Gli eschimesi dicono no all’arrivo dei cinesi assetati di risorse

Gli eschimesi dicono no all’arrivo dei cinesi assetati di risorse

Meglio i danesi che i cinesi, è il responso uscito dalle urne elettorali della Groenlandia, martedì. Hanno vinto i socialdemocratici del partito Siumut, in eschimese "avanti", e per la prima volta a capo del governo autonomo dell’isola più grande del mondo ci sarà una donna: la quarantottenne Aleqa Hammond, figlia di un cacciatore di balene che annegò durante una battuta di caccia quando era ancora piccola. In quello che in altre latitudini suonerebbe come un curioso gioco di paradossi, la sinistra radicale e indipendentista è stata sconfitta perché voleva troppe miniere senza curarsi della ricaduta su ambiente e cultura locale, mentre le preoccupazioni ambientaliste si sono fuse con quelle xenofobe per lavorare a favore degli interessi europei.
Nel 2009 era stato l’Inuit Ataqatigiit, "Comunità del Popolo" o "Comunità degli eschimesi" per l’identità tipica di molte lingue tribali tra l’etnia e l’umanità nel proprio complesso, ad arrivare primo con 14 deputati su 31, designando primo ministro Kuupik Kleist. Per poter fare a meno dell’indispensabile sussidio da 567 milioni all’anno con cui Copenaghen sostiene il bilancio di quella che è tuttora una sua dipendenza, questo Nichi Vendola inuit ha corteggiato le multinazionali in grado di sviluppare al massimo le immense potenzialità minerarie: ferro, uranio, diamanti, zinco, piombo, oro, terre rare, petrolio, gas. Da qui la legge dell’anno scorso che oltre a concedere importanti agevolazioni fiscali autorizza a pagare i lavoratori stranieri meno della popolazione locale, per invogliare il gigante dell’alluminio Alcoa a creare una fabbrica in cui sarebbero assunti soltanto polacchi e cinesi. Anche l’inglese London Mining Plc investirebbe 2,3 miliardi di dollari per estrarre ferro, importando duemila lavoratori cinesi.
Una prima avanguardia rispetto agli altri cinesi che arriverebbero con le numerose società della Repubblica popolare che pure sono in trattativa per sbarcare in forze.
Evidente l’allarme a Copenaghen, dove in particolare il Partito liberale, al governo fino al 2011, ha accusato la Repubblica popolare cinese di volersi espandere oltremisura nell’Artico. E la preoccupazione rimbalza attraverso l’Europa, l’America e il Giappone, da tempo impegnati a rompere il quasi monopolio dei cinesi sulle terre rare, minerali strategici per le nuove tecnologie. Facendo battaglia contro, il Siumut ha preso il 42,8 per cento, salendo da 9 a 14 deputati, mentre la "comunità" si è fermata al 34,4, calando da 14 a 11. Sono crollati anche i due partiti di moderati che avevano accettato di partecipare alla coalizione che aveva permesso all’Inuit Ataqatigiit di governare: da 4 a 2 deputati i Demokraatit, liberali di sinistra; ha perso il suo eletto il conservatore Kattusseqatigiit, "associazione di candidati". Due deputati sono andati a un Partii Inuit nato da una scissione dall’ala dell’Inuit Ataqatigiit contraria ad alleanze a destra; da tre a due deputati è sceso il partito liberale di destra Atassut, "solidarietà".
Aleqa Hammond non è contraria all’arrivo delle multinazionali, gli investimenti stranieri fanno gola anche agli eschimesi: vuole infatti eliminare il divieto d’estrazione di materiali radioattivi, che finora ha bloccato lo sviluppo sul fronte delle terre rare. Ma vuole che gli stranieri paghino più tasse, per compensare gli effetti deleteri sull’ambiente, ed è contrarissima all’impiego dei minatori cinesi. Non avendo la maggioranza dovrà a sua volta fare una coalizione. E in molti scommettono su un governissimo tra Siumut e Inuit Ataqatigiit: anche questo è meglio dei cinesi.
La questione centrale è sapere chi dirigerà il nostro paese", ha detto. "La gente crede che le compagnie straniere si siano prese troppo spazio".
(Da Il Foglio, 15/3/2013).




0 Commenti

Ancora non ci sono commenti
Lasciane uno tu per primo!
You need or account to post comment.