Globalizzazione: come i monopoli sopprimono gli stati nazionali.

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Globalizzazione: come i monopoli sopprimono gli stati nazionali

Settori sempre più vasti dell'industria, dell'agricoltura, dell'energia e delle materie prime, come anche funzioni importanti della sovranità nazionale – da aspetti della difesa, alla sanità alle autostrade – finiscono per essere fagocitati rapidamente dai monopoli privati.
La globalizzazione procede a tutto vapore, sottraendo agli stati nazionali la loro base produttiva. Il fenomeno si colloca nel contesto di una tendenza all'iperinflazione dei prezzi che prelude allo sfascio completo del sistema monetario e finanziario, conseguenza di decenni di “economia da casinò”. Cerchiamo di comprendere meglio la natura dei globalizzatori e la misura del controllo che essi esercitano sull'economia.
Le figure principali ai vertici degli interessi che dominano il mondo economico si riallacciano a quegli stessi cartelli che negli anni Venti e Trenta dettero vita ai regimi fascisti in Europa. Si tratta dei raggruppamenti bancari anglo-olandesi e francesi che i settori più accorti dei servizi segreti USA durante la seconda guerra mondiale identificarono come l'“Internazionale Sinarchista”. Questi interessi riuscirono ad emergere più o meno indenni dalla guerra e dalla denazificazione e defascistizzazione.
Gli eredi di queste fortune sono tornati alla carica, e in forze, decisi a pervenire allo stesso scopo: esercitare il controllo completo sull'economia mondiale. Non si tratta solo di avidità o venalità, ma di una sete di potere che porta come prima cosa a distruggere gli stati nazionali. Tra i personaggi pubblicamente più rappresentativi queste forze spiccano l’ex ministro degli Esteri americano George Shultz e il banchiere Felix Rohatyn.
In un documento del 23 luglio 2006 intitolato “Stop Being a Dupe! Know Your Actual Enemy,” Lyndon LaRouche definisce queste forze “il Blob”. Puntando il dito su chi effettivamente sta alimentando la guerra ed il caos, soprattutto nel Sudovest Asiatico, il noto statista americano scrive: “I circoli della finanza internazionale, rappresentati da Rohatyn, sono impegnati a distruggere sia le istituzioni dello stato nazionale sovrano, sia i grandi interessi industriali ed agricoli dei governi nazionali”. Questi ambienti “costituiscono la minaccia più temibile, l'instaurazione sull'intero pianeta di un governo mondiale creato e gestito dai grandi blobs dell'usura oligarchico-finanziaria che operano sul modello veneziano”.

Le dimensioni del controllo
La documentazione che segue riguarda alcuni aspetti essenziali del controllo che i blob esercitano in vari settori: auto, acciaio, rame, cereali e alimentari, acqua, e le infrastrutture e i servizi del governo che cadono sotto la privatizzazione.
L'effetto asfissiante dei blob è sentito dalla popolazione nell'inflazione dei prezzi, a cominciare da quelli petroliferi. A giugno le cinque principali imprese petrolifere – BP Plc, Chevron Corp., ConocoPhillips, ExxonMobil Corp., e Royal Dutch Shell Plc – hanno annunciato che i loro profitti cumulativi ammontano a 34,6 miliardi di dollari per il solo secondo semestre del 2006, con un aumento del 36% rispetto allo stesso periodo del 2005.

La ricostituzione del cartello siderurgico

Gli stessi interessi impegnati nella creazione del cartello siderurgico mondiale nel 1926 tornano oggi alla carica. Allora in questo cartello figuravano il barone Kurt von Schroeder, che si occupò personalmente della carriera di Hitler, e il governatore della Banca d'Inghilterra Montagu Norman, che supervedeva la politica economica del ministro dell'economia nazista Schacht. Oggi al vertice del cartello dell'acciaio c'è Lakshmi Mittal della Mittal Steel, finanziato dalla Goldman Sachs e da banche anglo-olandesi. Il 26 giugno 2006 Mittal ha raggiunto un accordo preliminare per l'acquisto della lussemburghese Arcelor, la più grande impresa siderurgica europea. Nel 2005 la Mittal ha prodotto 63 milioni di tonnellate di acciaio e la Arcelor 46,7. Di conseguenza, se la fusione va in porto, la Arcelor-Mittal supererà ampiamente la soglia dei 100 milioni di tonnellate, cioè circa un decimo della produzione siderurgica mondiale.
Il 3 agosto il Wall Street Journal ha pubblicato un commento, intitolato “Big Steel”, in cui lo stesso Lakshmi Mittal dà gli ordini di marcia sul come procedere alla cartellizzazione, pudicamente chiamata “consolidamento”. L'acquisizione di Arcelor da parte di Mittal, dice, indica “i benefici del consolidamento e della globalizzazione”. Ricorda di aver lanciato il primo appello al consolidamento nel 1998, quando l'industria siderurgica era composta da industrie più piccole “ed era ancora altamente nazionalizzata”. Ma negli ultimi otto anni “E' avvenuto un consolidamento notevole, soprattutto in Europa, negli USA e in Giappone. Sono state create diverse multinazionali”. Condannando a morte le imprese che fanno riferimento agli stati nazionali, Mittal ha previsto che in meno di dieci anni il settore sarà composto da giganti che producono ciascuno dai 150 ai 200 milioni di tonnellate l'anno. Le imprese medie e piccole, che compongono l'ossatura dell'industria nazionale, saranno o fagocitate o schiacciate.
Questo conduce all'essenza del problema. La siderurgia mondiale si può considerare ripartita in due grandi sfere. La prima, che è in crescita, è quella di Cina ed India. La Cina ha prodotto 349 milioni di tonnellate d'acciaio nel 2005, tre volte di più degli USA. Nella seconda sfera ci sono le industrie delle nazioni ex industriali, e qualcuna del settore in via di sviluppo. Tra il 1990 e il 2005 la produzione mondiale è complessivamente aumentata da 733 a 1.106 milioni di tonnellate.
L'aumento di 374 milioni di tonnellate è per i quattro quinti dovuto a Cina e India. Senza questi due, e senza alcuni altri paesi in via di sviluppo anch'essi principalmente asiatici, la produzione dell'acciaio negli ultimi quindici anni sarebbe in effetti diminuita.
Le fusioni e le scalate hanno interessato soprattutto i paesi ex industriali, dove la produzione è in fase di contrazione, e in alcune nazioni in via di sviluppo. Per avere un quadro più accurato del processo di cartellizzazione conviene escludere dai conti la Cina. Nel 1995 le principali 15 imprese mondiali producevano il 29% dell'acciaio grezzo (produzione cinese esclusa); nel 2005 le principali 15 imprese del settore hanno prodotto il 47,5%. Nel giro di dieci anni la loro fetta è passata da meno di un terzo a quasi la metà del totale mondiale (Cina esclusa).
I tre cartelli principali sono la MittalArcelor, la Corus (nata dalla fusione delle maggiori imprese anglo-olandesi nel 1999) e
la US Steel.
Intant
o questi pirati puntano i loro oc chi famelici sulla Cina, dove il mercato dell'acciaio è in espansione. I cinesi si preoccupano: la branca di New York del gruppo sinarchista Lazard Frères, impegnata nelle fusioni del settore, ha aperto un ufficio in Cina per prepararsi a gestire le scalate alle imprese del settore.

Il piano Davignon
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Nel cartello dell'acciaio formato nel 1926 parteciparono Germania, Francia, Belgio, Lussemburgo e lo stato della Saar, e poi vi aderirono anche imprese inglesi e statunitensi.
Questo cartello, come noto, fece fortuna nel produrre la macchina da guerra di Hitler, e i suoi elementi principali rimasero intatti dopo la guerra.
Nel 1977 il conte Etienne Davignon, Commissario per il mercato interno della CEE, presentò un piano per l'industria dell'acciaio che portava il suo nome. In pratica prevedeva la ricostituzione del monopolio e la riduzione delle capacità produttive. La cosa andò avanti per fasi.
Parallelamente anche negli Stati Uniti, a partire dalla metà degli anni Settanta, fu eliminata una capacità produttiva pari a 50 milioni di tonnellate, portando le maestranze da 500 mila a 150 mila addetti.
Il processo di fusioni e scalate ostili cominciò negli anni Ottanta guadagnando sempre più vigore dal 1992.
Ad esempio: tra il 2001 ed il 2005, il banchiere Wilbur Ross della Rothschild, senza disporre di alcuna esperienza nel settore siderurgico, ha costruito l'International Steel Group (ISG), che oggi vanta una capacità di 16 milioni di tonnellate. L'impero, nato dal nulla, è cresciuto rilevando imprese fallite come la Bethlehem Steel. Ross è inoltre impegnato a devastare l'industria dell'auto.
Anche Mittal ha costruito il suo impero partendo da una produzione inferiore a 2,5 milioni di tonnellate, nel 1992, per arrivare a produrne oggi 67 milioni grazie alle imprese rilevate. Questo è possibile solo a chi ha sponsor sinarchisti.

Nuova GM, “Global Motors”
veicoli sul mercato mondiale.
Nel 2005 sono stati prodotti 65,319 milioni di veicoli a motore. Di questi, 40,531 milioni sono stati prodotti da General Motors, Toyota, Ford, RenaultNissan, Volkswagen, e DaimlerChrysler su un totale di circa 40 imprese in tutto il mondo. In passato le imprese erano più numerose ed erano considerate parte del capitale nazionale (in alcuni casi erano anche di proprietà pubblica).
Negli ultimi 10-15 anni le prime sei hanno seguito freneticamente la strada delle scalate, sbarazzandosi via via di maestranze specializzate, impianti e capacità produttive. Una gran parte delle industrie svedesi, ceche, inglesi e australiane sono state fagocitate dalle sei grandi, com'è anche accaduto in misura minore anche ad imprese in Giappone, Corea del Sud, Spagna, Germania e Stati Uniti.
L'impresa Proton della Malaysia, sempre protetta dal governo come capitale nazionale, adesso è minacciata dai globalizzatori, che possono importare nel paese duty-free.
Su questo processo di cartellizzazione, aleggia la Lazard Frères, nel ruolo di advisor e consulente, insieme ad altre entità che come lei sono riconducibili all'internazionale sinarchista. Ad esempio, Francois de Combret, direttore dell'ufficio parigino di Lazard, gestì nel 1995 le manovre che condussero alla privatizzazione della Renault. Nel 1999 la Lazard spinse la Renault a diventare azionista di maggioranza relativa della Nissan, prima con una quota del 37% e poi del 44%.
Recentemente due delle sei grandi – General Motors (con il 14% è al primo posto della produzione mondiale) e RenaultNissan (al quarto con il 9,5%) – hanno intavolato le trattative di una fusione, per dare vita ad una mega-impresa. A combinare il matrimonio è sempre Lazard. Nel 2005 Felix Rohatyn e la sua banca Lazard furono consulenti di Delphi, la costola di GM che produce i componenti, costretta ad un feroce ridimensionamento dopo la bancarotta dell'ottobre 2005. A luglio Delphi ha ingaggiato la Rothschild Inc. – in cui Rohatyn figura tra i direttori – per avere consiglio su come liquidare i suoi 23 impianti dell'auto negli USA.

La monopolizzazione del rame e l'iperinflazione
L'industria dell'estrazione e raffinazione del rame va incontro ad una probabile mega-fusione, un cartello che controllerebbe il 25% della produzione mondiale. Da circa un decennio si susseguono fusioni e rialzo dei prezzi e da tale processo sono emersi cinque grandi produttori che controllano il 56% del mercato mondiale: Codelco (Cile), Grupo Mexico, Phelps Dodge (Arizona), BHP Billiton (con centro in Australia e vicina alla Corona inglese; insieme alla gemella Rio Tinto controlla anche la metà dei minerali di ferro) e Broken Hill Mining (Australia).
Nell'ultimo decennio l'industria del rame è stata interessata da almeno una fusione l'anno e da qualche mese al centro del parapiglia delle fusioni spicca la Phelps Dodge, impresa con una forte presenza inglese: 8,8% della Barclays Bank e 6,1% di Atticus Partner del barone Nathan Rothschld. In Canada la Inco ha iniziato a marzo la sua scalata alla Falconbridge, che aveva appena acquisito la Noranda. La Phelps Dodge si preparava ad inglobare l'intero settore canadese che ne risultava. A luglio sembrava che il principale gruppo di azionisti di Noranda/Falconbridge fosse intenzionato a vendere alla svizzera Xstrate Minerals Corp. e lasciare la Phelps Dodge per dare la scalata alla Inco. A quest'ultima era comunque interessata anche la Tiek-Cominco. Alla fine di luglio però la Grupo Mexico ha ingaggiato advisors americani per dare la scalata a Phelps Dodge: la numero tre cerca di acquisire la numero due. Al momento in cui scriviamo, ad agosto, si prospetta un'entrata in scena della Rio Tinto e della CVRD brasiliana che potrebbe segnare una fase decisiva della cartellizzazione.
Ne dovrebbe emergere un mostro di dimensioni emisferiche forse capace di controllare un quarto o più dell'estrazione mineraria del rame e di creare una situazione in cui quattro gruppi controllerebbero il 60% del mercato mondiale.
Il processo è dominato da tre caratteristiche: la produzione del rame si è concentrata soprattutto in Cile, dall'inizio dell'era Pinochet; dallo scorso decennio la produzione mondiale è stagnante; i prezzi sono stati spinti alle stelle come conseguenza dei costi finanziari di fusioni e scalate.
Un'occhiata alle statistiche dell’International Copper Study Group pone in rilievo la prima caratteristica. (mt= milioni di tonnellate, kt= migliaia di tonnellate):

Paese

1970

2003

Stati Uniti

1,6 mt

1,3 mt

Zambia

750 kt

400 kt

Cile

750 kt

5,1 mt

Canada

650 kt

600 kt

Il Cile copre ormai il 37% della produzione mondiale, poiché la globalizzazione punta tutto sui bassi salari. Pur tenendo conto delle differenze di specializzazione, un minatore cileno con regolare contratto sindacale guadagna meno della metà del suo collega in Arizona, ma le miniere cilene sono piene di cottimanti che guadagnano meno della metà dei regolari. Per Pinochet la cessione delle miniere di rame ai monopoli rappresentò il modo di risovere il problema del debito, nella strategia allora caldeggiata da Henry Kissinger di “cessione di materie prime per ridurre i debiti”. I primi cinque produttori mondiali controllano attualmente il 90% della produzione cilena.
L'aumento della produzione di rame è sceso al 2,2% negli anni novanta e al 2% in questo decennio. Nel 2005 si è verificata una diminuzione dell'estrazione e nel 2006 si torna ai livelli del 2004. Dal 2000 il prezzo del rame è aumentato di oltre 4 volte, passando da 1.800 dollari a 7.500 dollari la tonnellata. Fino al 2010 gli esperti non prevedono nessuna espansione della produzione, che negli USA è stagnante ormai da trent'anni.
Gli effetti della concentrazione delle imprese comportano rallentamenti della produzione e una maggiore suscettibilità alla speculazione sui futures. Un esempio: le misure che passano sotto il nome di “disciplina dei produttori”, che consistono nell'abbandono delle miniere e riduzione dell'estrazione, hanno comportato nel 2002 una riduzione di 470 mila tonnellate, diventate 600 mila tonnellate nei due anni seguenti e 740 mila nel 2005. L'utilizzo della capacità estrattiva-produttiva è scesa dal 93% all'85% tra il 2000 ed il 2005.
I debiti contratti nelle scalate erano centinaia di milioni alla fine degli anni Novanta, sono saliti a qualche miliardo all'inizio del decennio ed oggi hanno raggiunto una cifra tra i 10 ed i 20 miliardi di dollari. Le imprese si sono ingradite, ma le banche e gli azionisti esigono una parte sempre più grossa. A soffrirne è la produzione reale del rame.

“Global Sourcing”, l'altro nome del cartello alimentare
Il commercio della produzione agricola, e la produzione e distribuzione alimentare, sono notoriamente monopolizzati da un gruppo ristretto di corporation sovrannazionali che controllano tutto a partire dalle sementi.
La Cargill, multinazionale con centro in Minnesota, e la Archer Daniels Midland (ADM) controllano il 75% dei 244 milioni di tonnellate di granaglie che rappresentano il volume medio annualmente scambiato tra le nazioni. Più della metà del totale è controllato da Cargill. Quest'ultima, insieme a ADM e a Bunge, controlla il 70% della soia trattata in Brasile e Argentina.
Cargill/Monsanto e DuPont/Pioneer Hig-Bred sono al centro del giro che controlla strettamente le sementi.
Il mercato delle carni è dominato da Cargill insieme a Smithfield, Swift/ConAgra, Tyson e Pilgrim's Pride, con una quota che va dal 60 all'80 per cento nei soli Stati Uniti. L'industria casearia è controllata da Unilever, Nestlé, Kraft e Danone.
Nella distribuzione alimentare dominano Wal-Mart e la francese Carrefour, affermatasi soprattutto in Brasile e Argentina.

Acqua
“Far soldi sulla sete – la domanda globale di acqua potabile attrae imprese grandi e piccole” è il titolo di un articolo di prima pagina della sezione economica del New York Times del 10 agosto 2006. “Quello dell’acqua è un settore in cui la crescita appare ora illimitata”, com mentano dalla Goldman Sachs, banca impegnata nella privatizzazione dell’acqua in Spagna, Cina e Cile. Negli Stati Uniti gli esperti stimano che il 15-20% dei sistemi idrici che gestiscono acqua potabile e acque reflue sono di proprietà o affidati ad operatori privati. Secondo un analista il mercato dell’acqua negli USA “avrà un valore di 150 miliardi di dollari nel 2010”. Siccità occasionali, infrastrutture cadenti e gli standard imposti dall’autorità ecologica EPA alimentano il rialzo dei prezzi.
I big dell’industria dell’acqua sono la Energy Financial Services della General Electric, Siemens, Danaher e ITT. Fanno “acquisti frenetici”, provocando il “consolidamento” di un settore in cui attualmente nessuna impresa ha più del 5% del mercato.
L’articolo survola sui progetti di Suez, Veolia e RWW-Thames, anch’esse impegnate nel settore, forse perché fanno capo all’ambiente sinarchista di Rohatyn. Spiega che, secondo i dati dell’ONU, nel 2025 circa 5 miliardi su 7,9 abitanti della terra non disporranno di acqua sufficientemente pulita. Questo non è detto per presentare un problema, ma per indicare una fonte sicura di profitto.
“La dissalazione richiede sempre troppi investimenti e troppa energia”, per questo motivo la Siemens, insieme alla israeliana Mekerot, preferisce dedicarsi “al riutilizzo della poca acqua disponibile”. Un’impresa del South Carolina invece pianifica di far soldi caricando di acqua le petroliere nel viaggio di ritorno in Medio Oriente.

La Reason Foundation, la vestale delle privatizzazioni
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Migliaia e migliaia di comuni e amministrazioni locali e statali fanno a gara nel cedere la proprietà o dare in concessione le opere pubbliche, dalla distribuzione idrica alle autostrade, dall’elettricità agli ospedali ecc., e privatizzare attività di governo, dalle pratiche burocratiche alle prigioni, compresi importanti aspetti della difesa.
Questo processo è scrupolosamente documentato dalla Reason Foundation, che fu allestita nel 1978 per promuovere e monitorare lo smantellamento dei governi. La Reason Foundation produce e mette al disposizione del pubblico rapporti sull'andamento delle privatizzazioni. Da quello del 2006, diffuso a luglio, si apprende quanto segue:

* Trasporti. 40 nazioni hanno privatizzato il proprio sistema di traffico aereo, a cominciare dalla Nuova Zelanda nel 1987. Sono più di 100 gli aereoporti grandi e medi di proprietà di imprese commerciali o da esse gestiti.
Negli USA sono quelli di Indianapolis, Orlando-Sanford in Florida e Burbank in California. In Europa Bristol e Luton in Inghlterra, Lubecca, Francoforte e altri in Germania, Copenhagen in Danimarca. L'aeroporto di Sydney in Australia. In Messico sono tre gli aeroporti privatizzati.

* Servizi municipali. La città media americana ha privatizzato dal 23 al 65 per cento delle funzioni, che vanno dalla raccolta dei rifiuti alla manutenzione delle strade, alla raccolta e depurazione delle acque reflue, ecc. Sono circa 1000 le città che hanno privatizzato completamente o in parte i sistemi idrici. In Inghilterra, dagli anni Novanta ad oggi, sono stati ceduti ai privati 130 ospedali e più di 100 scuole.

* In 120 nazioni in via di sviluppo, tra il 1990 ed il 2003, sono avvenute 7860 operazioni di privatizzazione di tutti i tipi, un volume complessivo pari a 410 miliardi di dollari, secondo le stime della Banca Mondiale, impegnata in prima fila a caldeggiare le svendite. In India sono state approvate privatizzazioni stimate sui 30 miliardi di dollari.
Il trucco è evidente: costringere a rinunciare alla sovranità per un pugno di dollari subito. A gestire questo traffico si distinguono Lazard, Lehman Brothers, Goldman Sachs, Macquarie, Suez, Veolia, BeCintra e Halliburton. Gli hedge funds prendono posizione per rastrellare pedaggi, bollette, ecc.
A dirigere l'orchestra nel concerto delle privatizzazioni c'è Felix Rohatyn, dirigente di Lazard Frères dagli anni Sessanta agli anni Novanta. Nel febbraio 2006 la Lazard Assets Management costituì la Lazard Global Listed Infrastructure, dedicata a rastrellare “azioni delle infrastrutture nell'America settentrionale”, emesse dalle opere pubbliche privatizzate.
La Lazard coordina strettamente le sue attività con il Macquarie Infrastructure Fund, ed è in società con esso in tre operazioni diverse. Macquarie, creato nel 1960 dalla vetusta banca londinese Hill Samuel, alla fine dello scorso marzo contava investimenti in 95 progetti in 23 paesi.

Pedaggi autostradali.
Rappresentano il boccone più ghiotto delle privatizzioni infrastrutturali. Nell'America Settentrionale, tra il 2005 e il 2006 sono state cedute, per periodi che si estendono dai 50 ai 99 anni, autostrade a Chicago (Skyway), nell'Indiana settentrionale e la Dulles Greenway che dall'aeroporto della capitale porta a Leesburg in Virginia. La gestione è stata rilevata da consorzi in cui è presente Macquarie Infrastructure, proprietario del Tunnel Detroit-Windsor.
Il fenomeno è ancora più forte in Europa, dove nel 2005 sono state venduti 4.360 chilometri di autostrade. Macquarie è entrato in un consorzio che intende rilevare il canale sotto la Manica, attualmente gestito da una venture anglo-francese.
Ad aprile la spagnola Abertis ha offerto 17 miliardi di dollari per l'acquisto di Autostrade in Italia, nella prospettiva di costituire quello che si prospetta come il più grande gestore mondiale di autostrade. In Brasile 36 gruppi di gestori privati controllano oltre 9000 chilometri di autostrade.

L'era Thatcher
Il grosso delle privatizzazioni risale agli anni Ottanta, all'era Thatcher-Reagan. Sotto la Thatcher (1979-1990) il governo inglese liquidò imprese e partecipazioni statali nella siderurgia, nel carbone, nei trasporti aerei e ferroviari, nell'auto, nelle strutture portuali, nell'elettricità, gas, acqua. Come risultato furono eliminate migliaia di posti di lavoro. La deregulation fu così radicale da provocare, nel settore dell'allevamento, la BSE o “mucca pazza”, come conseguenza dell'abolizione di norme igienico-sanitarie nella preparazione dei mangimi.
Negli Stati Uniti i colpi più grossi al patrimonio dello stato furono inflitti con l'ordine esecutivo 12607 di Reagan, per la costituzione della Commissione per le Privatizzazioni. Un fenomeno raccapricciante fu la privatizzazione delle prigioni, trasformate in campi di lavoro privato.

Halliburton
Nel 1992 Bush senior firmò un nuovo ordine esecutivo, 12803, per una “Iniziativa per le privatizzazioni”. In tale contesto Dick Cheney, all ora segretario alla Difesa, commissionò alla Halliburton uno studio per privatizzare aspetti della difesa. Il rapporto, che è ancora coperto dal segreto, fu allora considerato troppo radicale. Oggi invece si vede applicato almeno in parte nella proliferazione delle PMCs (Private Military Corporations) che sguazzano nella cuccagna dell'Iraq. Allora, 18 mesi dopo aver lasciato il Pentagono, Cheney passò al vertice di Halliburton.
Capitali di importanza strategica liquidati dagli USA negli anni Novanta comprendono le riserve petrolifere californiane di Elk Hills, e la U.S. Enrichment Corp.

PPP
La versione “democratica” di questa svendita generalizzata portava allora il nome in codice “reinvertare il governo”, sbandierato dal candidato presidente Al Gore. Oggi invece, sotto “l'amministrazione Rohatyn”, si preferisce usare un altro nome: “Public-Private Partnership” (PPP). In teoria sarebbe un modo di mettere insieme l'impresa pubblica e quella privata, nel contesto del project financing, per realizzare le infrastrutture. In realtà la Public Private Partnership si rivela lo strumento per acquisire il controllo sulle infrastrutture pubbliche. Per avere un'idea basta dare un'occhiata al sito del “National Council for Public-Private Partnership” (
http://ncppp.org). Vi aderiscono imprese globaliste febbrilmente impegnate ad acquistare porti, autostrade, acqua, servizi urbani, ecc. Ci sono Bechtel, Morgan Stanley e Macquarie.
Da qualche anno Rohatyn ed i suoi preferiscono usare il termine “Public-Private Partnership” al posto di “privatizzazioni”. Il banchiere di Lazard cominciò a promuovere le PPP nel 2004 istituendo appositamente la Public Infrastructure Commission, in seno al Center for Strategic and International Studies. Da allora sono 22 gli stati americani che hanno cambiato le leggi per consentire alle PPP di operare sul proprio territorio. Dal 2000 il NCPPP è impegnato ad esercitare pressioni debite e indebite sui politici locali affinché modifichino le leggi, in maniera da consentire che si svendano le infrastrutture, soprattutto ad investitori stranieri.
Attualmente le PPP puntano all'acquisto di 18 grandi sistemi autostradali negli USA, per un importo complessivo di 25 miliardi di dollari.
In un comunicato della Lazard si legge: “Le proprietà infrastrutturali sono i sistemi fisici di base che occorrono al funzionamento di un paese o di una comunità; comprendono le utilities, le strade, gli aeroporti, i porti, le ferrovie ed i sistemi di comunicazione. Storicamente un'ampia componente delle infrastrutture globali è stata realizzata e posseduta dai governi, ma si afferma sempre di più la tendenza alla proprietà privata, quotata e non in borsa. Le proprietà infrastrutturali possono avere allettanti caratteristiche d'investimento, che vanno dalla lunga durata ai bassi rischi di perdita, al reddito legato all'inflazione…”

Studio realizzato da Richard Freeman,
Marcia Merry Backer e Paul Gallager

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