Gli indignati di Wall Street non convincono. Ma la colpa è solo degli americani

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Le notizie dagli Stati Uniti lasciano perplessi. Le agitazioni degli indignati davanti Wall Street. Il presidente Obama pessimista sulla sua rielezione per la crisi economica. La crisi stessa. Insomma, concluso il grande periodo di sviluppo economico da Reagan a Clinton, l’esplosione finale con Bush jr. sembra aver lasciato macerie.

Eppure questo quadro depressivo non è esauriente. L’egemonia culturale americana e anglo-sassone continua la sua marcia. Marcia a volte inclusiva e accogliente, altre volte arrogante. Leggendo, ad esempio, le ultime righe di un articolo di Simon Kuper sul Financial Times, non si può non provare uno schiaffo di irritazione sulla guancia. Kuper non dice nulla di nuovo. Scrive che l’inglese è la lingua di lavoro del mondo, l’unico mezzo di comunicazione globale. Ma Kuper scrive anche che l’inglese globale non basta. Il cosiddetto “globlish”, l’inglese internazionale senza sottigliezze, con pochi vocaboli e senza frasi idiomatiche è un inglese afono e inespressivo. E anche questo è vero. E sono vere anche le affermazioni seguenti, quelle in cui Kuper scrive che chi non è in grado di parlare l’inglese vero, con ricchezza espressiva e di vocabolario e le giuste intonazioni, può “trionfare solo nel suo paese” ed è quindi escluso da quello che potremo chiamare il potere globale. Costui, parlatore dell’inespressivo globlish, si dovrà accontentare di diventare un oligarca russo, il presidente del partito comunista cinese, un imprenditore dell’industria automobilistica tedesca o presidente della Francia. Non di più.

Accontentarsi di essere il presidente della Francia è una battuta divertente e perfino (in parte) intelligente. Ma davvero solo in parte, perché contiene una buona dose di chiusura mentale. È vero che l’elite anglo-sassone ha dalla sua una sicurezza di sé non solo economica ma anche culturale senza paragoni. Per sicurezza culturale intendo una capacità di catturare l’attenzione sui media, di controllare in maniera accattivante il discorso pubblico, di produrre uno spirito sociale brillante e spiritoso che si esprime in mille film, in mille spettacoli, in mille musiche, ma anche in tanti discorsi dei presidenti americani o in tante altre occasioni internazionali, come ho potuto notare personalmente in vari congressi scientifici. Tuttavia un’elite così chiusamente monolinguistica è anche a rischio di cecità.

Cecità che emerge alla fine dell’articolo di Kuper, in cui egli racconta come in realtà nessuno che non sia nativo anglo-sassone sia veramente capace di uscire fuori dal ghetto del globlish. Ad esempio gli svedesi, racconta Kuper. Gli svedesi sono come tra i migliori parlatori di inglese al mondo, come molti sanno. Ma questo non basta. Gli svedesi sono sul punto per fare il salto finale fino al vero inglese, ma poi non ci riescono e ricascano nel globlish. Cosicché Kuper, trovatosi con un gruppo di uomini d’affari svedesi e nativi anglofoni non poteva fare a meno di pensare che quando prendeva la parola uno svedese la conversazione si ammosciava.

Insomma, come ogni egemonia anche quella americana ondeggia tra inclusione e esclusione, tra apertura e chiusura, tra richiamo e rifiuto. E chi cerca di introdursi in essa oscilla tra desiderio di essere accettati e pensieri di fuga. La conseguenza è che le notizie della crisi del gigante americano ci lasciano anch’esse ambivalenti, titubanti, oscillanti.

da http://affaritaliani.libero.it/economia … 31011.html




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