Governo preoccupato per i contraccolpi del voto in Europa

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C'è un dopo-elezioni dei partiti. E c'è quello parallelo del governo dimissionario. E più delle alleanze ancora tutte da costruire, si intravede il tentativo di arginare i contraccolpi internazionali, in primo luogo economici, del risultato elettorale. L'incontro a Palazzo Chigi deciso ieri mattina all'alba fra Mario Monti, il governatore di Bankitalia, Ignazio Visco e il ministro dell'Economia, Vittorio Grilli, rappresenta un segnale inequivocabile. Riflette la preoccupazione e l'allarme per la reazione dei mercati di fronte ad elezioni che hanno premiato un fronte euroscettico; e archiviato tendenzialmente l'agenda del rigore economico del presidente del Consiglio uscente. La sensazione è che si tenti di blindare sia la prossima asta dei titoli di Stato, sia la tenuta della Borsa fino alla formazione del prossimo governo.
Ma non è un'operazione facile. L'aumento di circa cento punti in due giorni dello spread, la differenza fra gli interessi sui titoli decennali di Italia e Germania, è un indizio di sfiducia. Rimane solo da capire se sia temporaneo, o segni l'inizio di un'altra fase di aggressione della speculazione finanziaria nei confronti del nostro Paese e della moneta unica. Il rosario delle reazioni europee trasmette solo una parte dell'inquietudine che si è diffusa nelle cancellerie. La lasciano indovinare le parole del capo della Federal Reserve statunitense, Ben Bemanke, sugli «effetti indiretti» che un'Italia instabile potrebbe provocare; e quelle di alcuni leader continentali che dicono di affidarsi alla saggezza del capo dello Stato, Giorgio Napolitano, per evitare un vuoto istituzionale e di governo accentuato dall'esito del 25 febbraio.
La telefonata che ieri il presidente della Commissione Ue, José Barroso, ha fatto al Quirinale conferma l'indicazione del referente delle prossime settimane; e indirettamente la presa d'atto che l'elettorato ha voltato pagina rispetto al governo tecnico di Monti. Il portavoce della Casa Bianca che ieri ha espresso la speranza degli Usa per un governo stabile a Roma quanto prima, va nello stesso senso. I timori nascono dall'affermazione del Movimento 5 stelle di Beppe Grillo, diventato il primo partito; e dai dubbi sulla possibilità che si riesca a formare una maggioranza. La prospettiva che sia comunque fortemente ipotecata dalle posizioni populiste presenti in diversi partiti è concreta. Pesa il ricordo fresco delle polemiche che hanno diviso il fronte berlusconiano dalla Germania della cancelliera Angela Merkel; e delle prese di posizione filo-Monti di Berlino.
Ma anche su questo fronte il realismo prevale. Ieri Merkel ha fatto sapere di essere fiduciosa sulla capacità italiana di «trovare la sua strada». E significativo che nella sua conferenza stampa, il leader del Pd, Pier Luigi Bersani non abbia citato il premier ma criticato la politica dei sacrifici perseguita da palazzo Chigi; e che abbia socchiuso la porta a un governo di unità. Sembra di capire che Bersani conti su un incarico da parte di Napolitano; e che sia tentato dall'idea di andare in Parlamento a sfidare anche i «grillini» con un programma radicale, indigesto al Pdl ma potenzialmente non del tutto sgradito al Movimento 5 stelle. Si tratta di una manovra in incubazione e ad alto rischio. Fra l'altro, sembra sottovalutare la forte spinta antieuropea che Beppe Grillo non ha mai nascosto. Ma la sinistra spera che sia solo parte della propaganda elettorale; e dunque che si riassorba dopo essere stata usata per prendere voti.
«Certamente un'Italia che si staccasse dall'Europa sarebbe un disastro», ha ammesso ieri Bersani. «Altro è se si dice che bisogna rivisitare» politiche Ue «francamente sbagliate». Sono segnali indirizzati al grillismo che ha polverizzato gli schemi della Seconda Repubblica, e drenato una parte dei voti della sinistra. Il tentativo è quello di «addomesticare» il movimento e avere i suoi voti in Parlamento: ufficialmente senza trattare nulla, sebbene gli avversari accreditino uno scambio fra l'appoggio ad una coalizione guidata da Bersani e alcune cariche istituzionali. Il problema è come saranno accolte fuori dai confini italiani manovre di questo tipo; e se andranno in porto, o trasformeranno un governo di sinistra, intenzionato a approvare alcune riforme, in un'operazione condannata a portare il Paese a nuove elezioni entro un anno. D'altronde, qualunque apertura al Pdl spaccherebbe il Pd. I mercati osservano. E sotto voce si sente riparlare, come extrema ratio, di un ricorso al fondo salva-Stati europeo se la situazione peggiorasse in modo marcato.

Massimo Franco
Corriere della Sera, 27/02/2013




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