostegno all’export con l’obiettivo di renderle più efficienti per le aziende. Abbiamo impostato con il ministero degli Esteri l’agenda della prossima cabina di regia che dovrà definire le priorità dopo averle discusse con gli attori pubblici e privati. Ho chiesto infine a Ice e ai tecnici del ministero di definire e varare il piano promozionale per il 2014 entro dicembre, mentre c’era la pessima abitudine di trascinare questo processo fino alla metà dell’anno di pertinenza del piano. <br />
Nel decreto del fare sembra essere saltato in extremis il rifinanziamento dell’Ice. Verrà recuperato con la legge di stabilità? <br />
L’impegno del Governo c’è ed è confermato, vedremo qual è il provvedimento più corretto per recepirlo. Si deve tener presente che nonostante la nostra economia dipenda in maniera determinante dalla salute del nostro export, spendiamo molto meno degli altri Paesi a noi comparabili per supportare le aziende fuori dai confini. La Francia spende il 4o% più di noi, il Regno Unito quasi l’80 per cento. Aumentare di 25 milioni - una cifra bassissima rispetto ai ritorni - le risorse per la promozione è un investimento per tutti. Certo, però, quando in un momento così difficile si chiedono più soldi bisogna poi dimostrare di saperli utilizzare al meglio. E su questo l’Ice ha ancora progressi da fare: ho chiesto all’Agenzia di produrre un nuovo piano industriale con obiettivi di efficienza ed efficacia misurabili. <br />
(Da Il Sole 24 Ore, 16/6/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

BRUTTO FILM FRANCESE AL G8

Barroso critica Parigi sull’eccezione culturale, protezionismo dannoso: "Dicono di appartenere alla sinistra, ma sono reazionari". Il negoziato
tra Europa e Stati Uniti parte, ma per ora senza gli audiovisivi

Com’è nelle regole di un gioco complicato quale è sempre il G8, il presidente della Commissione europea José Manuel Barroso ha ieri attenuato i toni, facendo smentire al suo portavoce, Olivier Bailly, di aver "mai definito reazionarie la Francia o le istituzioni francesi", così come era apparso in un’intervista all’International Herald Tribune. Ma pur con tutte le cautele di un giorno di inizio vertice, Barroso non ha però negato di aver pronunciato le frasi che il giornale gli attribuisce e che esprimono una critica secca all’eccezione culturale" intesa come un puro freno alla crescita: "E` parte di questa agenda anti-globalizzazione che io considero completamente reazionaria". E anche: "Alcuni di loro dicono di appartenere alla sinistra, ma di fatto dal punto di vista culturale sono estremamente reazionari". Il G8 di Enniskillen ha poi annunciato di aver appianato le ultime differenze tra Stati Uniti e Europa. "Trenta milioni di posti di lavoro su entrambe le sponde dell’Atlantico", ha promesso Barack Obama dopo la riunione con il premier britannico David Cameron, Barroso e il presidente del Consiglio europeo Herman van Rompuy, che ha segnato l’inizio ufficiale dei negoziati sulla Trans-Atlantic Trade and Investment Partnership, anche se i colloqui veri e propri partiranno in luglio a Washington.
Si tratta però di un negoziato che - a causa della resistenza francese in nome del principio dell’eccezione culturale" - non contemplerà il settore degli audiovisivi. Per lo meno dall’inizio. Compromesso prevedibile, dopo che i socialisti francesi avevano in prima battuta alzato la voce chiedendo a Barroso di smentire o dimettersi. Dall’altra parte, i benefici dell’accordo Usa-Ue, stimati in 119 miliardi all’anno per l’Europa e 95 miliardi per gli Stati Uniti, sono tali da non poter essere messi a repentaglio. "Per questo abbiamo resistito alla tentazione di un accordo al ribasso" pur di far decollare la trattativa, ha detto Barack Obama. Barroso ha puntualizzato che il suo non era un commento alla battaglia di Francois Hollande e del suo ministro del Commercio estero, Nicole Bricq, che al Consiglio di Lussemburgo con i suoi omologhi europei ha resistito sulle sue posizioni per 12 ore, con quella tempra da poilous della Marna e di Verdun che i politici francesi tirano sempre fuori ogni volta che l’exception culturelle viene messa in discussione, fino a quando non l’ha spuntata. Ma
Barroso ha poi ribadito che, sì, la diversità culturale resta una "linea rossa"; e se l’Europa vuole mantenere il suo ruolo economico e culturale nel mondo deve rimanere al passo con la globalizzazione e accettare di cambiare: "I difensori dell’eccezione culturale non capiscono i benefici che apporta la globalizzazione, anche dal punto di vista culturale, per ampliare le nostre prospettive e avere il sentimento di appartenere alla stessa umanità". In realtà, anche negli Stati Uniti ci sono forti resistenze protezioniste all’idea di un trattato transatlantico. Il Commissario Europeo al Commercio, Karel De Gucht, voleva infatti includere nella trattativa anche il settore audiovisivo proprio per non dare a Washington nessun pretesto a eventuali eccezioni contrapposte, ad esempio sul trasporto aereo o sul settore pubblico.
Settemila uomini di cultura e cineasti europei hanno firmato un appello in appoggio alla politica grazie alla quale, ad esempio, tra 2005 e 2011 nel mercato francese i film americani sono stati il 45-55 per cento, contro il 60-90 per cento degli altri mercati europei.
Ma l’eccezione culturale, che affascina anche il ministro dei Beni culturali italiano Massimo Bray, scricchiola anche nel suo paese d’origine. Quando Gérard Depardieu era scappato in Russia in fuga dalle tasse di Hollande, il produttore Vincent Maraval aveva denunciato la situazione reale, e per niente florida, di un cinema basato "su un’economia sempre più sovvenzionata", e "che vede anche i suoi maggiori successi commerciali perdere soldi". "Gli attori francesi sono ricchi di denaro pubblico e del sistema che protegge l’eccezione culturale".
(Da Il Foglio, 18/6/2013).

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

LA CRESCITA GLOBALE <br />
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Un matrimonio obbligato tra l’Europa e gli Stati Uniti <br />
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di Adriana Cerretelli <br />
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Una volta il governo economico e commerciale del mondo era una partita a due, tra Stati Uniti ed Europa, e comunque quasi esclusivamente occidentale. Poi è venuto il tempo delle frontiere <br />
aperte, delle liberalizzazioni, del multipolarismo allargato tra iper-dinamismo delle economie emergenti e relativo declino degli industrializzati. <br />
Dall’immobilità del vecchio ordine al disordine e all’ingovernabilità globali, dal G-7 al G-20 il passo è stato breve e spesso confuso. <br />
A 12 anni dall’ingresso della Cina nel Wto, la decisione che ha stravolto tutti gli equilibri globali, e a 5 anni dal fallimento (in parte conseguente) del Doha Round, il negoziato multilaterale per la liberalizzazione del commercio, la svolta di Enniskillen promette finalmente un nuovo inizio: pone le basi di una possibile nuova governance mondiale più organica e ordinata. <br />
Alla fine potrebbe anche rimettere l’Occidente al centro della partita. Interrompendo tendenze perniciose per lo sviluppo, come i multiformi protezionismi e nazionalismi di varie specie, <br />
almeno nel cuore tuttora transatlantico dell’economia mondiale. Se è vero, come è vero, che la metà del Pil mondiale e un terzo del commercio continuano a esibire la targa euro-americana. <br />
Soltanto un anno fa in pochi avrebbero creduto che Stati Uniti ed Europa, i due grandi antagonisti nei negoziati economico-commerciali del dopoguerra, avrebbero un giorno deciso di sedersi intorno a un tavolo per provare a concludere il più grande accordo bilaterale di libero scambio e liberi investimenti della storia. Nessuno avrebbe creduto che a farlo potesse essere l’amministrazione Obama, distintasi nel primo mandato come la meno europea e la più stizzosa verso un continente vecchio, lontano e in fondo incomprensibile. <br />
L’amministrazione Obama era attirata invece dal dinamismo incontenibile del "Pacific Rim", tentata dalla scorciatoia semplificatrice di un’intesa strategica con la Cina, da consolidare in un G-2 di fatto. <br />
Una scommessa incauta, alla prova dei troppi interessi conflittuali in campo, di complementarietà sempre meno evidenti ora che l’America è ripartita alla riscossa, decisa a giocare a fondo la carta della reindustrializzazione e del rimpatrio degli investimenti. <br />
In breve, della competizione con Pechino. <br />
Da malinconica Cenerentola, l’Europa allora è diventata all’improvviso la principessa da portare all’altare di un proficuo matrimonio di interesse. Reciproco. Origini comuni, stessi valori da sempre, stesse pulsioni democratiche, una solida e collaudata alleanza militare. Certo, rivalità economico-finanziarie e commerciali infinite, frontali contrapposizioni di interessi, anche culturali: carni agli ormoni e Ogm, due nomi per tutti. <br />
Forse però è più facile intendersi quando si ha un grande patrimonio e una lunga storia comune da salvaguardare. Il che non significa chiudere ad altre intese bilaterali. Al contrario. Significa più semplicemente privilegiare la carta più logica, sapendo che la strada sarà comunque tutta in salita e che non è detto che alla fine si arrivi insieme alla meta. <br />
E’ maturata così in gennaio, solennizzata nel discorso sullo stato dell’Unione, la grande offerta di Obama all’Europa. Ha preso il volo l’altro ieri al vertice irlandese di Enniskillen, dopo il tormentatissimo sì dell’Unione, lacerata fino all’ultimo dalla fronda francese sull’eccezione culturale. <br />
Sulla carta le promesse di un accordo sono più che allettanti: una sferzata da 119 miliardi di euro in più all’anno per l’economia europea e da 95 per quella Usa, prevede un rapporto inglese. Incremento del Pil pro capite del 13% annuo per gli americani e del 5% per gli europei secondo uno studio tedesco. Oltre a 2 milioni di nuovi posti di lavoro. Sullo sfondo di un’interdipendenza che già oggi vale scambi commerciali per mille miliardi all’anno, investimenti per 4.000 miliardi e un totale di 13 milioni di posti di lavoro. <br />
Perfino questi numeri passano però in secondo piano di fronte alla valenza strategica di una partnership economica unica, con dimensione e peso adeguati a riportare stabilità nella governance globale dell’economia, sbloccare se non a invertire il declino relativo dell’Occidente sulla scena globale. <br />
Riusciranno Stati Uniti ed Europa a vincere la sfida contro se stessi, le proprie rendite di posizione, lobby politiche e industriali, i diversi standard, modelli di sviluppo e di società? Non c’è solo la Francia con le sue riserve (in parte fondate) sul futuro dell’audiovisivo Ue. Ci sono anche gli americani con le loro eccezioni finanziarie, fito-sanitarie eccetera. <br />
Questa volta però la posta è troppo alta per perdersi in scontri di corto respiro. Stati Uniti ed Europa hanno già perso la battaglia del Doha Round. Ora non possono permettersi il lusso di auto-infliggersi un’altra sconfitta, affondando la prima grande iniziativa davvero creativa post-globalizzazione e crisi finanziaria. Il treno non passa mai due volte. Per nessuno. <br />
(Da Il Sole 24 Ore, 19/6/2013).

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