Gli indiani Houma assediati dalla marea di petrolio

Gravi danni per la tribù della Louisiana, sopravvissuta a decenni di espropri e disastri naturali
Gli indiani Houma assediati dalla marea
di Marco Magrini

La vita non è mai stata facile, per gli indiani Houma. La loro terra, colonizzata dagli spagnoli prima e dai francesi poi, nel 1803 viene ceduta da Napoleone agli Stati Uniti, insieme a tutta la Louisiana. Da allora, gli Houma hanno subito espropri e segregazioni e, sebbene ufficialmente riconosciuti da Baton Rouge, la capitale dello stato affacciato sul Golfo del Messico, per Washington non esistono. Più di recente, gli uragani Gustav e Ike, Rita e Katrina, hanno distrutto a più riprese le loro case e le barche che in gran parte sostengono una tribù di 17 mila individui. Ma la vita non è mai stata difficile come oggi. «Dopo Katrina dice Brenda Dardar Robishaux
– abbiamo pazientemente ricostruito tutto. Stavolta, quel lago di petrolio che sgorga dal Golfo rischia di cancellare per sempre la nostra economia e la nostra cultura, ma non possiamo fare niente». Non lo dice una persona qualsiasi. La signora Dardar è il capo della Houma Nation, la comunità indiana del sudovest della Louisiana che non a caso nella propria bandiera – esibisce un’aragosta rossa. Certo, anche per le tribù indiane, i tempi sono cambiati.
«Ho la casella email ingolfata, il fax è pieno di carte e gli sms arrivano a getto continuo», dice il capo degli Houma, raggiunta sul suo telefono cellulare. «Ma le informazioni, quando non sono contraddittorie, scarseggiano.
E io non so più cosa rispondere». Eppure il sito web della tribù ostenta quella fierezza che ci si attende dagli indiani d’America: «Il disastro della Deepwater Horizon minaccia la sopravvivenza delle nostre comunità. Ci stiamo preparando ad affrontarla», si legge su www.unitedhoumanation.org.
A dire il vero un’idea – per quanto sinistra – Brenda Dardar Robishaux ce
l’ ha. «Tutti dicono che ci vorranno mesi, per tappare la falla della piattaforma Bp. Io temo che saranno anni». In effetti, l’unico precedente è del 1979, quando l’Ixtoc, un pozzo offshore americano rilasciò petrolio nel Golfo per nove lunghi mesi. Ma era a 50 metri di profondità, non a 1.600 come quello davanti alle paludi degli Houma. Sì, paludi. Le marshland della Louisiana sono la casa degli Houma che, negli anni 20, con la scoperta del petrolio nelle loro terre, firmarono incautamente
contratti di vendita e furono costretti a sloggiare. Ma le paludi affacciate sul Golfo del Messico restano il loro mondo, la loro vita. «Già da parecchi giorni, ai nostri pescatori è proibito di andare a lavorare. Non ci sono solo i pescatori, ci sono quelli che costruiscono le reti, o le fabbriche che conservano o cucinano il pesce per venderlo. La nostra comunità è interamente basata sull’acqua, da sempre». La principal chef degli Houma racconta di un 75 enne che ha appena incontrato, abituato a lavorare tutti i giorni, Natale incluso. «Quando torneremo a pescare?, mi ha chiesto con gli occhi in lacrime». Il capo Brenda, purtroppo, non lo sa. «Negli ultimi giorni ho parlato col ministero del Commercio, con l’Ufficio per gli affari indiani e con due membri del Congresso», dice la signora Dardar, nata 51 anni fa da una tribù di segregati, ai quali era perfino negato l’accesso all’istruzione: lei è
stata la prima della famiglia a studiare e a diplomarsi, «Tutti promettono che ci aiuteranno. Che molti verranno ingaggiati e stipendiati per la ripulitura, qualcuno sta già facendo dei corsi per imparare. Poi c’è la gente comune che ci scrive promettendo di tutto: dalle preghiere al denaro. Ma resta il fatto che stavolta, mai come prima, è a rischio il nostro sistema di vita, la nostra cultura». Nella sua voce c’è dolore, ma anche quell’ancestrale senso di dignità che fa di un capo indiano, un capo. « È stato dissennato – sentenzia Brenda Dardar – cercare il petrolio così in basso nell’oceano. Adesso, mi aspetto che vengano promulgate le leggi necessarie a prevenire un altro disastro come questo». La dolorosa storia della Houma Nation, è ancora tutta da scrivere.
(Da Il Sole 24 Ore 27/5/2010).




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