Gli indios del Maracanà, con l’arco contro la polizia

Brasile Le autorità vogliono sgomberarli. La resistenza di una «tribù» di squatter a due passi dallo stadio dove si giocheranno i mondiali

Gli indios del Maracanà, con l’arco contro la polizia

di Rocco Cotroneo

Una tribù di indios e lo stadio più famoso del mondo. Due simboli del Brasile, uno di fronte all’altro nel cuore di Rio de Janeiro, ma è una vicinanza ormai incompatibile con le regole del moderno show business chiamato calcio.
Per questo gli indigeni devono sloggiare dai paraggi del Maracanà. Serve lo spazio, bisogna costruire i parcheggi, permettere che il celebre stadio sia in regola per i Mondiali del 2014. Ma loro resistono, e non è detto che alla fine non riescano a vincere la loro battaglia impossibile.
Il «Museu do Indio» è una bella palazzina a due piani di fine Ottocento, di stile vagamente coloniale. Per gli standard del nuovo mondo è un edificio storico, anche se le Belle arti carioca non lo includono tra i monumenti protetti e sta cadendo letteralmente a pezzi. Può dunque essere abbattuto, ed è di proprietà dello Stato. Un tempo ospitava proprio il museo nazionale brasiliano sulla cultura e le tradizioni indigene, poi nel 1978 si trovò una nuova sede più ampia in città e l’edificio venne abbandonato. Sei anni fa, infine, la palazzina venne occupata da una dozzina di famiglie di origini indie arrivate a Rio in cerca di un futuro migliore. Che da allora non si sono più mosse da lì.
Maracanà, a Rio, è il nome di un quartiere abbastanza centrale, densamente popolato e di classe media. Attorno allo stadio «Jornalista Màrio Filho» questo è il suo nome ufficiale, come Giuseppe Meazza sta a San Siro – la città è cresciuta senza controllo. Ci sono strade a tre corsie, viadotti, una scuola, benzinai, la palazzina degli indios e molti condomini residenziali.
Dal 1950 quando fu costruito lo stadio, fino ad oggi, il problema di questo caos urbano senza pianificazione non è stato mai affrontato. Dopotutto a Rio nessuno o quasi usa l’automobile per andare alla partita, il Maracanà è vicino a una stazione di metrò e alle linee degli autobus, e persino dalle favelas dove vivono i tifosi più scatenati del Flamengo o del Vasco si scende a piedi fino allo stadio.
Gli indios che nel 2007 decisero di creare la «tribù Maracanà», con l’idea di unire la necessità di un tetto gratuito alla creazione di un centro culturale, si trovano ora davanti a una necessità inderogabile, secondo le autorità pubbliche. Per i Mondiali lo stadio verrà privatizzato, e attorno dovrebbe sorgere un centro commerciale con tanto di parcheggio.
Un bieco interesse privato, ribattono gli indios e gli oppositori alla demolizione della palazzina. «No, ce lo chiede la Fifa, serve spazio di mobilità e di sicurezza attorno allo stadio. E poi il palazzo non ha alcun valore storico», disse qualche tempo fa il governatore Sergio Cabral.
Per poi farsi smentire dalle autorità del calcio mondiale: no, non è una nostra richiesta.
L’iter dello sgombero, intanto, va avanti. Tutto è in ritardo a Rio per i Mondiali e le Olimpiadi del 2016, e il Maracanà è un tema sensibile, per ovvi motivi di immagine. Sabato il governo ha mandato sessanta poliziotti, quelli del battaglione da guerra usato contro il narcotraffico, a circondare la casa degli indios.
Appena con l’obiettivo di intimorirli, visto che l’ordine di sgombero non è ancora arrivato dal Tribunale. Gli abitanti hanno risposto tirando fuori dagli armadi archi, frecce e abiti tradizionali.
La loro battaglia raccoglie simpatie tra chi non vuole la trasfigurazione dell’area attorno allo stadio. «Cos`è meglio per un turista? Vedere una palazzina coloniale o un fast food quanto esce dallo stadio?», ha protestato il deputato Marcelo Freixo. Una scuola media nelle vicinanze si è unita alla resistenza: anch’essa dovrebbe essere abbattuta per la costruzione dei campi di riscaldamento dei giocatori. Vari militanti di movimenti sociali hanno piazzato le loro tende nei giardini del «museu do indio» in segno di solidarietà.
Dopo lo spiegamento delle teste di cuoio, considerato eccessivo, adesso il governo di Rio sta rallentando. Prima di proseguire con l’istanza di sgombero ha deciso di fare un censimento delle 23 famiglie che vivono nella palazzina, anche per trovar loro una nuova casa.
(Dal Corriere della Sera, 14/1/2013).




1 Commenti

Daniela Giglioli
Daniela Giglioli

Brasile <br />
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La tribù Maracanà, sfrattata dal tempio del calcio <br />
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La tribù Maracanà cacciata dal Maracanà, il leggendario stadio di Rio de Janeiro che ospiterà la finale della Coppa del Mondo 2014. Un gruppo di indigeni è stato sfrattato da un edificio adiacente la reggia del calcio brasiliano inaugurata nel 1950 (quando la nazionale verdeoro fu sconfitta in finale dall’Uruguay): i poliziotti hanno usato pallottole di gomma e gas lacrimogeni per far sloggiare più di venti famiglie che da sei anni vivevano abusivamente nella struttura (donata dal governo nel 1847) che fino a trent’anni fa ospitava un centro per lo studio delle tradizioni locali nella zona di Rio denominata appunto Maracanà. In un primo tempo le autorità sembravano intenzionate ad abbattere la costruzione (anche su indicazione della Fifa che però smentisce) nell’ambito dei lavori di ristrutturazione in vista dei Mondiali dell’anno prossimo e dei Giochi del 2016. Si è poi deciso di conservare l’edificio trasformandolo in un museo olimpico. Lo sgombero forzato della comunità di indigeni conosciuti come Aldeia Maracanà (che volevano rinnovare il centro come museo delle culture tradizionali) non rappresenta un bello spot per il tempio (completamente rinnovato) del calcio brasiliano dove Pelé segnò il suo millesimo gol e Zico andò a rete 333 volte. <br />
(Dal Corriere della Sera, 23/3/2013).

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