Gli indigeni del Cauca sulla guerra di Uribe

I nativi chiedono a Farc e governo di prendere parte alle trattative

Colombia, gli indigeni del Cauca dicono la loro sulla guerra di Uribe

di Fabio Marcelli

Si è svolto recentemente a La Maria, territorio di pace e negoziato, il tredicesimo Congresso del Consiglio Regionale Indigeno del Cauca, la più forte ed antica organizzazione colombiana del movimento indigeno, dopo quattro giorni di intenso dibattito articolato in sette commissioni (salute, educazione, economia,

ambiente, governo proprio, rapporti con gli altri movimenti sociali in seno alla “minga” indigena e popolare, pace e diritti umani) con la elezione del nuovo gruppo dirigente e una festa di popolo che è durata oltre dodici ore, una vera e propria esplosione di allegria e gioia di vivere di persone che sanno abbinare in modo davvero ammirevole la tenacia nella lotta e nella resistenza che durano da oltre cinquecento anni. Al Congresso hanno partecipato oltre diecimila delegati del Dipartimento del Cauca, culla del movimento indigeno colombiano, in una regione che vede la presenza massiccia di varie etnie originarie (Nasa, Guambianos, Yanacona, Kokonuko, Ingas ed altre ancora). Il Congresso ha confermato la forza e il profondo radicamento di questa organizzazione indigena, che costituisce una sede fondamentale di esercizio di democrazia diretta, organizzazione di lotta, autogoverno ed orientamento politico. Fra gli osservatori internazionali era presente chi scrive in rappresentanza delle associazioni dei giuristi democratici. Sui temi dell’autogoverno indigeno è in corso altresì un progetto di ricerca finanziato dalla Regione Lazio.

Proprio da La Maria era partita in ottobre la “minga”, grande mobilitazione indigena e popolare, che dopo varie giornate di scontri con la famigerata polizia antisommossa di Uribe, gli Esmad, che avevano lasciato sul terreno alcune vittime e vari feriti da arma da fuoco, era partita in marcia fino a Bogotà, rappresentando un essenziale momento di coagulo per i vari movimenti popolari colombiani: sindacati, contadini, afrodiscendenti, donne, studenti, tagliatori di canna da zucchero. Al termine della “minga” era iniziato un round di negoziati con il governo, nel complesso abbastanza deludenti, ma con alcuni risultati concreti, quali l’affossamento della legge di sviluppo rurale da parte della Corte costituzionale e l’impegno del governo a firmare la Dichiarazione delle Nazioni Unite sui diritti dei popoli indigeni, sia pure con alcune riserve. Circa un mese dopo, la vendetta, nel peggior stile mafioso, con l’assassinio di Edwin Legarda, sposo della principale dirigente indigena Aida Quilcué. Proprio la giornata finale del Congresso sette militari sono stati arrestati per questo assassinio, ma sembra chiaro che le responsabilità stiano ben più in alto: infatti l’omicidio era stato programmato come

un ennesimo caso di “falso positivo”, rivestire il cadavere degli assassinati, fra i quali doveva essere la stessa Aida, con uniformi della guerriglia, per farli passare come membri delle Farc uccisi in combattimento, il solito artificio usato da un governo oramai alle corde per i numerosi scandali, le continue violazioni dei diritti umani e la fedeltà esclusiva alle multinazionali e allora alleato statunitense Bush.

Il tredicesimo Congresso del Cric ha confermato il ruolo di avanguardia svolto dal movimento indigeno nell’attuale contesto di crisi acuta del regime uribista. Fra le proposte più significative approvate, oltre al rafforzamento dell’autonomia e dell’autogoverno e al recupero delle terre comunitarie, la mobilitazione per

i piani di salvaguardia dei popoli indigeni minacciati dal conflitto, che la Corte costituzionale ha chiesto al governo di varare entro due mesi, la creazione di una guardia indigena nazionale e la proposta di dibattito pubblico rivolta alle Farc, alle quali si chiede di rispettare la neutralità dei territori e della popolazione indigena

nel conflitto armato che le oppone al governo. Il dibattito con il gruppo armato dovrebbe vedere la presenza di osservatori internazionali e se non sarà possibile svolgerlo in un luogo determinato per il possibile veto del governo, sarà comunque svolto in forma pubblica utilizzando strumenti virtuali. La guardia indigena,

cui dovrebbero affiancarsi analoghe organizzazioni dei contadini, degli afrodiscendenti e dei sindacati, costituisce una formazione di autodifesa tendenzialmente nonviolenta (armata di solidi bastoni ma soprattutto

guidata dall’inflessibile volontà politica dei militanti indigeni) e rappresenta una concreta alternativa al conflitto armato in corso oramai in Colombia da lunghissimo tempo. Nei territori indigeni colombiani la guardia indigena costituisce già ora un fondamentale strumento di controllo del territorio e di alternativa al

conflitto. Tale conflitto, come testimoniano studi approfonditi recentissimi svolti da varie istituzioni di ricerca, non può trovare una via d’uscita militare e la guerra fratricida continua a mietere vittime: fra i giovani guerriglieri e soldati, ma soprattutto fra la popolazione civile. I movimenti sociali, primo fra tutti il movimento indigeno, si assumono oggi fra l’altro il ruolo di rilanciare un negoziato che non deve vedere come esclusivi partecipanti il governo e le organizzazioni guerrigliere, ma deve svolgersi con il controllo e la presenza organizzata del popolo colombiano, principale interessato a una pace definitiva e duratura per una nuova

Colombia. Le elezioni in programma per la prossima primavera 2010 potranno a loro volta segnare, in un quadro di crescita del movimento popolare, un punto di svolta per uno dei pochi governi latinoamericani che ancora non hanno subito il vento del cambiamento progressista e rivoluzionario. In questo senso occorre

guardare alle mobilitazioni previste per luglio ed ottobre che sono state deliberate da questo congresso e da tutti i movimenti sociali colombiani. Da segnalare inoltre la candidatura di Aida Quilcué e di altri dirigenti indigeni al Parlamento colombiano.

(Da Liberazione, 17/5/2009).

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